SM 2155 — La vita ama la diversità e i commerci amano l’omogeneità — 1999

This entry was posted by on giovedì, 20 settembre, 2012 at
Print Friendly

Villaggio Globale, 2, (8), 11-28 (dicembre 1999) 

Giorgio Nebbia nebbia@quipo.it 

La diversità ha accompagnato tutta l’evoluzione sulla Terra, da quando le prime forme di vita, estremamente semplici, si sono formate nel “brodo primordiale” dalla combinazione e trasformazione di molecole organiche estremamente semplici, ma dotate di tutti gli atomi, gli ingredienti, necessari per le cellule capaci di riprodursi. Chi ripercorresse la storia della vita troverebbe dovunque una voglia di fantasia e di cambiamento, dalla quale dipende proprio la conservazione ed estensione della vita stessa. 

E’ questo uno dei misteri più disturbanti per coloro che cercano di capire la natura e di appropriarsi delle sue forme per fini commerciali: non esistono due tipi di ”legno” uguali, né due tipi di “cellulosa” o di “amido” o di “proteine” uguali e per quanto si ricorra a strumenti raffinati, come i recenti offerti dalla caratterizzazione del patrimonio genetico di singoli organismi, ci si scontra continuamente con nuove sorprese. 

Chi si dedica, come fa lo studioso di merceologia (cioè dei caratteri dei prodotti commerciali), a identificare le sostanze con cui ha a che fare, si incontra continuamente il dispetto che sembra che la natura si diverta a fargli: lo sanno bene i frodatori che cercano dei materiali naturali che possono essere contrabbandati come prodotti più pregiati: lo si è visto in anni recenti e anche adesso, quando si è costatato che l’olio (poco costoso) estratto dalle nocciole e dalle mandorle può essere venduto facendolo passare per il più costoso olio di oliva: proprio perché esistono tanti tipi di olio di oliva e la composizione media di alcuni può rassomigliare alla composizione chimica degli oli usati per frode. Con la diversità si scontra il panettiere che, non sapendo da dove viene e che caratteri ha la ”farina” che acquista, scopre che lo stesso procedimento può fornire del “pane” di diversa qualità. 

La diversità si trova dovunque, osservando il mondo circostante: il prato, il bosco, anche le stesse zone apparentemente aride che ospitano ugualmente numerose forme di vita. E’ difficile dire perché la vita si comporta così, ma certamente dalla diversità dipendono la sopravvivenza e la stabilità degli ecosistemi. Eppure le attività umane cercano in tantissime occasioni, per fini “economici”, di annullare e spianare tale diversità. 

L’attentato alla diversità biologica è cominciato con la rivoluzione del neolitico, quando i nostri antichi predecessori, diecimila anni fa, si sono stancati di dover raccogliere bacche e frutti e radici così come li offriva la natura nella sua grande varietà, e hanno scoperto che alcune piante potevano essere coltivate e riprodotte, tutte uguali, in un terreno, che alcuni animali potevano fornire carne e latte, una volta che fossero catturati e allevati e fatti riprodurre in conformità con le necessità umane. 

Da allora gli esseri umani hanno richiesto crescenti quantità di prodotti agricoli e zootecnici quanto più possibile omogenei e sono cominciati le coltivazioni e gli allevamenti intensivi, sempre più diffusi e accelerati, da due secoli a questa parte, con il continuo aumento della popolazione mondiale. Più merci alimentari, agricole e zootecniche, a basso prezzo, più interventi per “appiattire” la natura alle nostre necessità, fino a quando questa guerra alla diversità della natura ha cominciato a ricadere su chi l’aveva intrapresa a fini di profitto. 

Nel momento in cui si interviene su un ecosistema, privandolo della sua varietà “naturale” per piegarlo alla necessità di una omogeneità commerciale, si vede che, dopo qualche tempo, le nuove coltivazioni diventano meno fertili, le speranze di resa economica diminuiscono. E occorre integrare il terreno, mediante concimi, con le sostanze che le successioni di coltivazioni di grano, o di riso, o di soia, o di cotone portano via nel loro ciclo vitale, diverso da quello che il terreno originariamente ospitava. Le coltivazioni “omogenee”, intensive, come si dice, sono esposte all’attacco di parassiti e richiedono l’applicazione di pesticidi; che alterano gli equilibri e la qualità degli ecosistemi e anche dei prodotti ricavati dalle colture intensive. 

Lo stesso ragionamento vale quando viene distrutta la macchia o il bosco spontaneo per trasformarli in strade, in piattaforme di cemento o in prati “all’inglese”, nel nome di un malinteso senso della bellezza, per cui si considera brutta e sporca la natura spontanea “selvaggia”, e bello e pulito un prato ben livellato, salvo, anche qui, dopo breve tempo, costatare che i prati e gli alberi esotici si seccano, richiedono continuamente acqua e quasi si ribellano per essere stati messi nei posti sbagliati, a loro estranei. 

Come si fa a spiegare che ogni volta che si ha a che fare con la natura bisogna lasciare che essa segua le sue leggi e regole, che le piante sopravvivono e vivono bene soltanto se le si lascia nella condizione che garantisce spontanei rapporti di collaborazione fra le varie specie ? 

Una rivoluzione culturale di questo genere sarebbe tanto più urgente in questi anni di frenesia di lavori pubblici e di costruzioni private, per cui si spianta qualsiasi cosa, si livellano le depressioni, si copre la terra di cemento a asfalto, salvo poi lamentarsi per l’effetto serra, per i mutamenti climatici, dimenticando che si tratta delle inevitabili conseguenze della distruzione del verde, l’unico depuratore naturale capace di eliminare il continuo aumento della concentrazione  di quella anidride carbonica che, accumulandosi nell’atmosfera, ne fa aumentare la temperatura ? 

La diversità si vendica

Da qualche decennio a questa parte si è improvvisamente scoperto che la diversità biologica, che si era cercata di livellare e annullare, nasconde dei tesori sfruttabili commercialmente. Dopo aver assistito alla perdita di produttività delle piante e degli alberi tradizionali si è scoperto che questi potevano essere “corretti” scegliendo altre varietà, realizzando degli ibridi più resistenti all’attacco dei parassiti, utilizzando altre specie e varietà fra le centinaia di migliaia di quelle fino allora sconosciute, fra quelle che crescono nelle condizioni diverse dai climi temperati tipici dei paesi industriali. Chimici e botanici anzi hanno scoperto che molte di tali varietà e specie contenevano sostanze chimiche utili a fini umani e commerciali. 

Una interessante storia di utilizzazione delle sostanze ancora sconosciute, sparse nel mondo della natura, che si rivelano miracolose non appena qualcuno ne studia la composizione, è raccontata nell’autobiografia di uno di questi ”esploratori”, Carl Djerassi, intitolata ”La pillola” (Milano, Garzanti). Djerassi, analizzando le sostanze presenti nelle radici di igname messicano, nei cactus, nei residui della lavorazione del sisal, eccetera, riuscì ad ottenere le materie prime per la sintesi del progesterone, del testosterone, del cortisone (1951) e, sempre nel 1951, del primo contraccettivo steroideo orale, il norprogesterone, “la Pillola”. E tutto questo in un piccolo laboratorio di Città del Messico. Si tratta di un esempio di come la curiosità umana può ottenere dall’enorme riserva di sostanze racchiuse nella biodiversità nuovi impensabili beni per gli umani. 

I nativi delle foreste e delle giungle hanno così visto calare a frotte i funzionari delle grandi industrie che hanno cercato le specie da cui estrarre sostanze biologicamente attive, farmacologicamente utili, e hanno visto che i nuovi colonizzatori si portavano via le loro piante per coltivarle altrove e per trarne ricchezza. 

Naturalmente i paesi, per lo più sottosviluppati, nei cui boschi vengono scoperte le fonti di nuove materie prime rivendicano la loro “proprietà” di tali risorse e il loro diritto ai relativi benefici commerciali, al punto che si è dovuto cercare di arrivare ad accordi, a trattati, per assicurare un risarcimento a coloro che sono espropriati del patrimonio vegetale o animale a fini commerciali. I trattati sulla biodiversià, inoltre, impongono dei limiti allo sfruttamento delle risorse vegetali e animali terrestri al fine di salvaguardare la sopravvivenza delle piante e degli animali (oggi) meno commercialmente attraenti ma che pure rappresentano un serbatoio di ricchezza genetica e chimica. 

Lode dell’omogeneità 

Adesso che ho parlato bene della diversità e ho deplorato le azioni che tentano di imporre l’omogeneità nel mondo della natura, che ha invece bisogno proprio del contrario, della diversità, parlerò bene dell’omogeneità quando è applicata a razionalizzare le cose e a rendere più facile e meno dissipativa la vita umana, economica. 

Tutto è cominciato all’alba dell’industrializzazione, quando ogni artigiano costruiva degli oggetti senza curarsi di quello che avrebbero fatto gli altri. Così venivano fabbricati chiodi, viti e bulloni diversi fra loro e non intercambiabili, fino a quando non arrivò il grande inglese Joseph Whitworth (1803-1887), autodidatta, tecnico meccanico e inventore di numerosi macchinari per l’industria, al quale si deve la proposta di omogeneizzare tutte le filettature delle viti e dei dadi, limitandole a poche unità. Grazie alla filettatura Whitworth e al suo principio, se perdete un dado di una vite della vostra ruota, fabbricata in Italia, nel deserto australiano, troverete un’officina che ha a disposizione un dado esattamente adatto a sostituire quello perduto. Per le sue molte invenzioni Whitworth fu nominato Sir. 

L’idea di standardizzare e unificare gli oggetti ebbe effetti rivoluzionari; nella loro fabbricazione si consumavano meno materiali ed energia, durante l’uso era possibile trovare dovunque ricambi adatti; a tale idea si deve il successo (si fa per dire) delle armi da guerra i cui proiettili sono standard ormai presso tutti gli eserciti; si deve il successo dell’industria automobilistica e meccanica. Era il grande Henry Ford, negli anni venti, che si vantava di produrre la sua mitica automobile modello T (venduta in milioni di esemplari) in qualsiasi colore purché fosse … nero. 

Un altro esempio di standardizzazione è offerto dalla “jeep”, fabbricata durante la seconda guerra mondiale (1939-1945) per l’esercito americano, progettata proprio adatta al funzionamento, alla manutenzione e ai facili ricambi in qualsiasi parte del mondo, dalle giungle asiatiche alle distese polari, dalle paludi alle montagne. 

La standardizzazione della carta e fa diminuire gli sprechi e facilita l’uso delle macchine per scrivere, delle stampanti e dei fax; la standardizzazione di molte confezioni permette di risparmiare lo spazio nei frigoriferi e nei magazzini, eccetera. Pensate all’importanza della standardizzazione delle prese di corrente, del voltaggio delle reti elettriche, dei dischetti per computer, e di tanti altri oggetti. 

Eppure, proprio come, per ignoranza e avidità, la società dei commerci viola la diversità della natura, per la stessa avidità crea intralci alla omogeneità, delle merci e dei prodotti. L’industria automobilistica, per esempio, oggi, invece di diffondere e propagandare automobili quanto più omogenee possibili, con pezzi facilmente ricambiabili, nel nome della concorrenza e della personalizzazione produce, per ciascun modello, innumerevoli varianti; ciascuna marca e modello usa differenti strumenti e impianti e accorgimenti, rendendo sgradevole e costoso ogni ricambio, la riparazione di ogni guasto anche banale. 

E se il fastidio è grande per gli acquirenti di automobili e autoveicoli nei paesi industriali, questa mancanza o la povertà della standardizzazione rappresenta un vero disastro nei rapporti con i paesi del Sud del mondo e rende spesso insuperabili i problemi di ricambi e di manutenzioni. Nell’ambito della politica di “aiuti allo sviluppo”, per esempio, sono stati inviati in tali paesi moltissimi autobus che avrebbero potuto andare bene in Italia o in Germania, ma che, al primo guasto, in Africa o Asia, sono finiti nei depositi di rottami inutilizzabili. 

Anzi, a proposito di rottami e scarti, la mancanza di standardizzazione nei prodotti è largamente responsabile dell’insuccesso di tante imprese di riciclo delle merci usate; negli oggetti metallici la presenza di differenti leghe impedisce o rende difficile la rifusione dei rottami in pezzi di nuovo utilizzabili. La grande varietà di additivi nei vari tipi di materie plastiche, nei vari tipi di carta e cartoni, rende difficile trasformare plastica e carta in nuovi prodotti commerciabili. 

E pensate agli innumerevoli guai generati dal continuo cambiamento degli standards di scrittura e lettura dei computer, dei formati dei dischi, dei metodi di “lettura” delle informazioni. Immagino (temo) che molti lettori abbiano sperimentato che i testi scritti o copiati, cinque anni fa, su dischi o computer sono oggi illeggibili e inutilizzabili; e nell’arrabattarsi con i guai informatici fa un po’ rabbia lo sguardo ironico che, dagli scaffali, lanciano i libri di carta, che sono li da decenni, sempre uguali e fedeli, sempre pronti e senza problemi di conversione da un “linguaggio” all’altro, senza pericolo che la pressione su un tasto sbagliato li faccia volatilizzare. 

Per farla breve, così come prima auspicavo la diffusione nell’opinione pubblica, e pertanto nei governanti, della cultura della difesa della diversità nel regno della natura, vorrei adesso raccomandare la diffusione della cultura e dell’apprezzamento per la standardizzazione nel regno delle cose, nel mondo delle merci.