SM 1706 — Il “Settantatre” rivisto venti anni dopo — 1993

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Consumi & Società, 7,  (3), 35-39 (maggio-giugno 1993)

Giorgio Nebbia nebbia@quipo.it

Quella del 1973 fu la più grande crisi economica del secondo dopoguerra, paragonabile, come effetti, alla crisi del 1929. Nel parlare comune la crisi del 1973 viene spesso indicata come la crisi petrolifera e spesso la si associa alla “guerra del Kippur”, la quarta guerra arabo-israeliana che si svolse ai primi di ottobre dello stesso anno. Nell’ottobre 1973 i paesi petroliferi, riuniti in un cartello denominato OPEC (organizzazione dei paesi esportatori di petrolio) decisero di sospendere per alcuni giorni l’esportazione del petrolio e di aumentare il prezzo di questa indispensabile materia prima da tre a sette dollari al barile, cioè, in moneta del tempo, da 10 a 25 mila lire alla tonnellata.

Si disse allora, e si fa credere ancora adesso, che tale aumento fu la “vendetta” degli sceicchi contro l’Occidente che aveva fornito armi e sostegno a Israele nella sua risposta-lampo all’attacco egiziano avvenuto in uno dei giorni di festa ebraica, appunto nel giorno del Kippur. In realtà la crisi petrolifera, e la crisi delle materie prime che venne dietro, avevano delle radici molto più profonde e complicate e solo una società miope e spensierata avrebbe potuto farsi prendere di sorpresa.

Intorno al petrolio, divenuto negli anni cinquanta e sessanta del secolo scorso, materia indispensabile per qualsiasi società industriale, per le automobili, per le macchine industriali, per il riscaldamento, per la produzione di elettricità, per la fabbricazione delle materie plastiche, era da tempo in corso una guerra sotterranea. Lo si era visto già nel 1953 con la rivolta di Mossadeq in Persia contro lo Scia, con la chiusura del Canale di Suez nel 1956 e la sua nazionalizzazione da parte dell’Egitto. Erano tutti segni che i paesi del Sud del mondo, detentori di materie prime indispensabili per i paesi industriali — petrolio, ferro, cromo, prodotti agricoli e forestali, eccetera — erano stanchi di farsi sfruttare. Anche dopo la fine della dominazione coloniale, i paesi industriali continuavano a dominare, attraverso le compagnie multinazionali, la corruzione, la guerriglia, i governi dei paesi emergenti, assicurandosi dei prezzi bassi per le materie prime.

I paesi industriali, poca differenza faceva che fossero a economia di mercato o “socialisti”, riuscivano così ad acquistare materie prime a basso prezzo, le trasformavano in manufatti e vendevano questi manufatti ad alto prezzo trattenendo al proprio interno il “valore aggiunto” col lavoro e le tecniche di trasformazione. Nel 1955 a Bandung e poi nel 1956 a Brioni alcuni paesi del Sud del mondo (Egitto, Yugoslavia, Cina, India, Indonesia) si erano dichiarati non allineati rispetto ai due imperi americano e sovietico e ai loro satelliti, con l’obiettivo di uscire dalle loro zone di influenza;  nel 1960 i paesi petroliferi avevano creato l’OPEC e nel 1964 si era tenuta la prima conferenza  delle Nazioni Unite sul commercio e lo sviluppo, UNCTAD, secondo la sigla inglese. Ma i due imperi del Nord del mondo erano troppo forti per preoccuparsi, e non si preoccuparono neanche quando nel 1970, il colonnello Gheddafi, appena salito al potere in Libia, aveva nazionalizzato i campi petroliferi e aveva aumentato il prezzo del petrolio greggio da due a tre dollari al barile.

Quasi contemporaneamente in Cile il socialista Salvador Allende veniva eletto presidente al posto del democristiano Frei. Già Frei aveva proceduto ad una “cilenizzazione” delle miniere di rame, sfruttate da decenni dalle multinazionali americane, riconoscendo però alle compagnie  straniere un indennizzo per gli investimenti che esse avevano fino allora fatto. Allende fece un passo avanti: attuò una completa “nazionalizzazione” delle stesse miniere stabilendo che le multinazionali del rame avevano già guadagnato abbastanza con lo sfruttamento di una preziosa e scarsa risorsa cilena e che si dovevano considerare largamente indennizzate.

Gli eventi dei primi anni settanta del Novecento destarono una grande ondata di speranza in tutti i paesi sottosviluppoati:era possibile, allora, tenere testa al  potere straniero; era possibile  cercare una strada autonoma allo sviluppo e all’indipendenza economici. Questa stessa speranza di cambiamento nell’uso, nello sfruttamento, dei beni del pianeta era contenuta anche nell’ondata di contestazione ecologica che stava percorrendo, a partire dal 1970, tutti i paesi industriali: Intesa dapprima come una pittoresca bizzarria giovanile, la protesta ecologica  si rivelò ben presto, da una parte, una forma di ribellione all’inquinamento, alla distruzione della natura, alla speculazione edilizia, dall’altra come una domanda di profondi cambiamenti dei modi di produzione e di consumo, della struttura della città, dei rapporti internazionali.

La scienza ecologica insegnava che il pianeta ha dimensioni limitate, che limitate ed esauribili sono le riserve di petrolio, di minerali, di acqua, di foreste, che le  risorse naturali del pianeta devono essere gestite come beni collettivi e nell’interesse di tutti i popoli, non solo delle potenze industriali. Del  resto  i segni dell’esaurimento delle  risorse  naturali erano  davanti  agli occhi di tutti;  nei  paesi  industriali scarseggiava l’acqua contaminata dagli agenti inquinanti; con i  suoi  smodati consumi di petrolio gli Stati  Uniti  erano passati da paesi esportatori di petrolio a paese importatore di  questa materia prima; i giacimenti di rame  più  ricchi, nel Cile o nel Canada, si stavano esaurendo e occorreva ormai trattare minerali sempre più poveri e costosi.

Nel 1970 un gruppo di persone tutt’altro che rivoluzionarie, comprendente industriali, uomini politici, economisti, raccolti da Aurelio Peccei nel Club di Roma, aveva cominciato ad elaborare  un quadro del futuro: se si va avanti con questa ondata di consumi e sprechi si arriverà — essi conclusero — un giorno a combattere delle guerre per la conquista delle materie  prime,  l’umanità dovrà far fronte a carestie, inquinamenti, fame. Il libro che invitava a porre dei “limiti alla crescita” apparve  nel 1972, in concomitanza con due eventi importanti.

Le Nazioni Unite decisero di tenere a Santiago del Cile -  in un  paese che stava vivendo, con Allende,  una  primavera  di speranza, di via autonoma allo sviluppo – la terza conferenza su  commercio  e sviluppo (UNCTAD III). I paesi  qui  riuniti riconobbero  che lo sviluppo umano richiedeva piu’ equi  rapporti  commerciali, piu’ giusti prezzi per le  materie  prime del  sud  del  mondo: solo cosi’ si sarebbe  potuto  dare  un contributo  anche alla lotta all’inquinamento,  alla  salvaguardia ecologica della Terra.

Il  secondo  evento fu rappresentato dalla  conferenza  delle Nazioni  Unite, tenutasi a Stoccolma nel giugno dello  stesso 1972,  sull’”ambiente  umano”. Anche qui fu ribadito  che  la salvezza  del  pianeta richiedeva un  uso  piu’  parsimonioso delle risorse planetarie scarse e nuovi rapporti economici  e commertciali internazionali. Solo cosi’ sarebbe stato  possibile  diminuire gli sprechi e gli inquinamenti nel  Nord  del mondo  e assicurare uno sviluppo economico nei paesi del  Sud del mondo.

I mesi che precedettero la grande crisi del 1973 furono pieni di  vivaci  dibattiti centrati tutti sui temi  delle  risorse naturali, dell’ambiente, dei rapporti economici. Il  libro  sui  “limiti alla crescita”  suscito’  un  furioso dibattito. Gli economisti tradizionali ironizzarono e derisero le previsioni del Club di Roma. Nello stesso tempo i  vari paesi  industriali  cominciarono ad interrogarsi  sulle  loro condizioni  ambientali;  il  governo  italiano  affido’  alla società Tecneco  la redazione della prima  relazione  sullo stato dell’ambiente che fu completata e presentata al pubblico nel giugno del 1973. Ironicamente, in mezzo a tanto amore (a parole) per  l’ecologia,  nell’agosto del 1973 scoppio’ una epidemia di colera  a Napoli  e  Bari,  non tanto estesa, ma  sufficiente  per  far “scoprire”  agli italiani lo stato miserando o  l’assenza  di fognature e depuratori delle acque.

Quella  lunga  estate  del settantatre fu  segnata  da  molti eventi contradditori: nel Cile si stavano susseguendo scioperi e manifestazioni contro il programma di austerita’  proposto da Allende e la crisi esplose il 14 settembre 1973 con il colpo di stato fascista che abbatte’ il governmo socialista e portò al “suicidio” dello stesso presidente. Il governo di militari, guidato da Pinochet, riaprì le porte del Cile alle multinazionali americane l’”ordine” sembrava ristabilito secondo la logica dei paesi industriali e dei loro interessi.

Se il mercato del rame era turbolento, altrettanto lo era quello del petrolio:dopo il primo aumento del prezzo, praticato da Gheddafi nel 1970, per tutto il 1971 e 1972 vi erano stati incontri, spesso tempestosi, tra i paesi esportatori e le compagnie petrolifere i primi  chiedevano aumenti del prezzo; le seconde cercavano di limitare i danni arrecati dalla nuova unità e forza del cartello dei paesi  esportatori. Nel corso del 1973 un altro piccolo aumento del prezzo del petrolio si era avuto dopo gli incontri di Ginevra in giugno e di Vienna in settembre; la riunione successiva dell’OPEC era stata fissata per il giorno 8 ottobre.

Il colpo di stato del settembre nel Cile mostrò ai paesi del Sud del mondo che con le buone sarebbe stato difficile proteggere i propri interessi. Il mondo capitalistico occidentale ascoltava soltanto la voce dei soldi e i prezzi delle materie prime potevano essere aumentati soltanto con  azioni concordate fra paesi produttori. Il 6 ottobre, giorno del Kippur, scoppiava la guerra in Israele e la riunione dell’OPEC dell’8 ottobre a Vienna si svolse in un clima di grande tensione. I paesi arabi membri dell’OPEC decisero di sospendere per alcuni giorni le esportazioni e tutti si trovarono d’accordo nell’aumentare di due volte e mezzo il prezzo del greggio.

Rileggendo le pagine dei giornali dell’ottobre 1973 si prova sbalordimento e sdegno per la miopia dei governanti; in Italia in particolare era in vigore un “piano energetico” che prevedeva una espansione dei consumi delle fonti di energia, la costruzione di decine di centrali nucleari, un crescente ricorso al petrolio, al punto che l’ENEL, che era diventato proprietario delle  miniere di carbone del Sulcis, aveva deciso nel 1971 di chiuderle definitivamente.

Il Parlamento italiano condusse nel novembre del 1973 una indagine conoscitiva sul problema dell’energia: mentre il petrolio scarseggiava e aumentava di prezzo, il governo non modificava i suoi piani a medio termine, limitandosi a provvedimenti occasionali come la limitazione della circolazione degli autoveicoli la domenica. Le strade con i cittadini a cavallo o in bicicletta o sui pattini a rotelle sembravano scherzose feste più che segni di un vero cambiamento nella politica energetica, l’avvio di una lotta allo spreco e all’inquinamento. Ben pochi riconobbero che i provvedimenti di emergenza  riflettevano proprio quello che avevano annunciato, negli anni precedenti, gli ambientalisti e lo stesso Club di Roma.

Nell’aprile del 1974 le Nazioni Unite, nell’ambito dell’assemblea generale, organizzarono una sessione sspeciale sulle materie prime; apparve così che dalla crisi si poteva uscire soltanto con l’adozione di un “nuovo ordine economico internazionale” che assicurasse un adeguato sviluppo ai paesi del Sud del mondo, un interscambio di tecnologie e di esperienze, una politica delle materie prime che tenesse conto dei problemi di scarsità e rallentasse il degrado ecologico.

Le  buone intenzioni restarono al livello di parole e i paesi sottosviluppati risposero con una serie di aumenti del prezzo del petrolio (fino a 40 dollari al barile alla fine degli anni settanta), dei minerali, dei prodotti agricoli. Nel giugno del 1977 si ebbe un colpo di stato nel Katanga, con conseguente aumento del prezzo del rame e del cobalto; nel 1979 Khomeini mandò via lo scia dall’Iran e instaurò quella strana repubblica religioso-socialista che è ancora al potere oggi, pur dopo infinite vicissitudini.

Gli eventi dell’estate e dell’autunno di venti anni fa furono compresi poco e male in Italia. Solo con il procedere del 1974, quando fu chiaro che la crisi continuava e che anzi  il prezzo  delle  materie prime continuava ad aumentare, ci si cominciò ad interrogare sui rimedi da adottare e cominciò a circolare la parola “austerità” che sarebbe stata considerata vera parolaccia nei mesi successivi. Austerità significa modificare molti modelli di produzione e di consumo, cercare di dipendere di meno dalle importazioni, significava attuare una programmazione che era rimasta una parola in tutti gli anni precedenti. Nonostante i dibattiti sulla necessità di un cambiamento, la politica governativa  continuava sulla via degli sprechi: furono finanziati e costruiti con pubblico denaro impianti petrolchimici  che non hanno mai prodotto un chilo di merce, continuavano i programmi energetici basati su una espansione dei consumi.

Il “nuovo” piano energetico nazionale, pubblicato nell’estate del 1975, conteneva previsioni di consumi di energia totale e di elettricità del tutto assurdi, un programma di costruzione di sessanta centrali nucleari. Ancora nel 1977, quando la produzione di acciaio declinava in Italia ed era già stazionaria in tutto il mondo, era prevista  la realizzazione del quinto centro siderurgico di  Gioia Tauro,  nella piana dove era in corso la costruzione del grande porto praticamente inutilizzato e che ha  comportato la devastazione della zona.

Il ricordare quell’estate del 1973 non è, a mio parere, un futile esercizio di nostalgia, venti anni dopo. Forse una analisi degli errori e delle occasioni perdute allora, può insegnare qualcosa oggi. Anche adesso, come venti anni fa, i problemi economici ed ecologici dei paesi industriali  non possono essere risolti se non si superano le contraddizioni fra Nord e Sud del mondo. Anzi il bipolarismo fra i due blocchi si è fatto più acuto con la fine del socialismo nell’Est europea e in Russia. La transizione ad una economia di libero mercato praticamente in tutto il Nord del mondo rende ancora più grave e forte la pressione sulle materie prime del Sud, tanto più che la popolazione del Sud del mondo, dal 1970 al 1990 è quasi raddoppiata.

Il Sud del mondo ha bisogno, in cambio delle materie prime che può offrire, di macchine, informazioni, istruzione, pensati e progettati per risolvere i problemi del Sud del mondo, non i nostri. Tutta la politica della cooperazione allo sviluppo è consistita nell’esportare o armi, o le macchine e i modelli che conosciamo e che usiamo da noi; così i trattori  che  vanno bene nella valle padana sono devastanti nei fragili suoli dei paesi tropicali; le tecniche di conservazione degli  alimenti adottate in Europa possono essere inutilizzabili  nei  paesi aridi;  gli  impianti energetici adatti  ai  climi  temperati possono essere inaffidabili in altre parti  del  globo  per l’eccessiva manutenzione che richiedono. I modelli di città, di strade e di mezzi di comunicazione che “esportiamo” nel Sud del mondo possono risultare — e spesso sono risultati — fallimentari davanti a culture  e abitudini molto diverse dalle nostre.

Proprio in un momento di crisi economica e di occupazione, come quello che stiamo vivendo, ci si presenta una  straordinaria  occasione  per migliorare le  condizioni  di  acquisto delle  materie prime necessarie, e di aiutare molti paesi  ad incamminarsi verso lo sviluppo. L’Università ha un ruolo determinante: invece di far arrivare studenti dal Sud del mondo per incantarli con i nostri modi di ragionare, occorre che, con umiltà, i nostri professori  e studenti cerchino di capire problemi, lingue,  condizioni geografiche, bisogni, del Sud del mondo per adattare la nostra “civiltà” tecnologica alle loro necessità. Ci  sono esempi di centri di ricerca stranieri che  elaborano conoscenze tecnico-scientifiche “intermedie”, adatte cioè ai paesi in via di sviluppo.

Nel caso dell’Italia un nuovo atteggiamento nei confronti del Sud del mondo sembra difficile se non ci saranno delle svolte nella politica economica; secondo le regole del libero mercato  il Sud del mondo e’ una grande occasione di  sfruttamento della mano d’opera a basso prezzo, di rapina delle materie e delle risorse naturali che esso possiede. Così facendo assicuriamo un flusso crescente di ricchezza monetaria nelle poche mani di imprenditori e finanzieri che partecipano al grande gioco dello sfruttamento, ma aggraviamo la disoccupazione in Italia. Le industrie che fanno fabbricare scarpe, camice, televisori, eccetera, dalla mano d’opera dei paesi sottosviluppati distruggono, nel nome del profitto, posti di lavoro in Italia e non portano ricchezza nei paesi sfruttati.

Nell’attuale situazione e se non si cambia il modo di usare i beni della Terra e di produrre, il divario fra i paesi del Nord del mondo e quelli del Sud del mondo continua ad aggravarsi: più ricchi, inquinati e con tensioni sociali i primi; più scontenti e ribelli i secondi. Possono essere i segni premonitori di nuove rivolte o di ondate migratorie che i paesi del Nord del mondo non sono in grado di sopportare e accogliere.