SM 3158 — Bodei, “La vita delle cose” — 2010

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La Gazzetta del Mezzogiorno, giovedì 18 gennaio 2010 

Giorgio Nebbia nebbia@quipo.it 

Siamo circondati da cose, possiamo mangiare, muoverci, essere liberi, essere felici, comunicare, a mezzo di cose, in genere oggetti materiali che cambiano intorno a noi, che si modificano mentre li usiamo, che hanno insomma una vita e, ancora di più, hanno un’anima e un corpo. Del corpo si occupano i chimici e i merceologi che cercano di capire con quali materie una cosa è fatta, da dove viene, che cosa succede dopo l’uso, quando le sue molecole si scompongono e seguono diverse strade, verso l’aria o le acque o finiscono nel suolo, spesso generando altra vita nell’ambiente naturale. 

Il libro del filosofo Remo Bodei, “La vita delle cose”, Laterza, 2009, 135 pagine, 14 euro, invita a riconoscere che le cose, oltre ad avere lunghezza, larghezza e peso, hanno un’anima e una vita e hanno all’interno, oltre al metallo, alla plastica, al vetro, alla carta, un universo di ricordi e di storia, mutevole nel tempo, proprio come qualsiasi altro essere vivente. Ogni casa è piena di cose che ci parlano e ci ricordano persone: quando abbiamo comprato quel vaso o quel libro e chi c’era con noi nel momento in cui le abbiamo toccate, e che cosa c’era dentro quella “cosa”, una scatola da scarpe o da dolci, talvolta cose dentro le cose come le sorprendenti bambole russe. 

Purtroppo per mancanza di spazio bisogna continuamente uccidere molte cose buttandole via, col che scompaiono, oltre alle molecole di cui sono fatte, anche i ricordi e la possibilità di parlarne. Alcune cose vengono fortunatamente tenute in vita negli archivi, nelle biblioteche e nei musei e ciascuna dice a ciascun visitatore cose diverse, talvolta parla di chi l’ha posseduta, talvolta permette di immaginare chi l’ha posseduta e ha lasciato un graffio, la sottolineatura con la matita di una riga del libro. Di alcune cose che non ci sono più è stata fermato un istante di vita in un quadro o in una fotografia nei quali le cose rappresentate sono immobili ma divenute eterne, a partire dalle opere fiamminghe del Seicento; anche le cose delle fotografie, pur non esistendo più, ci dicono dove è stata comprata la bicicletta appoggiata al cancello, quale automobile avevamo quando siamo andati nel tal posto e con chi, e bicicletta e automobile continuano a vivere, pur fisicamente scomparse. 

Alcune cose vengono loro a cercarci: nel film “Hurricane”, un ragazzo trova per caso fra un mucchio di libri usati quello in cui il pugile Rubin “Hurricane” Carter racconta dal carcere a vita l’errore giudiziario per cui è stato condannato (storia vera) e decide di cercare la verità; un amico fa notare al ragazzo come siano “i libri che cercano noi”, con la loro vitalità, talvolta mutando il destino di una vita umana. Quante volte nell’esplorazione di una bancarella di libri usati un libro si alza in piedi e ci stringe la mano e ci dice che stava aspettando noi e di portarlo via da quella inutile promiscuità. 

Le cose commerciali poi sono vitalissime e si mettono in mostra, vogliono essere guardate e ammirate e per questo Bodei ricorda che sono nati i “grandi magazzini” nella metà dell’Ottocento; Zola nel “Paradiso delle signore” spiega bene come le cose si muovono e si spostano, nei vari reparti, perché vogliono essere viste in quel posto, con quella luce e il commesso non fa altro che ubbidire al loro desiderio. Attraverso le grandi lastre di vetro dei negozi le cose si fanno ammirare anche dalla strada, un artifizio largamente sfruttato in tanti film in cui il passante, bambino o adulto, parla con la cosa desiderata, vivente ma inaccessibile, prigioniera dell’egoismo del negoziante. 

Altrettanto interessante è l’analisi che Bodei fa del fenomeno del “consumo” che spinge, con le sterili sirene della pubblicità, ad acquistare cose che spesso non hanno niente da dirci, tanto è vero che dopo poco le buttiamo via, uccidendole in un inceneritore o in una discarica. Anche se noi crediamo di averle uccise talvolta le cose, come in un film giallo, continuano a vivere anche la sotto, all’interno della discarica, e sono capaci di risorgere, come mostra l’archeologia dei rifiuti quando tira su, dal ventre di una discarica, un vaso ancora utilizzabile, pagine di vecchi giornali le cui righe sono ancora leggibili. Un po’ come i libri che risorgono dal Cimitero dei libri dimenticati dei romanzi di Zafon. Quante sorprese ! 

Mi chiedo se non sia il caso di istituire un dipartimento universitario di “Cosologia” in cui filosofi, chimici e progettisti insegnino la biologia e la storia naturale delle cose, e ad ascoltare quello che dicono.