SM 3997 — Insostenibilità — 2017

This entry was posted by on giovedì, 1 marzo, 2018 at
Print Friendly

Ecoideare, n. 49, 4-7 (dicembre 2017)

 Giorgio Nebbia nebbia@quipo.it

 Strana parola “sostenibile”, quasi sconosciuta e pochissimo usata nella lingua italiana fino alla fine degli anni ottanta del Novecento; in italiano se ne usava l’aggettivo contrario, insostenibile: un dolore insostenibile, che non si può sopportare.

L’uso di “sostenibile” in italiano è esploso come traduzione della parola inglese “sustainable”, grazie ad un libro, pubblicato nel 1987: “Il futuro di tutti noi” (nell’originale inglese “Our common Future”), un lungo racconto delle crisi del mondo del tempo e delle possibili soluzioni, redatto dalla Commissione mondiale sull’ambiente e lo sviluppo presieduta dalla norvegese Gro Harlem Brundtland.

Secondo la commissione, lo sviluppo sostenibile è definito come: «Development that meets the needs of the present without compromising the ability of future generations to meet their own needs» (Uno sviluppo che soddisfi i bisogni della generazione presente senza compromettere la possibilità delle generazioni future di soddisfare i propri bisogni).

La tesi era una risposta alle ideologie, correnti in quegli anni, diffuse dal libro “The limits to growth” (tradotto in italiano col titolo “I limiti dello sviluppo”) (1972) del Club di Roma.

Tale libro prospettava, mediante elaborazioni matematiche, gli effetti che l’aumento della popolazione umana, l’aumento della produzione industriale spinta dagli investimenti di capitali, l’aumento della produzione agricola, con le loro inevitabili alterazioni ambientali e inquinamenti e l’altrettanto inevitabile impoverimento delle risorse naturali, avrebbero avuto sulla popolazione mondiale esposta a malattie, guerre, scarsità di alimenti — e a un futuro declino.

Il libro concludeva auspicando un rallentamento dell’aumento (“growth”, appunto) della popolazione umana e della produzione di beni materiali.

Il relativo dibattito era durato per tutti gli anni settanta, che furono effettivamente anni di crisi sia economiche sia ambientali che quasi sembravano corrispondere agli scenari previsti dal Club di Roma.

Niente paura, assicurava il libro della Commissione Brundtland, è possibile avere uno sviluppo senza crisi, durevole a lungo, sostenibile, appunto, con una serie di revisioni dei rapporti internazionali, delle soluzioni tecniche e dei comportamenti basati sul principio di usare i beni delle Terra con parsimonia, in modo da lasciarne una porzione adeguata alle generazioni successive.

Il libro apparve in un periodo in cui il mondo intero stava risollevandosi dopo la lunga crisi del petrolio iniziata negli anni settanta e continuata con la guerra Iran-Iraq (1980-1988).

A poco a poco il concetto di sviluppo sostenibile si diffuse in tutto il mondo e piacque a tutti: sia agli ambientalisti, che credevano di trovare una proposta coerente con i loro obiettivi di difesa della natura, sia alla parte meno sprovveduta degli stessi inquinatori, che lo interpretarono come un lasciapassare per continuare, sia pure in una qualche forma più regolata, a produrre incessantemente merci e beni di consumo –- che poi, è l’unica cosa che interessa al mondo economico.

Dopo molti tristi anni di contestazioni ecologiche, di critica del sistema economico capitalistico e della società dei consumi, si poteva di nuovo pensare agli affari e alla produzione e ai consumi, alla crescita del prodotto interno lordo dei singoli paesi e del mondo intero.

Si poteva ricominciare baldanzosamente a estrarre risorse alimentari, forestali, minerarie, energetiche, dalla Terra e a trasformarle in prodotti commerciali, in merci; tale ripresa dei consumi avrebbe inevitabilmente comportato un aumento dell’inquinamento, dell’erosione del suolo, una perdita di biodiversità, ma la società umana, adottando uno “sviluppo sostenibile”, avrebbe trovato il modo di lasciare una quota adeguata di risorse naturali per l’uso delle generazioni future, appunto.

Una lettura più attenta della stessa definizione di sviluppo sostenibile mostrava però che qualcosa non andava: in un pianeta in cui le risorse naturali non biologiche sono inevitabilmente limitate e, una volta sottratte e usate per soddisfare ”i bisogni” di una generazione, non ci sono più — non si può “fabbricare” nuovo petrolio o nuovo carbone, o nuovo suolo fertile — l’uso di quelle esistenti inevitabilmente ne lascia “di meno” e soltanto con maggiore “fatica” fisica ed energetica, e con maggiori costi, sarebbe possibile trarne quanto necessario per soddisfare i bisogni delle generazioni che sarebbero venute dopo.

Una ironica espressione inglese afferma che non si può mangiare la torta e averla di nuovo tale e quale, “To eat a pie and have it”.

“Sostenibile” è, quindi, una contraddizione in termini, una osservazione che comunque passa come acqua fresca sull’entusiasmo dei convertiti alla sostenibilità, e l’aggettivo “sostenibile” è ora applicato a qualsiasi cosa — merci, macchine, città, stati, comportamenti umani — che si voglia presentare come decente, buona, affidabile, duratura.

Se si vuole comprendere il problema dei rapporti fra bisogni umani e risorse naturali bisogna fare un salto indietro, agli anni trenta del Novecento, quando furono formulate in forma matematica le leggi della biologia secondo cui una popolazione che vive in uno spazio limitato e con risorse alimentari limitate, dopo un periodo di crescita smette di crescere e addirittura comincia a declinare a causa dell’intossicazione dello spazio vitale ad opera dei rifiuti della stessa vita.

Più tardi, alla fine egli anni Sessanta, i rapporti fra uso delle risorse e inquinamento furono al centro di un vivace e dimenticato battibecco fra i due biologi americani Barry Commoner e Paul Ehrlich.

Ehrlich attribuiva la causa delle crisi ecologiche in corso negli anni sessanta — inquinamento, erosione del suolo, impoverimento delle risorse energetiche, incidenti industriali — all’aumento della popolazione umana; anzi all’aumento della popolazione umana e dei suoi consumi di beni materiali.

Commoner ribatté che la crisi ecologica, chiamiamola, semplificando, “inquinamento” (I), dipende dall’aumento della popolazione (P) e dall’aumento dei consumi, del benessere, della “affluence” (A), ma anche e soprattutto dalla tecnologia (T), intesa come scelte tecnologiche imposte dalla società capitalistica, rapporti riassumibili con l’espressione: I = PxAxT.

Per fare un esempio, l’inquinamento (I) e i relativi danni alla biodiversità dipendono non solo dall’aumento della popolazione (P) che ha bisogno ai più alimenti, non solo dalla quantità di alimenti che ogni individui chiede all’agricoltura per il proprio benessere (A) ma dalla composizione chimica (T) dei pesticidi tossici e persistenti che l’industria chimica trova profittevole immettere in commercio per assicurare agli agricoltori maggiori rese e profitti.

L’inquinamento del suolo e delle acque da parte di oggetti di materia plastica dipende dal fatto che molti oggetti di uso comune costano meno e assicurano maggiori profitti ai venditori, se sono fatti di materia plastica indistruttibile, non biodegradabile, derivata dal petrolio.

Come alternativa si possono usare sistemi di lotta ai parassiti o alle piante infestanti senza ricorrere ai composti chimici sintetici persistenti o tossici (si pensi al dibattito sul glifosato); oppure si possono sostituire le materie plastiche derivate dal petrolio con prodotti ottenuti dalla biomassa rinnovabile.

Così si può pensare di attenuare l’erosione del suolo (una forma di alterazione ambientale che può ricondursi al concetto di “inquinamento (I)) evitando la costruzione di strade e edifici in zone franose o lungo il percorso delle acque nella valli, evitando la distruzione dei boschi e della vegetazione (azioni che rientrano nel concetto di soluzioni tecniche (T)), eccetera.

Tutte cose sgradite perché comportano costi monetari e minori profitti.

Come se non bastasse, è arrivata la scoperta che le attività umane provocano dei cambiamenti climatici irreversibili, osservati con particolare intensità dagli ultimi decenni del Novecento: il crescente consumo di combustibili fossili (carbone, petrolio, gas naturale), altre produzioni industriali come quella del cemento, e altre attività agricole e zootecniche, immettono nell’atmosfera crescenti quantità di anidride carbonica e altri gas che vengono trattenuti a lungo nell’atmosfera e ne cambiano la composizione chimica.

Tale modificazione dell’atmosfera fa sì che una frazione della radiazione solare incidente venga trattenuta all’interno dell’atmosfera che si riscalda, un fenomeno che peraltro era stato previsto teoricamente già alla fine dell’Ottocento e che ora trovava la propria conferma sperimentale.

Era, se si vuole, la conferma della formula di Commoner: I = PxAxT.

L’inquinamento (I) dell’atmosfera, nel caso particolare la immissione di gas “serra” climalteranti, aumenta (circa 20 miliardi di tonnellate all’anno) con l’aumentare della popolazione terrestre (P), oggi circa 60 milioni di persone all’anno, dei consumi di merci (A) e quindi di energia e di combustibili fossili. A questo aumento dell’inquinamento contribuisce la scelta tecnologica (T) di produrre energia mediante combustibili fossili, dovuta alla pressione politica e finanziaria dei venditori di tali combustibili e all’innegabile comodità del loro uso.

Una attenuazione dell’inquinamento si potrebbe avere con scelte tecnologiche, agendo sul parametro “T”, per esempio ricavando energia dal Sole o dal vento, o diminuendo la quantità di energia usata per produrre una unità di merce (diminuendo quel “costo energetico” delle merci, di cui si è parlato in queste pagine qualche mese fa), ricette peraltro poco efficaci se non si limita l’intensità e la quantità dei consumi “A”. Proposta che nessun governo vuole accettare, come dimostra il fallimento delle trattative per un efficace accordo internazionale sul clima.

Infine ai danni ambientali vanno aggiunti quelli associati alla produzione, alla manutenzione e all’uso delle armi, comprese quelle nucleari, vere e proprie “merci oscene” che assorbono energia, materie prime e sono fonti di morte e di danni ambientali incalcolabili.

Ma non basta: nell’equazione di Commoner i danni ambientali risultano conseguenza del benessere, della quantità di consumi, “A”, un fattore che varia moltissimo fra paesi industrializzati, che potremmo chiamare “ricchi”, circa un miliardo di persone, paesi in via di industrializzazione (circa 4 miliardi di persone) nei quali almeno una parte della popolazione si sta avviando verso consumi e modi di vivere simili a quelli dei ricchi, e infine paesi poveri e poverissimi (circa due miliardi di persone).

In ciascun gruppo sono diversi i modi di usare le risorse naturali, rinnovabili e non rinnovabili, di produrre e di inquinare e sono diversi i tassi di aumento delle popolazioni, senza contare che nell’ambito di ciascuna “classe” ci sono grandi diversità fra una minoranza ricca e “molto ricca” e la parte povera o poverissima.

Anni fa alcuni studiosi hanno tentato di descrivere, con trattazioni matematiche, i fenomeni che sono stati semplificati con l’equazione di Commoner, considerando, nell’ambito della popolazione “P” diverse classi di benessere “A”, per capire chi inquina di più e chi deve affrontare prima il cambiamento auspicato non verso una improbabile sostenibilità, ma almeno verso una minore “insostenibilità”.

Tanto più che nella contrapposizione, economica, umana e ambientale, fra ricchi e poveri sono ammalati tutti, i ricchi per un eccesso di possesso, di paura di perderlo, di avidità e per il conseguente inquinamento, i poveri per mancanza di beni essenziali per soddisfare in modo decente i propri bisogni; malattie dei ricchi e dei poveri curabili soltanto con una maggiore giustizia distributiva.

Se si vuole guardare realisticamente ai bisogni e ai diritti delle future generazioni bisogna affrontare con coraggio e lungimiranza compiti giganteschi e anche affascinanti: i provvedimenti per lasciare alle future generazioni un pianeta in grado di soddisfare i loro bisogni richiedono dei profondi e radicali cambiamenti del sistema economico globale e una diminuzione delle pressioni sulle risorse naturali sia non rinnovabili, sia anche su quelle rinnovabili (prodotti agricoli e forestali e animali).

Compiti di cui poco si occupano i governanti, accecati dal mito della, peraltro  insostenibile, crescita economica, nella quale unicamente credono di vedere il miglioramento delle condizioni di vita e l’auspicabile aumento dell’occupazione, quando una più attenta lettura degli eventi mostrerebbe che un aumento dell’occupazione deriverebbe invece proprio da azioni che attenuassero le differenze di consumi fra paesi ricchi e paesi poveri, fra “ricchi” e “poveri”, e che assicurassero una buona gestione e la manutenzione della nostra unica casa, il pianeta Terra.

Non a caso il papa Francesco, nell’enciclica “Laudato si’”, dedicata a un’etica della produzione e dei consumi necessari per soddisfare i bisogni umani secondo giustizia e in modo compatibile con la salvaguardia della Terra, ha ammonito che “l’attuale sistema mondiale è insostenibile”.