SM 3110 — Un secolo e mezzo di petrolio — 2009

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La Gazzetta del Mezzogiorno, venerdì 28 agosto 2009

 Giorgio Nebbia nebbia@quipo.it 

Avevano deciso di smontare tutta la baracca, quel 29 agosto del 1859; Edwin Drake (1819-1880) e il suo socio avevano finito i soldi per le trivellazioni nel sottosuolo della Pennsylvania alla ricerca di petrolio, quel materiale oleoso e bituminoso che affiorava qua e là e che veniva venduto per ricavarne olio da lampade e lubrificanti per carri.  Di petrolio fino allora non avevano trovato traccia; la leggenda vuole che quella sera, perforando l’ultimo pozzo, il petrolio finalmente sia sgorgato; la testardaggine di Drake aveva aperto una nuova pagina della storia del mondo. In quel 1859 qualche pozzo petrolifero veniva scavato in Russia e Romania, ma la richiesta di petrolio era limitata. Ai tempi di Drake il petrolio veniva sottoposto ad una rudimentale distillazione e una delle frazioni, il cherosene, si rivelò adatta come olio per le lampade; fino allora il principale olio per illuminazione era quello di balena, ma la richiesta di olio di balena aveva portato all’impoverimento delle popolazioni di balene e il nuovo “olio” risolveva un problema di esaurimento di una risorsa naturale divenuta scarsa. 

Negli anni successivi furono perfezionate le tecniche di “distillazione frazionata” del petrolio greggio con le quali si potevano ottenere varie sostanze, alcune più volatili, altre più “dense”; la scoperta del petrolio “americano” diede una spinta decisiva all’uso commerciale della nuova risorsa, apparentemente abbondante, offerta dalla natura. Si può quindi ben dire che il pozzo di Drake, 150 anni fa, segnò l’inizio di una nuova era, nel bene e nel male. Intorno al petrolio si scatenò ben presto una guerra per il diritto di sfruttamento dei giacimenti; nel 1865 entra in scena John Rockefeller (1839-1937) che comprò una traballante raffineria di petrolio e la potenziò col nome di Standard Oil. In quell’anno era finita la guerra civile americana e, con l’unificazione fra stati industriali del Nord e stati agricoli del Sud, l’America era assetata di energia. Il petrolio doveva essere trasportato dai pozzi alle raffinerie e Rockefeller costruì i primi oleodotti; i derricks, le torri che sostengono le trivelle dei pozzi petroliferi, apparvero sempre più spesso nell’orizzonte di sempre più numerose zone del mondo. 

Il successo commerciale dei derivati del petrolio ne fece aumentare l’estrazione in Russia e nelle colonie britanniche, da cui il petrolio arrivava in Europa con navi petrolifere che, dal 1892, potevano passare attraverso il canale di Suez. 

Aumentavano le grandi compagnie petrolifere: la Standard di Rockefeller, i russi, la britannica Shell, l’olandese Royal Dutch che sfruttava i pozzi delle colonie del Sud-est asiatico. Nel vocabolario entravano parole nuove come “trust”, accordo fra le compagnie per spartirsi il mercato tenendo alti i prezzi e, naturalmente, i guadagni dei pochi baroni del petrolio. Il perfezionamento del motore a scoppio e la sua applicazione alle automobili e agli aeroplani, fece aumentare, nei primi anni del Novecento, la richiesta di petrolio e dei suoi prodotti di raffinazione e tale aumento fece aumentare a sua volta la richiesta di automobili e di aerei. 

Gli usi militari durante la prima guerra mondiale (1914-1918) e gli anni della frenesia consumistica del dopoguerra videro l’esplosione dell’industria petrolifera. Una nuova svolta nella storia del petrolio si chiamò “Texas” e si ebbe intorno al 1930; bastava fare un buco per terra che nel Texas sgorgava petrolio e si formavano sterminate ricchezze. L’atmosfera di quel tempo è ben riprodotta nel film “Il gigante” di Gorge Stevens (1956) con James Dean (fu il suo ultimo film), che interpreta un giovane povero bracciante a cui il padrone aveva regalato un pezzetto delle sue immense proprietà texane, e che scopre che nel sottosuolo c’è petrolio (celebre la scena del protagonista che fa la doccia sotto il primo getto di petrolio) e diventa ricchissimo. 

Petrolio fonte di immense ricchezze e povertà, fonte di inquinamenti e di conflitti. Afghanistan, Iran, Iraq, Sud America, Libia, Indonesia, Caucaso, Ucraina, Nigeria: dovunque ci sono guerre, morti per violenza e per fame, c’è lui, il petrolio, ci siamo noi con la nostra sete di benzina e di elettricità. Petrolio che oggi occorre estrarre da pozzi sempre più profondi, sotto gli oceani, fra i ghiacci polari, da giacimenti che mostrano i segni di impoverimento o esaurimento. Il libro “Il premio” di Daniel Yergin (editore Sperling e Kupfer), spiega tutti i motivi di tutte le crisi e violenze e guerre attuali — e di quelle future.