SM 3904 — I conflitti ambientali fanno bene — 2016

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La Gazzetta del Mezzogiorno, mercoledì 17 agosto 2016; Eddyburg, 16 agosto 2016, http://www.eddyburg.it/2016/08/conflitti-ambientali-e-democrazia.html

Giorgio Nebbia nebbia@quipo.it

Tutti i progressi per difendere e migliorare le condizioni dell’ambiente e della natura, cioè, poi, della salute umana, sono stati ottenuti in seguito alle proteste del popolo inquinato. I conflitti ambientali vedono contrapposti vari soggetti: per semplicità immaginiamo che una persona costruisca una fabbrica che “è buona”, perché produce beni utili, e richiesti dalle persone e perché assicura occupazione e quindi reddito ai lavoratori.

E immaginiamo che durante la produzione la fabbrica emetta nell’aria i fumi che si liberano nel processo, e che tali fumi ricadano sulle case vicine arrecando danno agli abitanti che si ammalano e devono spendere dei soldi per curarsi.

Immaginiamo a questo punto che le persone inquinate protestino — ecco l’inizio del conflitto — e chiedano al proprietario della fabbrica di smettere di inquinare. Il proprietario della fabbrica inquinante replica che sta operando in conformità delle tecniche e delle leggi esistenti; ciò non soddisfa gli ammalati i quali chiedono che la fabbrica trovi qualche sistema per eliminare i fumi.

Il proprietario della fabbrica replica che, se facesse quanto chiesto dagli inquinati, la merce che produce verrebbe a costare troppo e sarebbe costretto a chiudere, licenziando gli operai. A questo punto operai e ammalati insieme ricorrono “allo Stato”, il quale ha il dovere di trovare una qualche soluzione in grado di difendere sia la salute degli inquinati, sia il posto di lavoro degli operai, sia il diritto del fabbricante di produrre le merci necessarie.

Per risolvere il conflitto lo stato può trarre dalle tasse dei cittadini qualche soldo per indurre il fabbricante a mettere un filtro sul suo camino, oppure per pagare un salario agli operai disoccupati, oppure per risarcire le spese degli ammalati o per qualsiasi altra soluzione. Anche se il riferimento al caso Taranto non è casuale, proprio questo tipo di conflitto ambientale è stato descritto già un secolo fa in un famoso libro dell’economista inglese Pigou.

Lo studio di simili e di altri conflitti ambientali sarebbe di grande utilità per vedere come sono stati risolti in passato e come se ne possono trarre utili informazioni per il futuro. E’ quanto ha fatto l’Associazione ASud con il suo Centro Documentazione Conflitti Ambientali (CDCA) che raccoglie storici, sociologi, tecnici, ambientalisti, pacifisti (si, anche pacifisti alla ricerca di soluzioni dei conflitti militari, simili a quelli ambientali).

Nelle settimane scorse è stato pubblicato uno dei volumi del Centro a cura di Giovanni Ruocco, dell’Università di Roma, e i Marianna Stori, studiosa del CDCA. Si tratta di uno dei preziosi libri “sommersi”, che non si trovano nelle librerie, sovraffollate di libri commerciali, e che può essere cercato presso il CDCA al sito www.cdca.it

I vari saggi del libro esaminano alcune delle more forma che caratterizzano i conflitti ambientali in Italia. Talvolta la protesta riguarda l’inquinamento di attività che sono in funzione e di cui si vedono i danni alla salute e all’ambiente; è il caso dell’Ilva di Taranto o della centrale termoelettrica a carbone di Brindisi Sud.  In altri casi la protesta della popolazione è rivolta ad impedire che vengano realizzate opere

considerate inquinanti, dannose per l’ambiente, inutili o tecnicamente sbagliate; si possono ricordare le proteste contro i progetti di costruzione delle centrali nucleari, o delle fabbriche di proteine dal petrolio (che non sono stati realizzati perché sbagliati), o quelli in corso nei confronti delle opere per il “Terzo Valico” fra Liguria e Piemonte, della linea ad alta velocità Torino Lione che attraversa la Valle Susa, della costruzione del ponte sullo stretto di Messina, che, secondo i proponenti, assicurerebbero più veloci trasporti di merci e persone e di cui i contrari contestano  non solo l’utilità, ma anche la pericolosità per i lavoratori che dovrebbero scavare gallerie che attraversano rocce nocive e le alterazioni che arrecherebbero alle pianure e valli attraversate.

In altri casi ancora il conflitto sorge dopo che i danni si sono verificati e le cause di tali danni sono cessate. Si pensi ai morti per tumore per l’esposizione all’amianto in cave e fabbriche ormai chiuse (a Casale Monferrato e a Bari) e che si manifestano a distanza di tempo, per essere venuti a contatto con sostanze cancerogene o tossiche di origine industriale. In questo terzo caso il conflitto chiede la punizione dei responsabili e un risarcimento per gli ammalati e per le morti.

Esiste poi tutto un vasto capitolo di conflitti che riguardano l’ambiente di lavoro, cioè i danni e pericoli a cui sono esposti i lavoratori all’interno delle fabbriche, delle cave e miniere, dei cantieri, nei confronti dei datori di lavoro che non assicurano adeguate condizioni di sicurezza. Un tema che è stato ben presente nelle organizzazioni sindacali e nella cultura scientifica da oltre mezzo secolo e che ha portato, solo di recente, all’emanazione dei decreti n 626 del 1944 e 81 del 2008, che stabiliscono maggiori precauzioni, nonostante le quali ogni anno oltre mille persone perdono la vita nell’”ambiente” di lavoro,

Fra i conflitti ambientali vanno inclusi anche quelli che riguardano la difesa degli acquirenti di merci, esposti a frodi e a danni. Di questi si occupano numerose associazioni di difesa “dei consumatori”, talvolta attente anche ai risvolti ecologici dell’acquisto e dell’uso di merci.

Queste poche considerazioni mostrano che la conoscenza dei conflitti perché la loro conoscenza può facilitarne la soluzione nel nome di una società capace di soddisfare i bisogni umani con minore violenza.