SM 2884 — Zero ? — 2007

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La Gazzetta del Mezzogiorno, martedì 13 novembre 2007

Giorgio Nebbia nebbia@quipo.it

Un signore mi ha scritto comunicandomi di aver inventato una macchina che funziona con emissioni zero: la si può applicare con successo alla marmitta delle automobili, ai camini delle caldaie e a molti altri processi inquinanti. Cerco di spiegargli che non si può promettere un qualsiasi dispositivo con emissioni zero: qualsiasi processo che ha a che fare con la trasformazione della materia — un processo che brucia benzina con ossigeno, un processo che trasforma calcare e sabbia in cemento, eccetera — alla fine inevitabilmente emette nell’ambiente qualcosa che non è “zero”. Il mio interlocutore mi risponde un po’ stizzito che evidentemente non leggo i giornali e le riviste o non consulto Internet perché ci sono migliaia di casi in cui si parla di emissioni zero. Le più diffuse promesse di “emissioni zero” riguardano le automobili, nelle quali, come si sa, le ruote possono girare grazie alla trasmissione del movimento avanti e indietro di un pistone in un “cilindro”. Nel cilindro viene immessa benzina e aria; l’ossigeno dell’aria, reagendo con il carbonio e l’idrogeno della benzina, fa aumentare nel cilindro la temperatura e il volume dei gas che, espandendosi, spostano il pistone. 

Nella reazione di “combustione” della benzina si formano vari gas: principalmente anidride carbonica e poi vapore d’acqua e quantità minori di altri gas come ossido di carbonio, ossidi di azoto e poi polveri e piccole quantità di altre sostanze, alcune molto dannose alla salute, e tutti finiscono nell’aria e vengono respirati dai passanti. Per ogni litro di benzina vengono immessi nell’atmosfera circa 4 chili di gas, compreso l’azoto dell’aria. Quando si parla di inquinamento i cittadini e le autorità si preoccupano di una parte di questi agenti, di quelli più nocivi, e le fabbriche automobilistiche cercano di progettare motori e dispositivi che riducano la concentrazione di tali sostanze nocive, e un po’ ci riescono, ma le emissioni non sono mai zero. Al più si può dire che le emissioni di ossido di carbonio, o di idrocarburi, o di polveri, sono meno di tanti grammi o milligrammi per ogni chilometro percorso dall’automobile. 

Alcuni fabbricanti di automobili suggeriscono di impiegare nel motore idrogeno, anziché benzina; ma l’idrogeno (che comunque si ottiene consumando metano o elettricità), quando viene immesso nel motore al posto della benzina, reagendo con l’ossigeno, genera calore e acqua allo stato di vapore, una miscela di gas che spinge il pistone. Apparentemente da idrogeno e ossigeno si dovrebbe formare soltanto acqua, ma purtroppo nel motore l’ossigeno viene immesso insieme all’azoto che è presente anche lui nell’aria, e così si formano piccole, ma non trascurabili, quantità di ossidi di azoto che sono emissioni dannose e diverse da “zero”. Neanche l’uso dell’idrogeno, quindi, permette di promettere emissioni zero. L’idrogeno potrebbe fornire elettricità (in grado di alimentare un motore elettrico) reagendo a bassa temperatura con ossigeno nelle celle a combustibile; in questo modo non si formano ossidi di azoto, ma non si hanno neanche così emissioni zero perché il prodotto della reazione è sempre acqua che finisce nell’ambiente (a parte altri inconvenienti tecnici ed economici). 

Un altro campo in cui in tanti promettono emissioni zero è quello degli inceneritori di rifiuti; adesso li chiamano termovalorizzatori o termocombustori, ma sono sempre la stessa cosa. Le popolazioni non vogliono che ne venga costruito uno vicino alle loro abitazioni perché sanno che dall’inceneritore escono sostanze che possono danneggiare la salute: la combustione dei rifiuti, anche dopo qualche trattamento che li trasforma in “combustibile derivato dai rifiuti” (CDR), produce anidride carbonica e acqua, ma anche moltissime altre sostanze che variano a seconda dalla composizione dei rifiuti. Talvolta si tratta di idrocarburi o di metalli tossici come mercurio e cadmio che erano presenti nelle lattine, negli oggetti di plastica, nella carta, nei materiali organici presenti nelle merci usate che sono state buttate via come rifiuti. Talvolta si tratta di diossine o di altre sostanze clorurate tossiche che si formano dalla trasformazione, nei forni degli inceneritori, delle materie plastiche o di altri ingredienti dei rifiuti. 

Per far fronte alla protesta popolare i fabbricanti di inceneritori cercano di filtrare una parte di questi gas, di diminuire la massa delle emissioni; alcuni promettono macchine ancora migliori, addirittura con “emissioni zero”. Se anche fosse vero che la macchina miracolosa filtra diossine, polveri, mercurio, eccetera, le emissioni ci sono sempre sotto forma, se non altro, di anidride carbonica e di vapore acqueo e di altri gas, inevitabili prodotti di ogni combustione, e di ceneri. Il venditore potrà allora dire che, con le sue macchine, le emissioni di diossina, mercurio o che altro sono bassissime, sono al di sotto di tanti grammi o milligrammi per ogni tonnellata di rifiuti bruciati, ma la promessa di “emissioni zero” non può essere mantenuta. Per concludere, siamo schiavi, senza via di fuga, del principio di “conservazione della massa” il quale afferma che tutto quanto entra in un processo si deve ritrovare alla fine, esattamente nella stessa quantità, sia pure in forma chimicamente differente, da qualche parte, nel sacchetto della spazzatura, fuori dal camino della cucina o della fabbrica o dal tubo di scappamento dell’automobile. Solo se ci si rende conto dell’inafferrabilità del valore “zero” delle emissioni si può affrontare con coraggio il vero problema che è quello di capire quali e quante e dove sono le emissioni di ciascun processo e di diminuirle al massimo per difendere la salute e la natura.