SM 3998 — Tecnologia della carità — 2018

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Villaggio Globale, 21, (81) marzo 2018

Giorgio Nebbia nebbia@quipo.it

Dove troveremo tutto il pane

“Dove troveremo tutto il pane/Per sfamare tanta gente ?” Questi versi di una famosa canzone scout tornano alla mente pensando allo scandalo della fame che affligge 2000 milioni di persone, sparse in Asia, Africa, Sud America, quel nuovo “terzo mondo” che continua ad essere povero, in gran parte poverissimo, afflitto da fame, malattie, mancanza di abitazioni decenti, di elettricità, di gabinetti e fognature e di acqua pulita. Eppure sono gli abitanti di questo terzo mondo che producono molte delle derrate agricole che fanno opulenti le mense dei 1000 milioni di abitanti del “primo mondo” e degli altri oltre 4000 milioni di abitanti dei paesi emergenti di un “secondo mondo” — Cina, India, Sud est asiatico — sempre più avido di benessere anche alimentare.

Per sconfiggere la fame occorrono riforme dei mercati e dell’economia mondiale, responsabili delle violenze e delle speculazioni che provocano l’aumento dei prezzi delle derrate agroalimentari, e una meno iniqua distribuzione di quello che è disponibile.

Da quando è stato eletto Papa, Francesco è stato instancabile nel parlare dello scandalo e della violenza della fame nel mondo e dello scarto. Già il 9 dicembre 2013 aveva ripetuto la parola “scandalo” per le persone che ancora oggi soffrono la fame quando “il cibo a disposizione nel mondo basterebbe a sfamare tutti”. Ha poi usato parole ancora più dure, invitando le istituzioni e ciascuno di noi “a dare voce a tutte le persone che soffrono silenziosamente la fame, affinché questa voce diventi un ruggito in grado si scuotere il mondo”. Un ruggito, capite ? E ha continuato invitando a “diventare più consapevoli nelle nostre scelte alimentari, che spesso comportano lo spreco di cibo e un cattivo uso delle risorse a nostra disposizione”.

Le parole del Papa contengono anche una sfida tecnico-scientifica, merceologica e pedagogica. E’ vero che la natura offre una sufficiente quantità di calorie e proteine alimentari con le quali sarebbe possibile soddisfare i fabbisogni di cibo per i sette miliardi di esseri umani; tali ricchezze della Terra non arrivano ai poveri affamati per le regole economiche internazionali e per la “globalizzazione dei mercati” che distorcono la loro distribuzione. Al punto che nei paesi ricchi molti si ammalano per eccesso di cibo e incredibili sprechi, mentre molti dei beni alimentari non sono accessibili neanche a coloro che li hanno prodotti.

Ogni persona, in media, per sopravvivere, ha bisogno di alimenti come carboidrati e grassi capaci di sviluppare nel nostro corpo, circa 3500 MJ (una volta si diceva 900.000 chilocalorie) di energia all’anno per persona, e ha bisogno delle proteine che forniscono gli amminoacidi necessari alla sintesi delle proteine del corpo umano: circa 30 chili di proteine sia animali sia vegetali, all’anno per persona. Se si somma il contenuto di energia e di proteine delle sostanze alimentari mondiali annue, si vede che esso “sarebbe” sufficiente a sfamare tutti gli abitanti della Terra; eppure centinaia di milioni di persone nel mondo sono sottoalimentate o affamate per varie ragioni.

La prima è che circa un terzo dei terrestri consuma più della metà dei prodotti alimentari disponibili. Nei paesi industrializzati, quelli che abbiamo chiamato del “primo mondo”, il contenuto energetico del cibo disponibile arriva, in media, a oltre 4.000 MJ all’anno per persona. Fatte le debite proporzioni si vede che per i restanti abitanti nei paesi emergenti o arretrati, quelli che sono stati indicati, rispettivamente, come i nuovi “secondo” e “terzo” mondo, risulterebbero disponibili, sempre in media, circa 3.000 MJ/anno per persona di energia alimentare, per cui molte centinaia di milioni di terrestri sono al limite della disponibilità di energia alimentare e alcune centinaia di milioni sono anche sotto tale valore.

La seconda ragione della scarsità di cibo per tanti è dovuta al fatto che grandi quantità dei raccolti e degli alimenti vanno perdute perché, nel “terzo mondo”, mancano tecniche di conservazione che potrebbero anche essere semplici: essiccatoi solari, silos per evitare l’attacco dei parassiti, tecniche di trasformazione sul posto dei prodotti agricoli, zootecnici e della pesca, molto più semplici di quelle dei grandi stabilimenti industriali e che potrebbero utilizzare esperienze e materiali locali. Oltre a dare qualche soldo in elemosina alle innumerevoli organizzazioni che promettono di aiutare qualche abitante di qualche paese povero del mondo, sarebbe necessario investire e incoraggiare la ricerca scientifica nel campo delle tecnologie intermedie, appropriate, che utilizzano le conoscenze scientifiche dei paesi ricchi per conservare e trasformare, nei paesi poveri, gli alimenti locali.

Una terza ragione della fame è che i prodotti agricoli e zootecnici, prima di arrivare alla vendita e ai “consumatori”, passano attraverso processi di separazione, raffinazione, conservazione, in ciascuno dei quali si perde una parte delle sostanze nutritive. I cereali vengono macinati per separare la parte cellulosica (crusca) ma vanno così perdute anche proteine e vitamine; della carne macellata soltanto una parte del grasso e delle proteine si ritrova nella carne che ciascuno di noi mangia, eccetera.

Una quarta ragione è che molti prodotti agroalimentari di origine vegetale, contenenti proteine di più basso valore nutritivo, sono destinati alla zootecnica per produrre proteine di origine animale (quelle della carne, uova, latte, eccetera) biologicamente più pregiate. Ma occorrono da due a cinque chili di proteine di origine vegetale (cereali, soia, foraggi, eccetera) per ”fabbricare” negli animali da allevamento, un chilo di proteine più pregiate; il resto delle sostanze nutritive viene “consumata” dalla vita e dal metabolismo animale ed è “perduta” ai fini della nutrizione umana.

Fatte le debite proporzioni, pur sempre molto approssimative, circa un terzo dei terrestri ha a disposizione alimenti di origine animale, con proteine biologicamente pregiate, in quantità sufficiente o abbondante, mentre gli altri due terzi dei terrestri hanno una disponibilità di proteine che è spesso al di sotto del fabbisogno minimo, tanto che spesso le malattie da sottoalimentazione sono malattie da carenze proteiche. E’ tipico il caso della pellagra ancora diffusa nelle popolazioni la cui alimentazione è basata principalmente sul mais, le cui proteine sono povere di alcuni amminoacidi essenziali. Da qui le ragioni della cultura (ancora molto minoritaria) vegetariana ispirata non a capricci ecologisti ma al desiderio di economizzare le proteine animali che richiedono sostanze nutritive altrimenti utilizzabili dagli umani. Altre malattie, infine, derivano da carenze di vitamina A, di vitamina D e di altre vitamine.

All’impoverimento della disponibilità presente e futura di prodotti alimentari contribuisce la progressiva erosione del suolo, e specialmente dei suoli fertili, dovuta a un eccessivo sfruttamento agricolo e zootecnico, all’estensione delle città e delle strade, all’abbandono delle terre da parte dei contadini e dei latifondisti che trovano più redditizi investimenti in altre attività, la crescente prevedibile scarsità di acqua, aggravata dai sempre più imprevedibili cambiamenti climatici.

Un’altra piccola ma non insignificante causa della scarsità di alimenti pregiati è associata al crescente uso di alimenti per gli animali domestici; tanto che anni fa una pubblicità mostrava una bambina sudamericana visibilmente denutrita e avvertiva: “Il vostro gatto mangia meglio di ‘Dolores’”.

Alla scarsità degli alimenti e all’aumento dei prezzi delle derrate alimentari contribuisce anche, da alcuni anni, l’utilizzazione di prodotti di importanza alimentare — soprattutto mais e soia ma anche zucchero di canna — per la produzione di carburanti alternativi al petrolio. Soprattutto alcol etilico (ribattezzato “bioetanolo”) dalla fermentazione di prodotti zuccherini e amidacei, come surrogato della benzina, e grassi e esteri degli acidi grassi come sostituti dei carburanti per motori diesel. Tanto da far dire a molti che la politica dei biocarburanti, “toglie di bocca” la tortilla ai sudamericani per far correre i potenti SUV dei paesi ricchi. Il che è vero: i carburanti di origine vegetale potrebbero sostituire quelli di origine petrolifera, sempre più scarsi e anche più inquinanti, se fossero ottenuti, come è possibile fare, da prodotti di scarto agricoli e forestali, da residui lignocellulosici, eccetera.

L’aumento della produzione agricola sarebbe possibile (con l’impiego di sementi a maggiore resa per ettaro, con la messa a coltura di nuovi terreni), ma molte delle soluzioni “tecnologiche” e “biotecnologiche” prospettate sono devastanti per la fertilità del suolo, per la necessità di impiegare crescenti quantità di concimi e pesticidi (con relativo inquinamento), per la stabilità degli ecosistemi e per la conservazione di quella diversità biologica fra le specie vegetali e animali da cui dipende la possibilità di continuare in futuro le coltivazioni.

Il punto fondamentale sta nel fatto che qualsiasi azione verso la lotta alla scarsità di cibo comporta azioni finora scartate o scoraggiate sul terreno della convenienza “economica”. Si pensi all’abbandono di colture agricole e di piante alimentari nell’Unione europea per non deprimere il prezzo dei prodotti, alla distruzione delle eccedenze agricole che le regole del libero mercato sono incapaci di pensare possano essere distribuite ai paesi sottoalimentati o utilizzate a fini alimentari con processi e prodotti diversi dagli attuali. Ogni anno nel mondo si producono circa 650 milioni di tonnellate di latte; dai sottoprodotti della produzione del burro e del formaggio si possono ricavare concentrati proteici.

La fame, insomma, non è una condanna biblica, ma deriva da egoismi, miopie politiche incapacità di innovare in un settore da cui dipende la reale sopravvivenza dell’umanità; e anche dalla povertà delle conoscenze tecniche e anche geografiche e dalla poca voglia di approfondirle.

Ma lo spreco di cui parla il Papa non è solo questo. Circa il 30 percento degli alimenti che entrano nelle famiglie, nei ristoranti, nelle mense delle comunità, va perduto come rifiuti nelle discariche. Sono vissuto in un tempo in cui si raccontava ai bambini l’ingenua favoletta di Gesù che scendeva da cavallo per raccogliere una briciola di pane caduta per terra. Oggi la massa di perdite e di sprechi del ciclo alimentare ammonta a molti miliardi di tonnellate all’anno: utili programmi di ricerca scientifica permetterebbero di verificare dove si trovano gli sprechi, da che cosa sono costituiti, come è possibile trasformare il rifiuto in ricchezza, come è possibile trarre cibo di buon valore alimentare da sottoprodotti o da piante finora trascurate.

Una parte, infatti, dei sottoprodotti e scarti agricoli, dell’industria alimentare, della distribuzione e del consumo finale potrebbe essere utilizzato con nuovi processi e cicli produttivi per aumentare, per esempio, la componente proteica del cibo.

Esistono alcuni, troppo pochi, centri di ricerche su questa “tecnologia della carità” e purtroppo il tema dello spreco alimentare è assente dai piani dei governanti. Siamo esposti ad una ubriacatura pubblicitaria di cibi sempre più sofisticati e raffinati e le regole economiche sollecitano il “dovere” di comprarne sempre di più perché, dicono, questo aiuta l’economia. Nessuno parla di comportamenti e scelte coerenti con quelli suggeriti dal Papa venuto dall’altra parte del mondo; speriamo che il ruggito del mondo povero ci scuota dalla nostra indifferenza.