SM 3513 — Sull’amianto — 2012

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 La Gazzetta del Mezzogiorno, martedì 18 dicembre 2012

Giorgio Nebbia nebbia@quipo.it

Questo 2012 sta finendo con il caso ILVA, ancora aperto nel conflitto fra lavoro e salute, e il caso Eternit, chiuso col processo in cui, a Torino, sono stati condannati i padroni della società che produceva lastre, coperture e tubi di amianto-cemento nelle fabbriche di Casale Monferrato, Rubiera (Reggio Emilia), Cavagnolo (Torino) e Bagnoli (Napoli); altre fabbriche producevano gli stessi manufatti col nome Fibronit a Bari e Massa Carrara. L’accusa è la responsabilità per la morte di migliaia di persone, operai ma anche cittadini esposti alle polveri di amianto che, respirate, provocano mesoteliomi, tumori che non perdonano. 

L’amianto-cemento, un materiale da costruzione leggero, resistente al calore, non infiammabile, buon isolante termico e acustico, “eterno” come promette lo stesso nome della grande multinazionale che per decenni l’ha prodotto in Italia e in molti altri paesi, è stato inventato nel 1901 dal chimico austriaco Ludwig Hatschek e già dall’anno successivo è stato fabbricato in Svizzera e poi in tutto il mondo. L’amianto, l’unico minerale che si presente in forma di sottilissime fibre, in Italia si trova in Piemonte, in Valtellina, in Sicilia, talvolta associato al talco. 

Questa “meraviglia” e stranezza della natura è nota dai tempi più antichi. Ne parla Plinio nella sua “Storia naturale” scritta nel 70 dopo Cristo, era utilizzata dai Romani; Marco Polo, nel libro “Il Milione”, il resoconto del suo viaggio in Cina alla fine del Duecento, racconta di aver visto in quel lontano paese delle tovaglie che potevano essere lavate mettendole sul fuoco ! Il grande sviluppo, a partire dal primo decennio del Novecento, della produzione di amianto-cemento è stato reso possibile dall’utilizzazione della grande cava a cielo aperto di amianto esistente a Balangero, in provincia di Torino. 

Il successo commerciale dell’amianto è stato grandissimo, fino a quando alcuni medici hanno riconosciuto che molti operai addetti alla sua lavorazione presentavano tumori dell’apparato respiratorio. Col passare del tempo i morti sono risultati migliaia e fra i morti si contavano anche i familiari degli operai che tornavano a casa con indumenti sporchi di polvere di amianto, e anche persone che erano state esposte alla polvere di amianto liberata in seguito all’usura delle pareti e coperture di amianto-cemento. Dopo una lunga lotta si è arrivati finalmente nel 1992 all’emanazione di una legge che vieta la produzione e l’uso dell’amianto e che ha disposto l’avvio di operazioni di bonifica delle zone contenenti amianto e di smaltimento dei manufatti ancora esistenti, milioni di tonnellate. 

Così come ci sono voluti anni di processi e rinvii per arrivare ad una sentenza di condanna dei proprietari delle società produttrici e di risarcimento dei malati e degli eredi dei morti. La lunga storia è descritta nel libro di Giampiero Rossi, “La lana della salamandra” e la storica sentenza di quest’anno del tribunale di Torino è riportata nel fascicolo n. 51 del 2012 del “Quaderno di Storia Contemporanea” di Alessandria. Ma l’amianto-cemento è solo una delle forme in cui è stato utilizzato l’amianto. 

Alla fine del Settecento. Candida Medica Coeli (1764-1846), nata a Chiavenna in Valtellina e sposata Lena Perpenti, una donna di grande curiosità e interessi nel campo delle scienza naturali, aveva visto nel museo di storia naturale di Como un filato di amianto trovato negli scavi di Ercolano. la ricca città ai piedi del Vesuvio sepolta dopo l’eruzione del 79 dopo Cristo. Candida Lena Perpenti si mise in testa di riprodurre lo stesso filato usando l’amianto delle vicine cave valtellinesi; inventò uno speciale pettine e ottenne tessuti e guanti che furono oggetto, in quei primi anni dell’Ottocento, di grande curiosità addirittura internazionale. Instancabile, Candida Leni Perpenti riuscì a fabbricare una carta di amianto su cui era possibile scrivere con un inchiostro resistente al fuoco. 

L’idea fu raccolta dal fisico bolognese Giovanni Aldini (1762-1834) e dall’imprenditore Antonio Vanossi (1789-1857) che fece confezionare degli abiti e stivali adatti a proteggere i pompieri dal fuoco, descritti in un libro del 1830. Nel 1865 in provincia di Torino cominciò la produzione industriale di carte e cartoni di amianto, poi, dal 1882, di filati e tessuti a Grugliasco. Nella filatura della Società Italiana Amianto di Grugliasco lavorarono migliaia di donne molte delle quali morte in giovane età. La dolorosa storia delle “ragazze dell’amianto” è stata raccontata nel libro di Chiara Sasso, “Respirare l’amianto”, il volto oscuro delle fabbriche dell’amianto, salutate all’inizio come occasioni di lavoro e di benessere economico in molte zone povere del paese. 

Se l’uso dell’amianto è finalmente vietato in Italia, la sua produzione nel mondo continua su larga scala, due milioni di tonnellate all’anno, e migliaia di lavoratori continuano ad essere esposti alla fibra mortale in Russia, Cina, Brasile, Canada e in molti altri paesi. Fino a quando la morte e il dolore degli operai e delle loro famiglie dovranno essere il prezzo del diritto al lavoro ?