SM 1314 — Siamo tutti Nauriani ? — 1987

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Consumi e società, 1, (6), 39-40 (novembre-dicembre 1987)

Giorgio Nebbia nebbia@quipo.it

Qualche mese fa su alcuni giornali stranieri è apparsa una inserzione con cui gli abitanti dell’isola di Nauru cercavano … un’altra isola in cui trasferirsi. Sembra una curiosità, ma invece è una storia che si presta ad amare considerazioni. Le isole Nauru sono un arcipelago della Micronesia, nell’Oceano Pacifico, a est della Nuova Guinea. In questa piccola repubblica, indipendente dal 1968, l’isola principale, abitata da circa seimila persone, è costituita da un enorme giacimento di guano, un deposito di escrementi mineralizzati di uccelli marini, utilizzati come materia prima per la fabbricazione di concimi fosfatici e di altri prodotti industriali.

Le isole Nauru sono, con pochi altri paesi — il Marocco, la Florida, l’Unione sovietica — fra i principali esportatori di una materia prima essenziale per l’agricoltura e in crescente richiesta. Nel 1970 — commentava il Washington Post — i nauriani, grazie all’esportazione dei fosfati, avevano il reddito individuale più elevato del mondo, superiore a quello degli Stati Uniti. I cittadini più ricchi della Terra dovevano la propria ricchezza al fatto che stavano vendendo, letteralmente, la propria isola, pezzo per pezzo.

I nauriani possiedono più automobili di qualsiasi altro terrestre (cinquemila automobili su seimila abitanti), ma non hanno strade su cui farle correre, possiedono più merci e frigoriferi di chiunque altro, ma devono importare gli alimenti da conservare e perfino l’acqua da bere, oltre alla benzina e alla mano d’opera per l’estrazione dei fosfati. Oggi — nella metà degli anni ottanta del Novecento — ogni nauriano ha un reddito individuale di 35 milioni di lire all’anno e la piccola repubblica ha accumulato un patrimonio di diecimila miliardi di lire. Ma già nel 1970 fu previsto che, a furia di vendere fosfati, l’isola un giorno non ci sarebbe stata più. Dove sarebbero andati i nauriani con le loro automobili, e frigoriferi e masserizie e i loro soldi ?

A causa dello sfruttamento selvaggio dei giacimenti di cui l’isola è fatta, entro pochi anni i minerali saranno finiti ed è per questo che i Nauriani cercano, con una inserzione sui giornali, un’isola da comprare, dove trasferirsi. Nelle isole vicine non li vogliono, neanche per soldi, per non turbare i delicati equilibri etnici esistenti; se riusciranno a trovare una nuova patria, i Nauriani incontreranno problemi di assimilazione con altre popolazioni.

La storia dei Nauriani rappresenta un nuovo avvertimento del destino futuro di tutta l’umanità, se si continua nella strada di una crescita economica che avviene a spese delle risorse naturali del pianeta. La minoranza ricca dei terrestri si sta comportando, nei confronti di una isola, sia pure più grande, il pianeta Terra, con la stessa logica miope e imprevidente seguita dai Nauriani. Anche noi abbiamo basato tutta la nostra vita sulla necessità — anzi sulla virtù — di far aumentare il reddito monetario individuale. Anche noi, come i nauriani, possiamo far aumentare la ricchezza individuale e collettiva — il prodotto interno lordo — soltanto mangiandoci, distruggendo pezzo per pezzo, la base fisica della nostra vita. E’ infatti possibile avere più merci e denaro, produrre e consumare di più, soltanto a spese delle riserve di minerali e di acqua, della fertilità del terreno, contaminando i campi, i fiumi e l’aria, peggiorando, cioè, le condizioni di vita e di salute.

Vari economisti eterodossi hanno scritto, in passato, che il prodotto interno lordo è una misura fallace della ricchezza di un paese e dei suoi abitanti. In un saggio del1957, pubblicato in un bel libro: “Arcadie. Essais sur le mieux-vivre”, Bertrand de Jouvenel (1903-1987) ha raccontato la parabola di due sorelle, una delle quali fa l’entreneuse e l’altra sta in casa ed educa i figli; la prima contribuisce all’aumento del prodotto interno lordo pur facendo un lavoro non necessariamente entusiasmante dal punto di vista sociale, mentre la seconda è negativa, dal punto di vista del reddito nazionale, pur svolgendo un compito utile socialmente.

Anche di recente l’economista Giorgio Ruffolo, attuale ministro dell’ambiente, ha scritto su La Repubblica un divertente articolo su quello che avviene a Pirlandia, la capitale di uno stato in cui tutto è governato dal Prodotto Interno Reale Lordo, il Pirl, appunto. I pirlandesi, dalla curiosa assonanza con il nome pirla usato in Lombardia per indicare gli sciocchi, i grulli, diventano matti per far aumentare il prodotto interno lordo, pur scoprendo — o magari senza neanche accorgersi — che ci rimettono in pace, salute, ricchezza reale. Ruffolo auspica che la quinta potenza industriale del mondo si dia da fare per elaborare qualche altro misuratore del benessere diverso da quello monetario, capace di tenere conto dei valori veri, dalla salvaguardia dell’ambiente a più umani e civili rapporti sociali e urbani.

Probabilmente, come fu scritto ai tempi della primavera dell’ecologia, agli inizi degli anni settanta del Novecento, bisogna scoprire degli indicatori capaci di descrivere non tanto il prodotto interno lordo, quanto il benessere nazionale lordo (BNL), una grandezza che comprenda, oltre ai minerali estratti, alle merci prodotte, all’energia consumata, anche la disponibilità di spazi verdi, di silenzio, di animali allo stato naturale, di abitazioni adatte all’uomo. In altre parole dobbiamo imparare ad amministrare il pianeta e le sue risorse con attenzione sia economica, sia ecologica e per far ciò è opportuno che coloro che amministrano l’economia dei rapporti degli uomini fra loro e con le risorse naturali, prestino attenzione anche agli aspetti ecologici, agli effetti negativi delle attività umane.

Barbara Ward (1914-1981), una attenta a lungimirante economista cattolica inglese, scrisse nel 1972, in occasione della Conferenza delle Nazioni unite sull’ambiente umano, un libro intitolato: “Una sola Terra” (tradotto in italiano da Mondadori e da allora, sfortunatamente, dimenticato). La Terra e’ come una nave spaziale: da questo piccolo e fragile pianeta, unica casa che abbiamo nello spazio, ricaviamo minerali, cibo, acqua, aria, energia. Nella Terra noi scarichiamo e concentramo escrementi e rifiuti. Ma le riserve di terra coltivabile, di minerali, di acqua dolce, la capacità che i mari e l’aria hanno di ricevere e assorbire i nostri rifiuti, sono limitate, anzi in certe zone sono già scarse, e tendono a diminuire. La crescita della ricchezza monetaria in alcuni paesi può avvenire soltanto con l’intossicazione dei loro abitanti, soltanto con lo sfruttamento delle risorse naturali e l’aumento della povertà dei paesi poveri. Questo tipo di corsa alla ricchezza crea perciò malattie ai ricchi e malattie ai poveri, compromette la sopravvivenza futura di tutti.

Se non vogliamo finire come i nauriani, dobbiamo ripensare i processi di produzione, i modelli di consumo, gli stili di vita: bisogna inventare una nuova tecnica e una nuova economia, bisogna riscoprire nuove scale e indicatori di valori, compatibili con la dimensione limitata delle risorse naturali della Terra, con la stretta interdipendenza fra i popoli, legati dalla comune aria e dai comuni fiumi e mari, al di la’ dei confini politici, come la catastrofe del reattore nucleare di Chernobyl in Ucraina, nel 1986, ha mostrato. Non c’è nessun luogo, negli spazi interplanetari, in cui cinque miliardi di persone (oggi; sette o otto miliardi fra venti o trent’anni) possano trarre luce, energia e vita, possano gettare le proprie scorie e i propri rifiuti.

I nauriani possono — forse — trasferire la loro ricchezza e le loro macchine in “un altro posto”, ma noi terrestri non possiamo mettere nessuna inserzione del tono: “Pianeta cercasi”.