SM 1921 — Alla ricerca di una società biotecnica — 1996

This entry was posted by on martedì, 5 marzo, 2013 at
Print Friendly

In: “Merci e cicli produttivi nel settore agroindustriale alle soglie del XXI secolo. Atti del XVII congresso Nazionale di Merceologia, Lecce, 3-5 ottobre 1996”, Lecce, Università di Lecce, 1996, vol. I, p. 61-67

Giorgio Nebbia nebbia@quipo.it

 1.  La natura come fonte di materie prime e merci

 Per tutta la loro lunga storia gli esseri umani hanno tratto alimenti, merci e materiali da costruzione dalla natura. Attraverso una lenta e attenta opera di scelta, i nostri predecessori  hanno identificato, per tentativi ed errori, le piante nutritive,  quelle curative e aromatiche, quelle che erano in grado di fornire merci sempre più raffinate e diversificate come combustibili, prodotti chimici industriali, coloranti, fibre tessili, pellami, legnami per case, navi e ponti, eccetera.

Nella biosfera sono presenti milioni di specie vegetali e animali, la cui massa ammonta a miliardi di tonnellate, con un continuo processo di rinnovamento attraverso i cicli chiusi dei produttori—>consumatori—>decompositori e con una produzione primaria netta, sulle sole terre emerse, di circa cento miliardi di tonnellate  di materia secca all’anno. Nonostante questa grandissima varietà e ricchezza della natura, le specie di piante e animali di interesse “economico” sono limitate a poche centinaia e sono aumentate di poco anche dopo la  scoperta, da  parte degli Europei, di “nuovi  mondi”: il continente americano, quello africano e i paesi dell’oriente asiatico.

L’importanza commerciale di alcuni dei prodotti offerti dalla natura ha fatto crescere la curiosità per i loro caratteri e composizione: si può ben dire che “la chimica” è nata come chimica delle sostanze naturali. A mano a mano che aumentava la richiesta di merci e per rompere il monopolio che di esse avevano alcuni paesi che possedevano le colonie da cui tali merci venivano, è nato un vasto movimento scientifico per la riproduzione artificiale di molte di tali merci e per l’invenzione di “surrogati”.

La  “rivoluzione sintetica” si può far cominciare nei primi decenni del XIX secolo dopo la scoperta che alcuni idrocarburi, alcoli, acidi, presenti nei sottoprodotti della cokizzazione del  carbone fossile e della carbonizzazione del legno e nel petrolio, potevano essere trasformati in moltissime nuove sostanze di interesse commerciale. E’ ben noto il successo di questa rivoluzione: oggi, ad eccezione dei prodotti alimentari, si può stimare che almeno l’ottanta per cento degli oltre dieci miliardi di tonnellate di merci consumate ogni anno sulla Terra sia di origine “non biologica” (anche se le materie prime fossili, a rigore, sono di pur lontana origine biologica).

Le condizioni geopolitiche ed i conflitti che hanno escluso alcuni paesi dall’accesso ad alcune materie prime (si pensi all’autarchia nei periodi sovietico, fascista e nazista); o le occasionali  eccedenze di prodotti agricoli (nel periodo della grande crisi negli Stati Uniti); o il temporaneo aumento di prezzo e scarsità di alcune materie prime (durante la “crisi petrolifera”  degli anni settanta del Novecento secolo), hanno indotto di tanto in tanto a riesaminare le risorse biologiche come fonti di materie prime e di merci. Il grande scrittore americano Lewis Mumford (1895-1990), nel capitolo conclusivo del suo libro “Tecnica e cultura” del 1934, aveva scritto: “La più completa integrazione della macchina con i bisogni e i desideri umani rimarrà a caratterizzare la fase neotecnica, e ancor più quella biotecnica, i cui segni già si annunciano all’orizzonte”.

E’ interessante ricordare che negli ultimi settanta anni fra i merceologi di molte Università italiane, soprattutto sotto lo stimolo del prof. Walter Ciusa (1906-1969) a Bologna e a Bari, c’è stato un vivace interesse per le utilizzazioni merceologiche non-alimentari delle materie prime agricole e zootecniche e dei loro prodotti di trasformazione: derivati dell’amido, destrine, zucchero, alcole etilico, esteri degli acidi grassi, canapa, jojoba, guayule, chitina,  amminoacidi, eccetera, anche alla luce dell’attraente bilancio energetico delle merci derivate e  del limitato impatto ambientale dei sottoprodotti della produzione e del consumo di tali merci. 

In Italia vi sono stati anche rilevanti investimenti in alcuni progetti finalizzati del Consiglio Nazionale delle Ricerche, dell’ENEA, del Ministero dell’agricoltura, con il coinvolgimento di università e imprese, sui prodotti ottenibili da risorse rinnovabili, anche se l’attenzione è stata rivolta più agli aspetti agronomici e di economia agraria che allo studio delle componenti chimiche e alle prospettive di nuova merceologia dei prodotti derivati dal regno della natura.  

Una rassegna della merceologia dei prodotti organici naturali mostra anzi che nel corso degli ultimi decenni si sono perdute conoscenze tecniche, sementi, colture batteriche, per cui diventa  sempre più difficile una resurrezione di iniziative industriali basate su molte tecniche che erano importanti in passato. Tali tecniche sono rimaste marginali, o sono scomparse, di fronte ai successi della chimica organica industriale sintetica basata sul petrolio; essa ha consentito la produzione di grandissime quantità di merci molto omogenee a basso prezzo, relegando l’agricoltura e la zootecnia principalmente alla “fabbricazione” di alimenti. 

In questo inizio del XXI secolo ci si trova di fronte ad una popolazione in aumento, soprattutto nei paesi del Sud del mondo, e ad un prevedibile aumento della domanda di materie prime e  merci, alimentari e non alimentari, nei prossimi decenni. Benché per ora non vi siano segni di vicina irreversibile scarsità delle principali materie prime, soprattutto carbone, petrolio e gas naturale, necessarie per la produzione della maggior  parte delle attuali merci non-alimentari, si possono riconoscere due nuove tendenze. 

La prima consiste nella crescente attenzione per gli effetti ambientali negativi delle attuali merci: molte merci sintetiche derivate dal petrolio, salutate, alla loro comparsa, come mezzi per “liberarsi” dalla schiavitù della natura, ritenute progettabili e modificabili a piacere, non  sono biodegradabili, restano a lungo inalterate dopo l’uso e creano  problemi di smaltimento; molte altre merci sintetiche (coloranti, pesticidi, additivi) si sono rivelate dannose per la salute umana e per gli ecosistemi naturali. Al punto da indurre l’abbandono dei “nuovi” prodotti per tornare ai prodotti naturali. Uno dei casi più noti è quello dell’insetticida sintetico DDT, che aveva soppiantato i pesticidi a base di derivati del piretro e che, dopo alcuni anni, è stato a sua volta soppiantato dagli stessi derivati del piretro. 

La seconda tendenza deriva dal fatto che la produzione delle merci sintetiche è possibile soltanto in impianti ad alta tecnologia e concentrazione di capitale e di conoscenze, quali sono disponibili soltanto nei paesi industrializzati. Tali merci sono accessibili ai paesi del Sud del mondo soltanto se essi accettano una posizione neocoloniale dominata dal capitale internazionale. Vi sono segni di una crescente insofferenza verso questa prospettiva e di una crescente attenzione per le merci che possono essere ottenute dalle grandi risorse naturali di origine biologica e continuamente rinnovabili, che molti paesi del Sud del mondo possiedono, con impianti costruiti e funzionanti sul posto. Le pubblicazioni della FAO e di altri organismi internazionali indicano chiaramente questa tendenza.

2. La fantasia della natura

A  favore  della  nascita o della rinascita  di  una  industria biotecnica  sta il fatto che dei milioni di specie  vegetali  e animali  esistenti  in  natura, soltanto  alcune  centinaia  di migliaia sono state osservate e caratterizzate scientificamente e  hanno ricevuto un “nome” e soltanto di poche centinaia  sono stati  esplorati  a  fondo i caratteri  botanici,  zoologici  e chimici in relazione al loro uso come fonti di materie prime  e merci. 

Il principio dell’economia tradizionale che spinge a utilizzare soltanto le materie che assicurano una elevata resa di “denaro” per  unità  di  superficie coltivata o per unità  di  peso,  ha provocato  un graduale impoverimento delle varietà  vegetali  e animali utilizzate. Tale impoverimento è stato trasferito anche nei  paesi  sottosviluppati da cui vengono tratte  molte  delle materie di interesse commerciale. Gran  parte  del  lavoro delle moderne  biotecnologie  è  stato dedicato  a sviluppare varietà più  efficienti  economicamente, con dispersione e perdita del patrimonio genetico e conoscitivo di un gran numero di altre specie vegetali e animali apparentemente “meno economiche”.

Se ci si ferma davanti agli scaffali di una biblioteca in cui sono contenuti i trattati di chimica  dei carboidrati, dei lipidi, delle proteine, degli steroli, eccetera, si resta stupefatti dalla  grandissima quantità di sostanze  elencate, dalla ricchezza delle informazioni strutturali e  chimico-fisiche e dalla povertà di informazioni sulle proprietà tecniche di tali sostanze. Ugualmente, se si prende l’edizione del 1936 del ben noto “Dizionario di Merceologia” di Vittorio Villavecchia (1859-1937), o l’edizione degli anni venti del Novecento della classica “Enzyklopädie der technischen Chemie” dello studioso tedesco Fritz Ullmann (1875-1939), è facile costatare quante merci di origine vegetale e animale siano letteralmente “scomparse”, surrogate da altre in genere meno costose, in termini monetari, talvolta di qualità migliore, spesso peraltro accompagnate da trappole tecnologiche che appaiono sempre più spesso, con l’aumentare della consapevolezza per i problemi ambientali. L’esplorazione  dei  trattati di merceologia e di  tecnologia chimica scritti nella prima metà del Novecento offre moltissime informazioni su processi e materie che possono, mutate  le condizioni, tornare utili ancora oggi e nei prossimi decenni.  

L’abbandono, per motivi di costi, di molte merci di origine naturale ha provocato un impoverimento della diversità biologica  e la scomparsa di specie di animali da allevamento, di piante da fibra e di altre utilizzate come fonti di coloranti e di medicinali, eccetera. Come è ben noto, il vasto dibattito sulla conservazione della “biodiversità” ha motivazioni non solo ecologiche, ma soprattutto merceologiche, perché le grandi compagnie chimiche  e farmaceutiche internazionali stanno dando la caccia al patrimonio genetico di piante di interesse commerciale, esistentinel Sud  del mondo, al fine di “brevettare” alcune specie per  utilizzarne le componenti commerciali, escludendo dai vantaggi economici i paesi in cui tali piante o animali sono presenti allo stato spontaneo. 

Un altro motivo di ottimismo per la ripresa dell’uso  merceologico di molte risorse biologiche sta nella grandissima  varietà di  molecole che esse contengono: mentre “la chimica”, come  si ricordava prima, è nata come “chimica delle sostanze naturali”, l’attenzione per tali sostanze è andata declinando, proprio per il minore loro interesse commerciale. L’industria  farmaceutica è  probabilmente l’unica che trova ancora conveniente,  per  la preparazione di nuovi medicinali, partire da molecole  naturali suscettibili di modificazioni. 

C’è un ultimo aspetto interessante: la produzione commerciale di prodotti, soprattutto alimentari, nei paesi industriali comporta l’utilizzazione di tecniche di trasformazione e  conservazione che generano grandi quantità di sottoprodotti ricchi di molecole organiche che spesso creano problemi di smaltimento e sono fonti  di inquinamento. Si pensi  ai  sottoprodotti  e scarti dell’industria delle conserve, dell’industria  lattiero-casearia,  dell’industria della macellazione  e  trasformazione della carne, eccetera. Si può calcolare che, ogni due kilogrammi di materia organica secca di origine biologica che entra negli attuali cicli agroalimentari, almeno un kilogrammo finisca negli scarti o addirittura nei rifiuti. Una più attenta conoscenza della composizione chimica e  fisica e dei caratteri di tali scarti potrebbe consentire di ricuperare grandi quantità di merci usando come “materie seconde”  tali sottoprodotti.  

Verranno qui esaminate, anche  sulla base  delle esperienze del passato, alcune strade che  meritano di essere battute da chi vuole produrre nuove merci e dare vita ad  attività  agroindustriali importanti ed utili  sia  per  il Nord, sia per il Sud del mondo, e alcune  considerazioni su alcune materie di origine biologica che presentano interesse commerciale.

3.  Carboidrati

Circa  il 60 % della biomassa vegetale è costituita da  carboidrati  come  zuccheri, cellulose, amidi, che sono poi  i  primi materiali che si formano nel processo di fotosintesi. Un  esame attento dei caratteri di tali carboidrati  mostra  la grandissima varietà di combinazioni con cui la natura  “fabbrica”, con tre soli atomi e con il solo gruppo funzionale alcolico, materie diversissime adatte alla soluzione di numerosissimi problemi biologici: talvolta come  sostanze nutritive accumulate per la prima fase di sviluppo dei semi, talvolta come  materiali da costruzione capaci di trasportare acqua e sali inorganici dal suolo a decine di metri di altezza. Di questa grande fantasia naturale viene utilizzata soltanto una  piccola parte a fini umani. L’industria della carta, che assorbe  ogni anno molte centinaia di milioni di tonnellate  di materiali lignocellulosici, va a cercare le  proprie  materie prime sulla base della necessità di ottenere della “cellulosa” standard adatta per i suoi cicli produttivi.

L’industria tessile utilizza un numero molto limitato di  fibre cellulosiche, rispetto alla grande varietà di materiali offerti dalla  natura. L’industria chimica produce, talvolta  faticosamente,  per  sintesi molecole che sono state e  possono  essere ottenute per via microbiologica dai carboidrati. Nei primi anni della ricerca di fibre tessili artificiali,  fra la  fine del secolo scorso e i primi decenni di questo  secolo, l’attenzione  dei chimici è stata rivolta ai  derivati  chimici della cellulosa e si è così visto che i vari gruppi  funzionali alcolici  erano  suscettibili  di  trasformazione  in  numerose sostanze,  per  la maggior parte poi abbandonate  per  il  loro scarso  interesse economico. Sono sopravvissuti alcuni  acetati come  fibre  artificiali o materie per pellicole,  di  limitata produzione, e i nitrati utilizzati come ingredienti per  esplosivi. Il  successo delle pellicole di polimeri sintetici ha  spazzato via l’interesse per quelle di cellulosa rigenerata (tipo cellophane) che pure presentano importanti proprietà di permeabilità ai gas, ai liquidi e di biodegradabilità.

Le  lignine, che accompagnano la cellulosa in ragione di  circa una  parte  per ogni due o tre parti di  cellulosa,  sono,  dal punto di vista dell’industria della cellulosa, un sottoprodotto indesiderabile, utilizzato al più come combustibile interno del ciclo  produttivo  della carta. Eppure  possiedono  una  grande varietà di gruppi aromatici e funzionali poco studiati. Una migliore conoscenza dei materiali lignocellulosici potrebbe dare un contributo a nuove forme di utilizzazione della  carta e  dei  cartoni usati, di fronte ad una  crescente  difficoltà delle  operazioni per la loro trasformazione in nuovi  prodotti cartotecnici.

Le altre importanti macromolecole della classe dei carboidrati sono gli amidi, sostanze con diversissima composizione e  peso molecolare, variabili da una specie vegetale all’altra. La presenza, in media, di tre gruppi alcolici esterificabili per ogni unità di glucosio, rende gli amidi suscettibili di trasformazione in molti derivati, finora ben poco studiati. Come  è ben noto, per idrolisi chimica o  microbiologica  degli amidi  si  formano numerosissime sostanze, “le  destrine”,  molto variabili come caratteristiche chimiche e fisiche e usate  solo limitatamente.  La  relativamente  recente  attenzione  per  le ciclodestrine mostra come sia possibile dalle destrine ottenere molte nuove merci di interesse tecnico e pratico. 

Simili considerazioni valgono per molti zuccheri, dai  monosaccaridi  come  il glucosio, ai disaccaridi, agli  zuccheri  “più rari”,  di  cui esistono grandi quantità in  natura.  Molti  di questi  sono  suscettibili,  grazie alla  presenza  dei  gruppi funzionali alcolici, aldeidici, chetonici, di fornire derivati, alcuni  dei  quali noti dal punto di vista chimico,  ma  finora poco  o  niente  studiati dal punto di  vista  delle  proprietà tecniche che aprirebbero probabilmente le porte a molti  impieghi merceologici.

4.  Proteine e amminoacidi

Le sostanze proteiche, come è ben noto, rappresentano le pietre fondamentali  per  tutti i fenomeni biologici.  Il loro esame mostra  l’infinita fantasia con cui la natura, partendo da un limitato numero di amminoacidi, ha predisposto i comuni materiali da costruzione per organi vitali tanto diversi fra loro. Dalle pareti cellulari delle foglie, o del sangue animale, alle ali delle farfalle, troviamo sostanze diversissime come  caratteri  e  funzioni e tuttavia formate da pochi  amminoacidi;  la diversità  deriva dalle proporzioni in cui sono  presenti  tali amminoacidi e della loro successione. Per decenni, pur  riconoscendo la presenza, in ciascuna molecole proteica, dei  principali  amminoacidi noti, è stato praticamente impossibile  avere informazioni  sulla  loro “sequenza” e sui  rapporti  fra  tale sequenza e le proprietà biologiche e tecniche delle proteine. 

Soltanto adesso gli studi di biologia molecolare hanno permesso di  mettere a punto strumenti, ancora delicati e  costosi,  per l’analisi  delle successioni di amminoacidi,  analisi  peraltro applicata soltanto a un limitato numero di proteine. Nonostante  la varietà delle proteine esistenti in natura  soltanto pochissime hanno ricevuto attenzione merceologica, al  di fuori degli usi alimentari e di quelli dell’industria conciaria e  tessile.  I caratteri della  lana e della  seta  sono  stati studiati prevalentemente in relazione alle operazioni elementari di filatura, tessitura, colorazione. 

Poche  sostanze proteiche (quelle della caseina,  della  zeina, dell’arachide) sono state utilizzate per la produzione di fibre artificiali,  oggi  abbandonate.  Le  gelatine  ricuperate  dai sottoprodotti  delle  operazioni conciarie hanno  un  campo  di applicazione relativamente limitato. Eppure ogni anno milioni di tonnellate di proteine derivate dal siero di latte, presenti nei residui dell’estrazione dei  grassi, negli scarti della macellazione e delle operazioni  conciarie, eccetera, vengono destinate ad usi merceologicamente modesti,  come l’alimentazione del bestiame, o la concimazione  dei terreni,  quando addirittura non sono buttate  vie  costituendo fonti di inquinamento. Molte  di  queste proteine sono di origine animale,  ricche  di amminoacidi  essenziali,  e potrebbero  essere  utilizzate  per l’integrazione  degli alimenti poveri, come quelli  che  stanno alla base della nutrizione di molti paesi del Sud del mondo.

5.  Lipidi, steroli e altri composti

Le  stesse considerazioni sulla fantasia della  natura  valgono per i lipidi che pure sono prodotti industrialmente, soprattutto per l’alimentazione umana, in quantità di poco meno di  100 milioni di tonnellate all’anno. Anche  in questo caso ci si trova di fronte a  combinazioni  di acidi  grassi  e glicerina disposti con rigoroso  ordine  dalla natura  in ciascun tessuto vegetale e animale: eppure le  conoscenze sulla struttura dei trigliceridi sono state approfondite soltanto  in  pochissimi  casi, per esempio  nel  tentativo  di riconoscere l’origine di alcuni grassi nelle miscele. 

Il successo dei tensioattivi sintetici e della glicerina sintetica ha ridotto il campo di applicazione industriale dei grassi naturali: anche qui le considerazioni “ecologiche” hanno riportato in vita, nella detergenza domestica, sia pure limitatamente, alcuni tipi di saponi grazie alla loro biodegradabilità.    

Si  può  solo dire, in questo breve spazio, che vi sono molte strade  aperte per l’utilizzazione, con successo, di coloranti naturali, delle resine e dei terpeni, di molte vitamine e degli steroli, soprattutto in tutti quei casi in cui le proprietà  di interesse  commerciale sono associate a strutture chimiche abbastanza complicate e non riproducibili per via sintetica.

A  puro  titolo di curiosità, e come esempio  della  potenziale ricchezza di moltissimi prodotti quasi sconosciuti del Sud  del mondo,  si può ricordare la storia della produzione, nel  1951, da  parte dell’industria messicana Syntex, del cortisone dalla diosgenina ricavata dalla radice dell’igname messicano; lo stesso gruppo di chimici americani e messicani, operando  nel Messico, preparò, sempre nel 1951, dal testosterone il contraccettivo orale noretisterone, “la pillola” (è questo il titolo di un libro di Carl Djerassi, pubblicato da Garzanti, che racconta tutta questa avventura) che avrebbe fatto diminuire il tasso di crescita della popolazione mondiale e rivoluzionato i costumi sessuali di miliardi di coppie. Si tratta di un esempio di come la rivoluzione della biomassa potrebbe far crescere nel Sud del mondo nuove industrie e attività di ricerca e produzione basate su materie locali. 

6.  Una chimica troppo difficile 

Nelle brevi considerazioni precedenti ho usato la terminologia tradizionale impiegata nella classificazione dei  principali componenti dei prodotti vegetali ed animali. In realtà nelle cellule viventi non esistono singoli componenti — carboidrati, zuccheri, proteine, lipidi, steroli, eccetera — ma le diverse componenti sono chimicamente combinate fra loro sotto forma di “complessi”, un termine che aiuta a nascondere la limitatezza delle nostre conoscenze. 

Si potrebbe dire che la chimica delle sostanze naturali è troppo complicata per la nostra maniera di ragionare:  numerosi fenomeni di interesse pratico e commerciale sono  dovuti  alle proprietà di sostanze su cui sappiamo troppo poco. Comportamenti apparentemente banali, come i fenomeni che si hanno nell’impasto  e la cottura del pane, nella cottura delle paste alimentari,  nella  feltratura della lana, molte  caratteristiche  di permeabilità selettiva ai gas, ai sali e ai liquidi manifestate  da membrane biologiche, eccetera, sono dovuti alla  maniera in cui i vari ingredienti sono combinati fra loro come complessi amido-proteine, lipo-proteine, eccetera. 

7.  Una modesta proposta 

L’avvento di una società biotecnica presuppone una rinascita della chimica e merceologia delle sostanze organiche naturali. A differenza dell’attuale tendenza della merceologia delle risorse naturali, la cui attenzione è  rivolta alle risorse alimentari, ai minerali, ai combustibili fossili e ai relativi problemi  ambientali, il nuovo capitolo dovrebbe prestare maggiore attenzione alla merceologia delle  sostanze organiche presenti negli organismi vegetali ed animali, sia alla luce dei crescenti vincoli ambientali, sia in vista della produzione di nuove merci e nuovi materiali commerciali. 

Questo congresso di Merceologia ha invitato opportunamente gli studiosi ad esaminare le prospettive di nuovi cicli produttivi e merci nel settore agroindustriale, suggerendo che i merceologi, i chimici e le imprese dei paesi industrializzati come il nostro potrebbero utilmente collaborare a creare nuove merci, processi e occasioni di occupazione e di impresa, con vantaggio sia per il Sud sia per il Nord del mondo, ricordando anche che molte soluzioni sono già state trovate e poi sono state abbandonate, con un impoverimento del patrimonio di conoscenze, un processo simile alla perdita del patrimonio di biodiversità. Gli obiettivi del tema proposto da questo congresso potrebbero essere raggiunti se venisse predisposto un “dizionario” dei prodotti industriali ottenuti in passato e attualmente e ottenibili dalla biomassa. 

Un ruolo importante dovrebbe avere lo studio dell’utilizzazione delle grandi quantità di sottoprodotti e residui agricoli e zootecnici, attraverso processi agro-industriali. Un’analisi della “classificazione” dei rifiuti e delle materie “seconde” destinate al riciclo, secondo la normativa italiana ed europea, mostra come siano limitate le conoscenze sulle componenti organiche  di origine biologica presenti in molti materiali di scarto e residui. In tutte le precedenti operazioni un ruolo importante è di nuovo destinata ad avere la microbiologia industriale. 

8.  Note bibliografiche 

Vengono qui citati pochi testi dai quale è possibile trarre molti riferimenti bibliografici, anche di interesse  storico, agli argomenti sopra trattati.

“Crops in peace and war”, The Yearbook of Agriculture 1950-51, Washington  (DC,  USA), U.S. Department of  Agriculture, 1951 (rassegna delle ricerche e realizzazioni agro-industriali negli Stati Uniti durante la II guerra mondiale) http://babel.hathitrust.org/cgi/pt?id=wu.89097539175#page/n6/mode/1up (marzo 2013)

“Renewable resources for industrial materials”, U.S. National Academy of Sciences, National Research Council, Washington, DC (USA), 1976 (rassegna delle ricerche  e  realizzazioni  agro-industriali negli Stati Uniti dopo la crisi petrolifera degli anni settanta) 

“Agricultural commodities as industrial raw materials”, Report OTA-F-476, Washington (DC, USA), Congress of the United States, Office of Technology Assessment, 1991 http://www.princeton.edu/~ota/disk1/1991/9105/9105.PDF (marzo 2013) 

“Emerging  technologies for materials and chemicals from biomass”, ACS Symposium Series 476, Washington (DC, USA), American Chemical Society, 1990 

“Biomass for energy and industry”, Atti delle conferenze annuali organizzate  dalla Comunità europea sulle  prospettive  di utilizzazione industriale dei prodotti della biomassa,  Amsterdam, Elsevier (il vol. 7 è del 1992) 

S.P. Caruthers, E.A. Miller e C.M.A. Vaughn (editors),  “Crops for  industry and energy”, CAS Report 15, Reading (UK), Center for Agricultural Strategy, 1994 

C.A. Spelman, “Non-food uses of agricultural raw materials: economics, biotechnology and politics”, Wallingford (OX10  8DE, UK), CA