SM 3992 — Tecnologia e sostenibilità — 2017

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Ecoideare, n. 46, 4, 6-7 (settembre 2017)

Giorgio Nebbia nebbia@quipo.it

Fu quello strano personaggio, un po’ urbanista, un po’ economista, un po’ biologo, di Patrick Geddes che nel 1915 scrisse che le città fumose e inquinate, congestionate e violente, del suo tempo appartenevano ad una “età paleotecnica”. Questa, un giorno, avrebbe dovuto lasciare il posto ad una “età neotecnica”, nella quale un uso più intenso, pianificato, della scienza e della tecnica avrebbe permesso di edificare città più umane, di fabbricare merci più durature con processi e materiali meno inquinanti. Si era alle soglie della prima guerra mondiale che avrebbe stimolato incredibili innovazioni — ma anch’esse paleotecniche — nel campo dell’automobile, degli aeroplani, delle armi, della chimica, dei gas asfissianti, della gomma sintetica, del petrolio.

Al lungo massacro seguirono gli anni spensierati del consumismo che aprì le porte alla grande crisi. E proprio nel 1934 Lewis Mumford, il grande ammiratore di Geddes, si interrogò di nuovo sul carattere — ancora completamente paleotecnico — della società in cui stava vivendo e riconobbe che essa era ancora ben lontana da quella utopia neotecnica a cui si sarebbe un giorno dovuti pur arrivare.

E’ passato un secolo, abbiamo assistito a innumerevoli altre invenzioni e innovazioni che peraltro non ci hanno fatto uscire dalla palude paleotecnica. Che l’età neotecnica sia pura utopia ? Che questo sia davvero il migliore dei mondi ? Forse è tempo di affrontare la ricerca di una risposta a tali domande, di iniziare un riesame del mondo delle cose materiali, degli oggetti e delle merci, per immaginare come possano essere riprogettati e costruiti, appunto, in maniera neotecnica.

Le cose materiali non sono neutrali: esistono i bisogni umani, di cibo, di abitazione, di comunicazione, di felicità, di bellezza, ma ciascuno di questi può essere soddisfatto con numerosi oggetti molto diversi fra loro. Ciascun oggetto — il cemento dei muri, il cibo, le macchine, i mobili, i giornali, le piastrelle dei gabinetti — partecipa ad una propria “storia naturale”. Ciascun oggetto, ciascuna merce, è fatto con beni fisici, materiali, tratti dalla natura — le pietre, i prodotti agricoli, il legno, i minerali, le fonti di energia, l’acqua — che vengono trasformati in “beni utili” dopo essere stati trasformati attraverso un processo di produzione che genera, insieme alle merci, scorie e rifiuti solidi, liquidi e gassosi.

A loro volta le merci entrano in un processo che si chiama, impropriamente, di “consumo”. In realtà gli esseri umani non “consumano” niente, ma usano, per un tempo più o meno lungo, gli oggetti, gli edifici, le macchine. Durante l’uso gli oggetti si modificano, si usurano, fino a quando non vengono buttati via, rifiutati, sotto forma di scorie o rifiuti, appunto, e finiscono nei grandi corpi riceventi naturali. Siamo, insomma, di fronte ad una grande circolazione di materia e di energia che va dalla natura, alla produzione, all’uso degli oggetti e di nuovo alla natura, una circolazione natura—merci—natura.

Alcune merci (il cibo, gli imballaggi, i giornali, la benzina) svolgono la loro funzione per alcune ore o pochi giorni; altre (i libri conservati nelle biblioteche, i muri, i mobili, i frigoriferi, certe macchine, i computers) restano in funzione per mesi o anni; altre (alcuni mobili, alcuni edifici) per decenni; alcuni edifici durano molti decenni e, raramente, qualche secolo.

La circolazione natura—merci—natura ha diversi caratteri e forme nei vari paesi della Terra; in ogni caso lascia impoveriti i grandi serbatoi di risorse naturali (foreste, miniere, riserve di combustibili) e modifica e peggiora, spesso irreversibilmente, l’aria, le acque, il suolo. La massa di materiali che “attraversano” ogni anno la tecnosfera ammonta ad alcune decine di miliardi di tonnellate.

E’ possibile andare avanti così, con una popolazione mondiale che aumenta di oltre 50 milioni di persone all’anno, con crescenti fame di merci e rigurgito di rifiuti, possiamo continuare a correre spensieratamente verso la barriera della scarsità di molte risorse naturali, o dobbiamo tentare qualche nuova strada ?

Le conoscenze disponibili mostrano che è possibile edificare un mondo in cui i bisogni umani siano soddisfatti meglio di quanto avviene adesso. Il primo passo è la ricerca di altri indicatori del valore. Finora il valore delle cose è misurato in unità monetarie, secondo regole che non tengono conto di come le cose sono fatte, di quello che “contengono” dentro di se, di dove vanno a finire.

In un mondo neotecnico si dovrebbe considerare che “valgono” di più gli oggetti che sono ottenuti con minore consumo di energia e di materie estratte dalla natura — si potrebbe così parlare di un minore “costo energetico” o “costo in materie prime” degli oggetti — valgono di più le merci e i manufatti che durano di più, che sono più adatti ad una facile manutenzione, che generano minori scorie e rifiuti — che hanno un minore “costo ambientale”.

La produzione di oggetti con queste nuove scale di valori comporta una grande svolta nella progettazione: problema che si erano già posti i progettisti negli anni trenta del Novecento, con alcune soluzioni che varrebbe la pena resuscitare alla luce dei nuovi vincoli di durata, di facile manutenzione, di minore inquinamento: e non è detto che i manufatti neotecnici debbano essere privi di bellezza. A ben pensare il progresso tecnico industriale è stato reso possibile dall’accettazione di norme di facile manutenzione e ricambio, ed è debitore più a Whitworth, che introdusse la standardizzazione dei dadi e delle viti, che a Ford o Fermi.

Un altro passo neotecnico è rappresentato dalla possibilità di allungare la vita utile dei materiali attraverso il riciclo delle merci usate. Oggi l’operazione viene vista come una strada per evitare di essere travolti dalla valanga di rifiuti che fuoriesce dalle case, dai negozi, dalle fabbriche, che non si sa più dove mettere.

Ma la valanga dei rifiuti è figlia della progettazione sbagliata, paleotecnica, degli oggetti che comunque, alla fine della loro vita utile, hanno ancora intatto il loro contenuto di cellulosa nella carta, silicati nel vetro, gomma nei copertoni usati, ferro e plastica nelle carcasse delle automobili. Non ci sarebbero grandi difficoltà a progettare merci adatte al riciclo, facilmente smontabili, meno contaminate da sostanze che ne rendono problematico e inquinante il riutilizzo in un ciclo produttivo che impiega le merci usate come “materie seconde”.

Una svolta neotecnica, insomma, deve cominciare a mettere in discussione il mondo paleotecnico che ci circonda, i suoi oggetti, edifici, macchine, per cercare nuovi canoni di efficienza, valore e “bellezza”, alla luce dei vincoli con cui dovranno fare i conti i terrestri nel ventunesimo secolo.

Ma la auspicabile società neotecnica è un passo verso una società biotecnica, di cui Mumford aveva già visto i segni all’orizzonte, una società basata sull’uso delle risorse rinnovabili offerte dai grandi cicli naturali, dal Sole la cui energia raggiante fornisce calore ed elettricità e alimenta il moto dell’aria e delle acque e fa crescere materie organiche attraverso la fotosintesi.

Solo tale società biotecnica si propone come davvero abbastanza sostenibile, duratura, capace di usare i beni e le risorse naturali oggi disponibili in modo da lasciarne una adeguata, anche se inevitabilmente impoverita e di peggiore qualità ecologica, riserva alle generazioni future.

Come guida all‘uso e alla manutenzione del pianeta Terra raccomando la lettura del sempre attualissimo principale libro di Lewis Mumford, “Tecnica e cultura”, la cui edizione del 1934 è stata tradotta in italiano e pubblicata nel 1961 da Il Saggiatore; una riedizione è stata fatta sempre da Il Saggiatore nel 2005.