SM 2351a — La società dei consumi — 2002

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Villaggio Globale5, (20), 11-24 (dicembre 2002)

Giorgio Nebbia nebbia@quipo.it

Non sarà possibile fare qualche passo avanti nell’attenuazione delle forme di violenza esercitata da una parte dell’umanità e da alcune — molte — attività umane nei confronti della natura, considerata parte del nostro stesso essere umani, se non si cercano le radici di tale violenza. Essa si manifesta contro il nostro corpo “naturale”, interno e circostante, attraverso la distruzione del verde, la violenza contro gli altri esseri animali, contro le testimonianze del passato, contro le acqua e l’aria, cioè contro le stesse basi della vita “umana”. La violenza contro la natura circostante, dovuta agli inquinamenti, alla distruzione del verde e del suolo, deriva da azioni che sono in genere legittime, spesso lodevoli, come la trasformazione della natura in merci, le attività economiche, il consumo di merci e beni materiali e oggetti, ma che si svolgono secondo leggi che sono incompatibili con le leggi della natura. 

La produzione delle merci e la stessa idea del progresso sono basate sulla ideologia del “di più″, sono ispirate a leggi economiche che indicano che è dovere civile e morale produrre e consumare più merci, perché questa è l’unica condizione che assicura la riproduzione e l’accumulazione del denaro, il profitto, cioè il premio del capitale impiegato, che assicura anche il salario dei lavoratori. Denaro, profitto, salario, peraltro, non sono cose astratte, ma si muovono, “viaggiano” insieme ai, anzi “dentro” i, minerali e l’aria e l’acqua estratti dalla natura, dentro le merci e le macchine e i beni materiali. Per le leggi — ineluttabili — della conservazione della materia e dell’energia, il “di più″ dell’economia tradizionale per forza è accompagnato da un impoverimento delle risorse naturali, dalla diminuzione della fertilità del suolo, dalla immissione di crescenti rifiuti nelle acque e nell’aria, da un impoverimento delle foreste e di alcune “qualità” naturali, come la diversità biologica. 

Ciascuna di queste azioni potrebbe, in via di principio, non essere di ostacolo al continuo cammino di un progresso basato sulle leggi del “di più″, se le risorse della natura fossero molto grandi o, meglio, illimitate. In via di principio, distrutta una foresta si potrebbe passare a trarre legname da un’altra in un’altra zona del pianeta; inquinato un fiume, si potrebbe andare a gettare i rifiuti nel mare da qualche altra parte. 

La crisi deriva invece dal fatto che il pianeta Terra è un corpo grande, ma limitato e che i diversi territori naturali sono soggetti al vincolo — inviolabile — della limitata capacità di ospitare, di sopportare la presenza di attività umane, l’immissione di rifiuti, la diminuzione della fertilità dei suoli agricoli e delle foreste. Gli ecologi chiamano questa proprietà la carrying capacity degli ecosistemi e dell’intero pianeta. I danni all’ambiente sono sostanzialmente la conseguenza della violazione, del superamento della carrying capacity dei vari territori e dell’intera Terra. 

Solo per citare alcune forme della crisi ambientale, della violenza contro le risorse naturali, si può ricordare che la distruzione dello strato di ozono nella stratosfera è legata da una parte alla qualità delle merci — i clorofluorocarburi e altri composti clorurati — usati come propellenti per gli spray, o come rigonfianti delle materie plastiche, o come solventi industriali, e dall’altra parte alla quantità di tali merci immesse nell’ambiente in un tempo molto breve. Tale elevata quantità —- dell’ordine di venti milioni di tonnellate in trent’anni — ha superato la carrying capacity della stratosfera per cui rapidamente l’interazione fra i composti clorurati e l’ozono ha portato alla progressiva distruzione dell’ozonosfera che ha la funzione di filtrare le radiazioni ultraviolette solari nocive per la vita. 

Un uso molto elevato di combustibili fossili ha portato l’immissione nell’atmosfera di grandi quantità di anidride carbonica — venticinque miliardi di tonnellate all’anno negli ultimi dieci anni — al punto da superare la capacità ricettiva dell’atmosfera per questo gas: il superamento della carrying capacity ha portato ad un aumento della concentrazione dell’anidride carbonica atmosferica al punto da far aumentare la quantità di calore che resta “intrappolato” sulla superficie del pianeta con conseguente aumento della temperatura media della Terra per il noto fenomeno chiamato “effetto serra”. 

Anche in questo caso non è “cattivo” in se l’uso dell’energia per soddisfare i bisogni umani di mobilità, di calore, di luce, di forza motrice; sono sbagliate le tecniche di produzione dell’energia e la quantità di energia usata per usi talvolta frivoli. Si pensi alle luminarie nelle strade nei giorni delle spese, si pensi ai parchi di lampade che illuminano campi sportivi in cui non gioca nessuno; si pensi ai consumi elettrici per quei miliardi di messaggi e di chiacchiere inutili che viaggiano sui telefoni cellulari. Si pensi alla recente furbata di imporre le luci accese anche di giorno negli autoveicoli, con un aumento del 10 % del consumo di carburanti e con una accelerazione della immissione nell’atmosfera dei gas responsabili dell’effetto serra. Altro che “sviluppo sostenibile” ! 

La congestione del traffico e l’inquinamento urbano dipendono dal modo in cui il servizio mobilità è soddisfatto e dal numero di automobili private che occupano lo spazio ristretto delle strade e violano la capacità ricettiva dell’aria urbana per i gas inquinanti. 

Alla crisi ambientale contribuisce anche la popolazione terrestre (oggi, fine 2002, di 6.100 milioni di persone) che aumenta in ragione di circa settanta milioni di persone all’anno, che migra nelle grandi città, divenute megalopoli violente e inquinate, sovraffollate di abitazioni, mezzi di trasporto, fabbriche, rifiuti. La situazione è aggravata dal fatto che l’elevata produzione e il crescente consumo di risorse naturali e di merci e il crescente inquinamento (i tre quarti del totale) sono dovuti ad una minoranza (un quinto) degli oltre sei miliardi di terrestri. 

Anche questa ingiustizia nella distribuzione dei beni materiali è una forma di violenza, ma sarebbe inimmaginabile che tutti gli oltre sei miliardi di terrestri raggiungessero livelli di sfruttamento della natura e di possesso di beni materiali  e di produzione di inquinamento uguali anche solo a quelli medi degli abitanti dei paesi industriali. 

I paesi industriali hanno ben presenti queste considerazioni e per evitare maggiori danni all’ambiente accettano — impongono — che i paesi poveri restino a bassi livelli di consumi per consentire a quelli ricchi di aumentare i propri consumi. Con contraddizioni, perché, d’altra parte, i paesi industriali hanno anche bisogno di spingere i paesi poveri ad aumentare il consumo delle merci che i paesi ricchi sono pronti a vendergli. 

Un esempio di queste contraddizioni si ha nel dibattito sulla salvezza dell’Amazzonia, la grande foresta indispensabile come regolatrice degli equilibri ecologici e dei gas dell’atmosfera a livello planetario. L’Amazzonia va difesa nel nome di “tutti” i terrestri e delle generazioni future, anche contro gli interessi, egoistici e miopi quanto si vuole, dei cittadini brasiliani che vedono nella distruzione dell’Amazzonia la possibilità di produrre carne e raccolti agricoli da vendere, minerali di ferro da trasformare in acciaio, energia idroelettrica e petrolio con cui avviare il loro “sviluppo”. Con cui, cioè, produrre e consumare più merci e inquinare e alterare la natura. 

Nello stesso tempo se i paesi poveri restano poveri si determina una situazione inaccettabile e potenziale fonte di conflitti di cui ci sono stati, più volte, segnali nei decenni passati con gli aumenti dei prezzi di alcune materie prime, per esempio del petrolio, proprio come conseguenza di un eccessivo sfruttamento delle risorse scarse. Un recente libro apparso negli Stati Uniti — “L’anatomia delle guerre per le risorse naturali”, Washington, Worldwatch Institute, 2002, <www.worldwatch.org>) — rivela i legami mortali fra domanda dei consumatori e guerre che si combattono nel Sud del mondo per la conquista di materie prime, minerali, petrolio, legname, pascoli, acqua. 

Come è possibile uscire da queste trappole ? E’ possibile cambiare la qualità delle merci e dei servizi, diminuire la quantità di merci e macchine “consumati” dai paesi ricchi in modo da assicurare il soddisfacimento dei bisogni essenziali dei paesi poveri senza “mangiarsi” quanto ancora resta delle risorse naturali planetarie ed evitando forme di nuovo imperialismo ? Il problema fu discusso a lungo fra il 1967 e il 1973, nella “primavera dell’ecologia”, e le possibili soluzioni furono giustamente cercate sul piano tecnico-scientifico, sul piano economico, sul piano etico-filosofico. Nel 1970 a Perugia il prof. Pietro Prini organizzò un incontro di filosofi e naturalisti invitandoli a rispondere alla domanda: “Verso il terricidio ?”. La risposta fu che il terricidio avrebbe potuto essere evitato purché fosse stato accettato un profondo cambiamento della qualità e della quantità dei beni materiali, un cambiamento delle regole e della cultura dell’economia, cioè dei rapporti fra esseri umani. 

Niente è stato fatto e a molti decenni di distanza ci ritroviamo con un aggravamento dei segni del cammino verso il terricidio; filtri, depuratori, discariche, le uniche soluzioni finora adottate, non solo non hanno allontanato i danni all’ambiente, ma si sono rivelati spesso vere trappole tecnologiche, spostando il degrado dal suolo al mare, dall’aria alle acque, da un paese all’altro. 

La salvezza, sul piano tecnico-scientifico va cercata nella transizione dalla attuale società paleotecnica — per usare il termine di Lewis Mumford — violenta e inquinata, l’”impero del disordine”, ad una società neotecnica in cui vengano usati nuovi materiali, vengano scelte nuove forme della casa e della città, nuovi modi di trasporto e di comunicazione, nuove forme di agricoltura, progettati con l’obiettivo di soddisfare più equamente i bisogni umani di tutti i terrestri con minore sfruttamento delle risorse naturali scarse, con minore alterazione dell’ambiente. 

L’avvento di una società neotecnica presuppone l’avvento — o forse l’invenzione — di una neoeconomia, con scale di valori diverse da quelle attuali; così dovrebbe “valere di più″ un oggetto o un servizio ottenuto con minore consumo di energia, con minore contenuto di risorse naturali non rinnovabili, con minore inquinamento nella fase di produzione e di uso. Al posto del costo e del prezzo monetario, privi di significato “naturale”, dovrebbe essere introdotto un “costo energetico”, un “costo ambientale”, scale di valori tutte da inventare. 

Nonostante il gran parlare che se ne fa, non è affatto vero che tutti sono amici dell’ecologia; per le intrinseche contraddizioni fra la sopravvivenza del pianeta e le attuali regole della tecnica e dell’economia, chi ubbidisce alle regole dell’attuale “economia” per forza deve accettare o subire guasti presenti e futuri alla natura.La salvezza va perciò cercata nel coraggio di dire “no” alla attuale società dei consumi, del “di più″, del possesso di beni materiali fine a se stesso, regola e fonte di intossicazione dei paesi del Nord del mondo — nel nome dei diritti degli altri membri della collettività umana, della possibilità di lasciare al “prossimo del futuro” terre fertili, acque bevibili, aria respirabile, di assicurare a quelli che oggi hanno poco o niente, decenti condizioni di vita, nel nome della conservazione delle stesse basi fisiche della vita. 

La salvezza presuppone una profonda critica e revisione delle regole della società del libero mercato — ormai accettate da tutti i paesi, anche da quelli che una volta avevano una economia pianificata — le quali appaiono sempre più incompatibili con la realizzazione di forme di equilibrio e di convivenza fra gli esseri umani e la natura.