SM 1686 — La chimica dello sterminio — 1993

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La Gazzetta del Mezzogiorno, 2 febbraio 1993 

Giorgio Nebbia  nebbia@quipo.it

La ricomparsa in superficie di un movimento nazista, che manifesta oggi la sua ideologia di violenza in forma rumorosa e visibile, induce a chiedersi in che cosa esso possa attrarre soprattutto dei giovani. Chi incanta oggi i ragazzi con un sogno neo-”nazista”, capace di spingerli all’assalto di ebrei, immigrati, persone di colore, presenta l’epoca hitleriana come il periodo del trionfo della tecnica e dell’ordine, della moneta stabile e di riforme sociali in cui anche i lavoratori “stavano bene”, il periodo di un “socialismo” realizzato all’insegna di una “nazione” forte, efficiente, organizzata, bianca, ariana. In questo quadro riesce facile aizzare i naziskin contro le persone appartenenti ai gruppi che allora si opponevano od erano estranei al grande disegno di un “nuovo ordine”: ebrei, comunisti, zingari, omosessuali, neri, testimoni di Geova, diversi. 

In realtà il nazionalsocialismo hitleriano era una forma di capitalismo nel quale gli imprenditori potevano permettersi di fare “star bene” i lavoratori, tedeschi e “ariani”, “grazie” sia ai profitti assicurati dalle protezioni accordate dal governo ad una produzione, principalmente di carattere militare, ben remunerata, sia, negli anni quaranta, alla disponibilita’ di mano d’opera schiava a prezzo zero, costituita dai “nemici”: deportati, ebrei, prigionieri di guerra, abitanti dei territori occupati. 

La “raffinata” macchina economica e militare nazista era basata sulla disponibilita’ di grandi risorse naturali. Prima di tutto una terra estesa e fertile sfruttata da aristocratici e proprietari terrieri da cui provenivano anche i quadri della burocrazia statale e dell’esercito. La seconda importante fonte di ricchezza era rappresentata dalle risorse minerarie, soprattutto di carbone e minerali di ferro; una delle zone minerarie importanti, la Saar, era stata assegnata alla Francia con il trattato di pace dopo la I guerra mondiale (1914-1918), ma era tornata alla Germania nel 1935, poco dopo l’avvento di Hitler al potere (1933). 

La lunga tradizione della chimica industriale tedesca aveva dimostrato che il carbone non solo rappresentava una fonte di energia abbondante e sicura, ma poteva essere usato per la trasformazione dei minerali di ferro in acciaio, per la produzione di ammoniaca sintetica, coloranti, materie plastiche, gomma sintetica, perfino petrolio. 

Quando Hitler salì al potere con l’obiettivo di disporre in breve tempo di acciaio, autoveicoli, carri armati, cannoni, armi, aerei, carburanti, per la conquista “del mondo”, trovò una struttura industriale ferita dalla crisi, ma perfettamente in grado di fornire i macchinari e le merci richieste dal regime nazionalsocialista. 

Il caso del cartello della chimica è significativo. L’industria chimica tedesca aveva già dato il suo contributo alla guerra mettendo a punto, nel 1910, un processo per la fabbricazione sintetica dell’acido nitrico (occorrente per gli esplosivi), che liberava la Germania dalla necessità di importare nitrati dal Cile.  Durante la I guerra mondiale l’industria chimica aveva fornito alla Germania esplosivi, gomma sintetica, carburanti, gas asfissianti, materiali; l’industria chimica era pronta, fra la prima e la seconda guerra mondiale, a servire il nuovo padrone, tanto più che Hitler prometteva agli industriali sovvenzioni e protezione e un mercato sicuro, rappresentato dal governo stesso. 

Negli anni venti i tre grandi gruppi chimici tedeschi — Bayer, Hoechst e BASF (Badische Anilin und Sodafabrik) — decisero di unirsi in un grande cartello fondato il 25 dicembre 1925, chiamato “comunità di interessi” (Interessengemeinschaft, o, più brevemente, I.G. Farben o I.G.). Il primo presidente fu il chimico Karl Bosch, l’inventore, nel 1910, del processo di sintesi dell’ammoniaca e dell’acido nitrico. La I.G. aveva l’obiettivo di operare sui mercati internazionali come monopolio e di perfezionare nuovi processi per la fabbricazione di gomma sintetica, fibre sintetiche, materie plastiche, benzina dal carbone.  

La I.G. comprese il vantaggio (per se) della salita al potere di Hitler e contribuì con 400.000 marchi alle sovvenzioni, in tutto due milioni di marchi, date, il 20 febbraio 1933, dagli industriali tedeschi al partito nazista. Soldi ben investiti, che furono largamente ripagati; il capitale della I.G. passò da poco più di un milione di marchi, nel 1926, a 3100 milioni di marchi nel 1943. Per seguire bene i propri affari Krauch, uno dei consiglieri di amministrazione della I.G., entrò nella organizzazione del piano economico quadriennale diretta dal gerarca nazista Goering.  

I risultati si fecero ben presto sentire: con i soldi del governo nazista furono costruite fabbriche per la produzione di benzina sintetica per idrogenazione del carbone e di gomma sintetica col processo butadiene-sodio, la Buna. La localizzazione delle fabbriche di benzina sintetica e di gomma sintetica fu decisa vicino ai campi di prigionia e di concentramento sulla base di accordi, presi dai dirigenti della I.G. con le SS, che prevedevano l’utilizzazione, come lavoratori-schiavi, di ebrei e di altri deportati, almeno fino a quando erano in condizione di lavorare; dopo venivano eliminati. 

Il più grande stabilimento di gomma sintetica fu insediato a Monowitz, accanto al campo di concentramento di Auschwitz, descritto da Primo Levi che vi fu deportato dai tedeschi nel 1944. 

Viene fatta circolare, fra i giovani neo-fascisti e neo-nazisti, l’idea che i campi di sterminio non siano mai esistiti: non solo sono esistiti, ma sono stati costruiti e fatti funzionare da imprese industriali, con perfetta anche se allucinante, logica imprenditoriale e con lauti profitti, proprio in contrasto con l’immagine di un nazionalsocialismo romantico o anticapitalista che viene ancora fatta circolare. 

Quando gli anglo-americani hanno occupato la Germania sono riusciti a raccogliere milioni di pagine di documentazione sull’industria e sull’economia tedesca; da tale documentazione si puo’ conoscere chi forniva le camere a gas e i forni crematori, con relative fatture e corrispondenza. 

In un primo tempo il gas velenoso immesso nelle camere a gas era l’ossido di carbonio proveniente dal tubo di scappamento di un motore a scoppio. Ma le prime camere erano “troppo piccole” per la molta gente che si doveva uccidere; allora furono ordinate camere a gas più grandi, usando sempre ossido di carbonio. A questo punto il fattore limitante era rappresentanto dalla lentezza dell’effetto tossico dell’ossido di carbonio e il numero di condannati che potevano essere sterminati risultava ancora “troppo basso” rispetto ai programmi. E sto parlando di esseri umani, con le loro grida, col loro dolore, con la loro disperazione. 

Le SS pensarono allora di ricorrere all’acido cianidrico, un gas usato come pesticida sotto il nome di “Zyklon B”, fabbricato dalla società Degesch, del gruppo IG Farben. Il Zyklon B, nella sua applicazione come pesticida, era addizionato con un agente chimico il cui odore acuto avvertiva le persone che era in corso la disinfestazione con una sostanza altamente tossica. Le SS chiesero alla Degesch di fornire il Zyklon B senza odore e la Degesch fu dapprima riluttante non per scrupolo morale — sapeva che le SS lo avrebbero usato per sterminare migliaia di persone al giorno — ma perché possedeva un brevetto per la miscela di acido cianidrico e additivo, e non per l’acido cianidrico da solo. Se il governo si fosse messo ad acquistare acido cianidrico altre ditte avrebbero potuto fornirlo in concorrenza con la Degesch. D’altra parte la I.G. Farben, pur davanti al rischio di questa concorrenza, non poteva scontentare cosi’ importanti clienti e non esitò a fornire l’acido cianidrico anche per i campi di concentramento.

All’ingegneria dell’olocausto contribuirono non solo gli imprenditori e i capitalisti tedeschi, ma anche imprese di vari paesi, Italia compresa. Nel marzo 1942 a Roma i dirigenti della I.G. Farben firmarono un accordo con un consorzio di imprese edili italiane, il “Gruppo italiano”, per la costruzione degli edifici; le imprese fornivano anche la mano d’opera. 

Ciascuno di noi, purtroppo, ha parlato e scritto, in questi anni, troppo poco di questo terribile passato.Anche i vincitori della seconda guerra mondiale hanno delle responsabilità nell’aver lasciato sopravvivere i germi della violenza nazista. Dopo il grande processo ai criminali di guerra del 1945-46, a Norinberga si svolsero altri processi ai principali complici del regime nazionalsocialista. I dirigenti e i responsabili della I.G. Farben — Ambros, Duerrfeld, Buetefisch, Schmitz, Krauch, ter Meer — furono processati nel 1947-48: tutti dichiararono di non sapere niente del genocidio e di avere svolto solo il loro mestiere di industriali. Tutti ebbero lievi condanne. Le più severe, otto anni di carcere ciascuno, furono inflitte a Ambros e Duerrfeld, ma nel 1951 tutti gli imputati erano in libertà e alcuni tornarono in posizioni di responsabilità nell’industria tedesca e internazionale. Otto Ambros fu impiegato come consulente da alcune industrie americane.

Questo perdono e oblio generale fu il frutto perverso della guerra fredda in Europa; anche i criminali di guerra e i complici del regime nazista potevano servire contro il comunismo. L’albero su cui è nato, dopo anni di incubazione, ha ripreso a dare altri frutti e sono sotto i nostri occhi oggi, e portano ancora lugubri svastiche e teschi.