SM 3818a — Storia naturale della città — 2015

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Energie&Ambiente, 5, (17), 72-74 (marzo 2015); 5, (18), 42-44 (maggio 2015) 5, (19), 36-38 (settembre 2015); 5, (20), 64-66 (novembre 2015) 

Giorgio Nebbia nebbia@quipo.it

L’acqua dentro la città

La città è un organismo vivente, con un comportamento simile a quello di un corpo umano, tanto che si parla di metabolismo urbano per indicare il flusso di materiali che la città ogni giorno riceve dall’esterno, trasforma e usa, generando ogni giorno un flusso di rifiuti gassosi, liquidi e solidi che in parte vengono esportati all’esterno della città stessa.

Proprio come gli organismi animali, l’organismo urbano si nutre, se così si può dire, di moltissime cose: prima di tutto degli alimenti per gli abitanti, sotto forma di farina, verdura, carne, latte, eccetera, provenienti dall’esterno in un continuo quasi invisibile flusso, per lo più notturno, di treni e camion che riforniscono i negozi, i supermercati, i ristoranti. Ma la città si nutre di molte altre cose: i carburanti che riforniscono i distributori di benzina per i mezzi di trasporto, i depositi di gasolio che a loro volta assicurano il riscaldamento degli uffici e delle abitazioni; si nutre di carta che alimenta le tipografie o che arriva alle edicole sotto forma di giornali e riviste e libri; si nutre di cemento e sabbia e mattoni e piastrelle, di macchinari e elettrodomestici, eccetera. Vista con questa ottica, la città appare come un corpo che lentamente si sveglia la mattina, e si rigonfia di merci e di persone e di automobili con un frenetico movimento per tutto il giorno fino a quando arriva la sera e lentamente si sgonfia; i pendolari tornano alle loro case lontane e gli abitanti dormono; gran parte dei materiali che sono entrati nella città fuoriescono, più o meno presto, sotto forma di rifiuti, ma una parte resta incorporata nella città che quindi lentamente si gonfia.

Ma l’ingrediente principale per la vita urbana è l’acqua, un fiume che attraversa ogni città innanzitutto come fonte di acqua alimentare per gli esseri umani in ragione di circa 4 o 5 mila litri solo per bere e per cuocere gli alimenti; questa acqua deve avere una elevata qualità, deve essere priva di sostanze nocive e viene distribuita in genere dagli acquedotti; in parte viene acquistata in bottiglie. Occorre poi molta altra acqua, anche questa di buona qualità, per i servizi igienici. Nei paesi industriali circa 100 mila litri all’anno per persona.

Ma c’è poi molta altra acqua che attraversa la città sotto forma di “fiumi” superficiali e sotterranei. Se ci si volta indietro a guardare, quasi tutte le città, fin dai tempi più antichi, si sono insediate accanto a delle fonti di acqua, per lo più lungo i fiumi o i riva ai laghi. Tutte le società urbane sono state società di fiumi e l’acqua ha sempre svolto, nel corso della storia, varie funzioni, in genere diverse da quelle alimentari e igieniche.

L’acqua ha svolto, e ancora in molte città svolge, la funzione di via di trasporto delle persone e delle merci, il che ha determinato l’insediamento, lungo le sue vie di transito, di grandi mercati e attività commerciali.

Una seconda funzione importante dell’acqua urbana è sempre stata quella di collettore dei rifiuti delle attività umane e, col passare del tempo, artigianali e anche addirittura industriali; fino a quando le attività artigianali e produttive sono rimaste all’interno delle città l’acqua ha rappresentato sia un “mezzo di produzione” come materia prima per i vari processi, dalle filature e tessiture, alla lavanderie, alla manifattura della carta, eccetera, sia la fonte di energia in grado di azionare mulini e fabbriche che si insediavano proprio lungo fiumi e canali.

Un’ultima importante funzione dell’acqua è stata in passato quella difensiva; nelle ”città murate”, e moltissime lo erano, anche se di quasi tutte, eccetto la città di Lucca e poche altre, si sono perse le strtutture, il centro urbano era circondato da un fosso difficilmente valicabile da un nemico.

I milioni di persone che visiteranno l’esposizione universale EXPO 2015 di Milano, avente come tema “Nutrire il pianeta. Energia per tutti”, potrebbero, volando, riconoscere nella città che li ospita le funzioni che l’acqua ha svolto anche proprio in relazione ai due temi della manifestazione.

Milano, come i milanesi ben sanno, è sorta stesa fra i fiumi Seveso e Lambro, provenienti dai laghi e in passato navigabili fin entro Milano. I governanti della città hanno quindi, nei secoli, avuto cura di organizzare il flusso delle acque in modo da assicurare sia acqua, sia energia, sia vie di comunicazione, sia scarico di rifiuti. Con alcuni di questi canali era possibile far arrivare i materiali da costruzione fino alla piazza dove era in costruzione il Duomo.

La storia e l’evoluzione di questi canali è riportata in un bel libro a cura di Chiara Tangari, “Cinquecento anni di Naviglio Martesana (1497-.1997)”, pubblicato nel 1998 dalla Provincia di Milano, sfortunatamente in pochi esemplari. Di tratta di uno dei molti ”libri sommersi” che aiutano a comprendere il territorio e la sua evoluzione e che meriterebbero una maggiore diffusione. Ad esempio nel saggio di Silvia A. Conca Messina, “Acqua e industria a Milano”, viene ricostruita la presenza di attività produttive all’interno della città di Milano, rese possibili grazie all’energia fornita da ruote idriche alimentate dall’acqua del Canale principale e delle sue numerose ramificazioni.

Si trattava di mulini da grano, di manifatture di tabacchi, di cotone, di filatoi di seta e della Zecca collocata, dalla metà del 1700, all’angolo fra Via Manin e i bastioni di Porta Venezia in cui scorreva uno dei rami del Canale della Martesana. Tale canale svolgeva anche la funzione di fogna, come dimostra una filastrocca che i vecchi milanesi conoscono, che parla delle imprese dei “ratt della Martesana”, invadenti ospiti delle sue rive.

Moltissime altre città italiane hanno goduto delle funzioni svolte dall’acqua che le attraversava. A titolo di esempio, le canalizzazioni di Brescia, oggi in gran parte coperte all’interno della città, sono state descritte in un libro (anch’esso “sommerso”), di Marcello Zane, uno storico della Fondazione Luigi Micheletti di Brescia, intitolato: “Comunità d’acque. Le utenze del Mella e la storia del Consorzio generale federativo”, pubblicato nel 2012. Anche in questo caso è stato ricostruito il complesso sistema di canali che attraversavano la città per convogliare le acque di tre derivazioni del fiume Mella denominate Garza, Bova e Celato. Le loro acque assicuravano l’approvvigionamento idrico e rappresentavano le fonti di energia per numerose fabbriche all’interno del tessuto urbano e svolgevano anche funzione difensiva scorrendo lungo l’antico sistema murario della città.

Ben merita il titolo di “città d’acque” Bologna, posta ai piedi delle colline e con un dislivello delle sue varie parti fra 40 e 70 metri, è attraversata dal torrente Aposa, le cui acque non erano sufficienti per le necessità della città per cui, a partire dal Medioevo, sono stati costruiti due canali derivati dal fiume Reno, a ovest della città, e dal fiume Savena, a est. Grazie a questi canali e alle numerose derivazioni la città poté dotarsi di un porto e incoraggiare l’insediamento di numerose fabbriche alimentate da energia idrica che ne fecero una vera e propria città proto-industriale. Questo sistema idrico, ormai in gran parte sotterraneo e non più visibile, ha lasciato profonde tracce nella toponomastica e nel ricordo collettivo ed ha stimolato progetti di ricostruzione storica del sistema idrico urbano e di archeologia industriale. A solo titolo di esempio di questo fervore citerò il volume, pubblicato nel 1994, “Bologna d’acqua. L’energia idraulica nella storia della città”, Editrice Compositori. Lo storico Tiziano Costa nel 2008 ha pubblicato in proprio (c.erabologna@libero.it), il volume “Il grande libro dei canali di Bologna”. Le ricerche e la conservazione del sistema idrico di Bologna sono state oggetto di un documentario televisivo trasmesso da RAI3 Voyager del 26 dicembre 2014.

La consapevolezza di essere “città d’acqua” si sta diffondendo in altre città come Torino, Padova, e tante altre; esistono associazioni per la valorizzazione dei mulini ad acqua urbani come testimonianze di archeologia industriale. Ma vorrei chiudere con un commento sull’importanza culturale delle fognature, le vie attraverso cui le acque scorrono nel ventre delle città asportando la massa dei rifiuti. Alcune sono state antiche gigantesche opere pubbliche come la Cloaca Massimo di Roma. Ma anche più recenti fognature delle grandi città hanno attratto l’interesse di scrittori e storici. Vale per tutte la descrizione delle fogne di Parigi immortalate fra l’altro da Victor Hugo nel romando “I miserabili” (1862). Ricordate quando Jean Valjean raccoglie Marius ferito e svenuto durante l’ultimo assalto dei soldati alla barricata dei patrioti repubblicani asserragliati in rue de la Chanvrerie, in quel drammatico giugno del 1832 ? Jean Valjean sapeva che doveva, per amore della figlioccia Cosetta, salvare il giovanotto che essa amava e non aveva di fronte altra via che rifugiarsi, attraverso una botola nel pavimento stradale, nelle fogne di Parigi. A questo punto Victor Hugo si ferma e dedica l’intero secondo libro della quarta parte de “I miserabili” ad una lunga e dettagliata analisi che figurerebbe bene in un trattato di ecologia, dal momento che parla a lungo delle preziose sostanze organiche che, rifiuti delle attività umane, potrebbero essere recuperate come “oro delle fogne” per concimare le terre e aumentare la produzione dei campi. Le fogne di molte città hanno rappresentato vie di fuga, da quella (vera) che permise a pochi combattenti del Ghetto di Varsavia di sfuggire ai nazisti nel 1943, a quelle (fittizie) di molti film di avventura, fra cui “Il terzo uomo” del 1949.

La città delle merci

Da quando, in tempi antichissimi, le persone non sono più state in grado di produrre da soli cibo, panni, oggetti domestici, è nata una nuova classe di soggetti economici e sociali, quella dei mercanti. Dotati della conoscenza dei prodotti richiesti da ciascuna comunità, della loro origine e della localizzazione dei produttori, i mercanti si sono posti come intermediari fra agricoltori, artigiani e fabbricanti e il popolo degli acquirenti. Spesso i mercanti percorrevano lunghe distanze per trasportare le merci dalla produzione ai villaggi e alle città; la vendita aveva luogo in uno spazio pubblico in cui il mercante potesse incontrare gli acquirenti e eventualmente spiegare le proprietà e indicare il prezzo di quanto offerto: nasceva così “il mercato”.

A differenza del significato attuale della parola, per millenni il mercato è stato un interessante spazio di conoscenza, esposizione, offerta e scambio delle merci. Nei villaggi e nella città si trattava per lo più di una piazza dove si svolgeva la “fiera”. Un po’ alla volta il mercato pubblico è stato sostituito da botteghe private fino ai grandi supermercati, fino agli attuali ipermercati nei quali viene riprodotta “la piazza”, luoghi di esposizione e vendita delle merci, ma anche di incontro e socializzazione, contenenti altri servizi come ristoranti e cinema, vere e proprie microcittà in cui il commercio e la vita comunitaria si ritrovano nella società ipertecnologica. Quasi la chiusura di un cerchio.

Le “fiere” si sono certamente svolte nelle principali città da tempi antichissimi. Si ha notizie di “fiere” a Messina nel 1288 e due anni dopo a Gravina di Puglia, come se esistesse, lungo i secoli, immutata nella sostanza, anche se in varie forme, una irrinunciabile necessità e desiderio di rapporti fra produttori, commercianti e acquirenti, di scambi di conoscenze, in vere e proprie “piazze culturali merceologiche”, di quanto viene prodotto, venduto ed acquistato.

Nel Settecento le merci erano diventate tante e così diversificate e difficili da conoscere, che gli illuministi pubblicarono dei dizionari e delle enciclopedie nei quali erano elencate, in ordine alfabetico, le merci e le loro caratteristiche e le possibili frodi. Con questo aumento delle curiosità “scientifiche” per le manifatture e i prodotti di commercio si sentì il bisogno di ampliare le fiere trasformandole in luoghi in cui un gran numero di fabbricanti potessero “esporre” le proprie merci e manufatti ad un pubblico più vasto. In tali fiere-esposizioni le merci erano e sono presentate sia per far sapere ad altri commercianti di che cosa si tratta e dove e da chi sono prodotte e dove possono loro stessi acquistarle per poterle poi vendere al pubblico, sia per “parlare” ad un più vasto pubblico, di ciascun paese e internazionale, per suscitare curiosità e voglia di acquistare e per far conoscere i progressi tecnico-scientifici dei vari paesi.

Sono così cominciate le grandi ”Esposizioni”, fiere campionarie, in cui sono visibili i campioni delle nuove merci, ma anche occasioni di diffusione di cultura, in genere nelle città capitali. Probabilmente la prima iniziativa del genere si tenne a Parigi nel 1798 come “Esposizione pubblica dei prodotti dell’industria francese”, con evidente intenzione di assicurare prestigio politico internazionale al nuovo stato nato dalla Rivoluzione. In quell’anno ben 110 espositori presentarono i loro campioni di orologi, gioielli, tessuti, mobili, matite e … libri. Le “esposizioni di prodotti” continuarono a Parigi quasi annualmente fino al 1806 e ripresero dopo la restaurazione.

Nel frattempo la rivoluzione industriale aveva investito tutti i paesi con l’aumento del benessere di classi più vaste e di voglia di conoscere e comprare merci. Si può forse riconoscere come prima grande manifestazione internazionale quella che si tenne nel 1851 a Londra, allora il paese industrialmente più avanzato e nel pieno del successo imperiale della Gran Bretagna della regina Vittoria, col nome di “Grande esposizione dei prodotti dell’industria di tutte le nazioni”, con 25 paesi ospiti e, si dice, sei milioni di visitatori.

Seguirono, con altrettante ambizioni, nella Francia del secondo impero di Napoleone III, le esposizioni di Parigi, del 1855 orientata ai prodotti industriali, e del 1856 orientata ai successi delle produzioni agricole francesi. Da allora fu una corsa di ogni paese a organizzare esposizioni per far conoscere i propri progressi economici e tecnici. Seguirono simili esposizioni a Parigi, Vienna, nella lontana Melbourne. A Milano nel 1871 si tenne la prima “esposizione industriale” dell’Italia unita, il cui interessante catalogo è stato ristampato nel 2010 a cura dell’editrice “Milano città delle scienze”. Nell’elenco di esposizioni universali spicca quella di Parigi del 1889, voluta per celebrare, ormai in età repubblicana, il centesimo anniversario della Rivoluzione Francese; fu l’occasione per mostrare al mondo, con la Torre Eiffel, tutta d’acciaio, il successo della ingegneria e tecnologia siderurgica e meccanica. La successiva esposizione di Parigi del 1900 fu adornata dalla illuminazione elettrica, altro trionfo della nuova fonte di energia e delle nuove lampade inventate dall’americano Edison.

Ancora Milano volle la sua Esposizione internazionale del Sempione nel 1906, in occasione dell’apertura della galleria che collegava l’Italia all’Europa centrale, cioè ai grandi imperi industriali, e che vide la straordinaria partecipazione di 25 paesi e 10 milioni di visitatori provenienti da tutto il mondo. Nelle speciali strutture costruite per tale esposizione fu creata, nel 1923, la sede permanente della ”Fiera di Milano”, l’evento annuale di primavera nel quale le industrie potevano mostrare al mondo le proprie novità. Il film di Camerini, “Gli uomini che mascalzoni”, del 1932, con De Sica, ancora trasmesso da qualche televisione locale, mostra l’atmosfera gioiosa e incantata dell’incontro popolare con la tecnica, con prodotti e macchinari, nella fiera “campionaria” di Milano. Anche Bari volle, nel 1929, una sua fiera “campionaria” in cui presentare le merci e i prodotti della Puglia, e che ospitava i prodotti di molti paesi africani e asiatici, “del Levante”, che si presentavano, in tali incontri annuali agli occhi del mondo.

Come professore di Merceologia non mancavo, ogni anno, di visitare la Fiera “campionaria” di Milano e la Fiera del Levante di Bari per conoscere le novità di cui parlare ai miei studenti e per raccogliere campioni da esporre nel museo merceologico dell’Università. Adesso ci sono rigorose distinzioni fra esposizioni universali, ogni cinque anni, esposizioni internazionali, ogni tre anni, entrambe destinate a trattare particolari temi di interesse generale, manifestazioni diventate occasioni per congressi, ed esposizioni, spesso, più di uomini politici che di prodotti.

Finalmente, la grande esposizione universale di Milano EXPO 2015, rappresenta una eccezionale occasione per ”esporre” i mezzi con cui raggiungere i grandi generosi obiettivi di “Nutrire il pianeta” e di assicurare “Energia per tutti”. L’EXPO 2015 rientra nel filone delle esposizioni e fiere merceologiche a cui si accennava prima: infatti per “nutrire il pianeta” occorrono trattori e concimi, processi per trasformare i prodotti dell’agricoltura e della zootecnia attraverso innumerevoli operazioni di conservazione e di modificazione fisica e chimica (si pensi alla trasformazione del latte in burro e formaggio, dei chicchi di grano in pasta e pane, delle carcasse degli animali in carne in scatola, dei pomodori in conserve, eccetera).

E occorre acqua ricavata dalle sorgenti o distribuita dagli acquedotti, e energia, la merce per eccellenza ricavata da carbone o petrolio, da gas naturale o dal moto delle acque o dai pannelli fotovoltaici. E poi occorrono navi e camion e treni che trasportano i prodotti alle fabbriche e poi ai supermercati e alle botteghe fino ai mercatini di paese, tutta una catena di scambi in cui si formano peraltro anche scorie e rifiuti inquinanti. Non a caso i vari prodotti esposti dai tanti paesi sono presentati ponendo l’accento sulle loro virtù di essere poco inquinanti, di non provocare aumento della temperatura terrestre limitando le emissioni di gas serra, di essere ottenuti da materie rinnovabili — e del resto l’agricoltura, la fonte dei cibi, è proprio l’unica attività umana basata sui cicli naturali rinnovabili ed eterni dell’energia solare e delle acque — di essere, come promettono, sostenibili in modo da assicurare nutrimento ed energia alle generazioni future,

Una occasione per “esporre” informazioni e notizie sui prodotti di terre e persone vicine e lontane, sul lavoro umano nei campi, nelle fabbriche, nei negozi e sul comportamento alimentare delle famiglie e delle mense, sulle contraddizioni, anche, delle varie forme dell’agricoltura. L’EXPO ha insomma, come grande “città delle merci”, una straordinaria funzione culturale e, direi, educativa, per diffondere una conoscenza popolare dei problemi dei beni essenziali, cibo ed energia, da cui dipende la vita quotidiana di tutti, abitanti dei paesi del ”primo mondo”, quelli di antica industrializzazione, abitanti del “secondo mondo”, in via di rapida industrializzazione, e degli abitanti poveri del “terzo mondo” che chiedono cibo ed energia per uscite dalle loro condizioni arretrate.

La città. Il verde. Il verde urbano

Il verde come depuratore dell’aria

Siamo nel 1660 in Inghilterra, a Londra, la città che sta diventando il centro dei grandi commerci internazionali e la cui borghesia cerca di migliorare le proprie condizioni di vita. Londra è una città fredda e le abitazioni erano riscaldate con il carbone importato da Newcastle e lo stesso carbone era usato nei forni e nelle fabbriche dell’industriosa metropoli. Con l’inconveniente che la combustione di crescenti quantità di carbone rendeva l’atmosfera puzzolente e nera di fuliggine liberata, insieme a ossidi di zolfo e a vari altri gas, dalla combustione. John Evelyn (1620-1706) era una delle persone in vista nella città, intellettuale e scrittore, apprezzato a corte dal re Carlo II; nel 1660, insieme ad alcuni altri aveva fondato la Società Reale per migliorare le conoscenze della natura, la Royal Society. Nel 1661 Evelyn scrisse al re un a lunga lettera intitolata: “Fumifugium”, cioè le conseguenze dell’inquinamento dell’aria e i mezzi per evitarlo. Dopo aver riconosciuto che esso era dovuto all’uso del carbone fossile, nella seconda parte indicava che uno dei rimedi sarebbe consumarne di meno, e nella terza parte spiegava che almeno se ne possono attenuare i danni alla salute piantando giardini e alberi che assorbono in parte i fumi nocivi.

“Fumifugium”, citato come prima analisi dell’inquinamento atmosferico urbano, fu seguito da un altro saggio intitolato “Sylva” in cui Evelyn raccomandava l’aumento della superficie dei boschi, utili, oltre che come depuratori naturali, come fonti di energia e per ricavarne legname per le costruzioni di edifici e di navi. Si trattava delle prime testimonianze del ruolo salvifico del verde urbano.

La città è un ecosistema, un organismo vivente, che si autoavvelena in seguito alla propria attività basata sulle fonti di energia. Ogni città, grande o piccola, che sia, è una “macchina” che brucia energia sotto forma di carburanti per muovere autoveicoli, per riscaldare le case, per uso di cucina, per attività artigianali; questa energia è per lo più sotto forma di prodotti petroliferi o gas naturale e si trasforma immediatamente in una massa di gas. Un calcolo approssimativo indica che ogni persona in una città immette ogni giorno nell’atmosfera da tre a cinque chili (da cento a duecento litri) di una miscela di gas costituiti principalmente da anidride carbonica, ma contenente anche ossido di carbonio, ossidi di azoto e di zolfo, polveri carboniose di dimensioni da due a dieci millesimi di millimetro (micron), cioè estremamente sottili e cariche di piccole, ma apprezzabili, quantità di idrocarburi, alcuni dei quali cancerogeni.

Questi gas e polveri vengono respirati dalle persone e arrecano danni alla salute nella maniera più perversa; a differenza dei veleni veri e propri, che uccidono subito chi li ingerisce, gli inquinanti urbani fanno sentire i loro effetti nocivi a distanza di anni o decenni, per accumulazione e per interazione con altri agenti tossici immessi nell’aria delle società “moderne”. Tanto è vero che, quando viene proposto, per migliorare la qualità dell’aria, di limitare il traffico automobilistico, cosa che disturba i venditori di automobili o di carburanti o i negozianti o gli stessi cittadini, viene spesso obiettato che gli inquinanti dovuti al traffico fanno “meno” danni di quelli assorbiti con le sigarette o con i pesticidi o con qualsiasi altro frutto del “progresso”.

Il verde contro l’effetto serra

Oltre alla funzione di “depuratore” dell’atmosfera dai gas nocivi il verde urbano — come del resto il verde dovunque — ha la funzione di liberare, durante la fotosintesi, ossigeno e di “portare via” dall’atmosfera quell’anidride carbonica che, prodotta dai combustibili fossili, rappresenta il principale “gas serra”, responsabile dei mutamenti climatici. E’ difficile fare i conti, ma, con grossa approssimazione, si può dire che un metro quadrato di superficie coperta di vegetazione — non solo quella degli alberi, ma anche quella dei prati e perfino delle umili erbe che si fanno strada negli interstizi delle strade e delle piazze — assorbe nel corso di un anno, circa 200 chili di anidride carbonica; direte che sono pochi, se si considera che la stessa quantità è emesse da un solo autoveicolo che percorre 1000 chilometri.

Comunque una superficie come quella del Parco di Porta Venezia, ben noto ai lettori milanesi, assorbe in un anno più o meno 40.000 tonnellate di anidride carbonica, più o meno la stessa quantità emessa in un anno da oltre 10.000 veicoli che percorrono ciascuno 10 chilometri al giorno. Purtroppo gli spazi verdi urbani, se non sono adeguatamente protetti, sono molto appetibili in vista della possibilità di trasformarli in edifici, strade, parcheggi, ben più “utili” a fini economici. Quando si parla di “perdita di suolo” in Italia si pensa generalmente al territorio non urbanizzato, ma la perdita di spazio urbano verde è doppiamente nociva, sia per le maggiori difficoltà alla circolazione delle acque di pioggia, sia, appunto, per la perdita della funzione depuratrice dell’aria.

Senza considerare che è stato constatato che un bosco urbano ha un effetto positivo sul clima rendendo meno afose d’estate le città soffocate dalla cappa di calore che la città irraggia nell’aria. La presenza degli alberi dei boschi urbani, infine serve per moderare gli effetti del vento, delle piogge, della neve. Da qui l’importanza di una energica e autorevole pianificazione urbanistica che tenga conto del carattere di ecosistema, prima ricordato, della città e che imponga con coraggio di proteggere il verde esistente e di aumentare la superficie dei boschi urbani. Non a caso nella “Vita” di Alfieri, nel primo capitolo sulla giovinezza, il poeta parla della “pianta-uomo” per ricordare come anche noi si sia vincolati, parte integrante e non estranea, al suolo e al mondo della natura.

Il verde come fonte di felicità

Nel passato a questa pianificazione provvedevano i re e i grandi proprietari terrieri che volevano, intorno alle proprie abitazioni in città, dei giardini e veri e proprio boschi per la propria felicità.

Ne sono esempi i grandi parchi di Parigi, di Londra, della stessa Roma prima dell’unificazione. Ma anche nelle città dove non c’erano grandi proprietari sono state preservati spazi verdi. Come è noto, la città di New York è stata fondata come Nuova Amsterdam, ed è cresciuta partendo dalla punta di una penisola nell’estuario del fiume Hudson, una volta selvaggia e abitata da pochi nativi. A mano a mano che la città, ribattezzata dagli Inglesi Nuova York, è cresciuta, le strade sono state tracciate, secondo una tradizione europea e razionale, diritte e perpendicolari, Quando, nell’Ottocento, la città di New York è diventata una grande metropoli, gli amministratori hanno capito che occorreva conservare un polmone “verde”, al di fuori del traffico già allora frenetico, e hanno deciso di riservare un vasto spazio rettangolare nel centro della città ad un grande parco, il Central Park. Sono state lasciate le rocce dov’erano, è stato conservato il “disordine” naturale delle piante esistenti, sono state fatte crescere nuove piante in totale biodiversità, creando insomma un vero e proprio bosco urbano.

I boschi urbani, come i veri e propri boschi, infatti, dovrebbero essere caratterizzati da un insieme di piante la cui crescita è affidata al ”disordine” che caratterizza la vita, al rispetto delle convivenze fra specie diverse, ciascuna delle quali collabora con le altre secondo le leggi della biologia. Un bosco urbano è importante per la vita e il benessere umano sotto vari aspetti. Innanzitutto gli alberi viventi sono belli e la bellezza della vita ha un valore: contribuisce a migliorare la salute degli abitanti come spazio ricreativo soprattutto per gli strati più deboli della popolazione, quelli dotati di minore mobilità, bambini e anziani e disabili che vi possono trovare un riposo e aria pulita fuori dal traffico e dal relativo inquinamento.

I boschi urbani hanno anche un vero e proprio valore terapeutico per disabili e convalescenti e un valore educativo associato al contatto con alberi e vegetazione, e alla scoperta della collaborazione e solidarietà esistenti fra le varie forme di vita vegetale e animale, allo stato naturale. E ciò vale in particolare per quella crescente frazione di bambini urbani che, degli animali, conoscono spesso soltanto il gatto di casa e quelli che vedono alla televisione.

In tempi recenti la città di Washington, la capitale degli Stati Uniti, ha deciso di piantare cinquecento milioni di alberi nel tessuto urbano, in ogni ritaglio di spazio sottratto al cemento. Secondo il pragmatismo americano questo progetto è stato fatto con occhi attenti anche agli aspetti economici; le piantagioni urbane, oltre alle altre funzioni ricordate, consentono la  creazione di zone d’ombra e di ventilazione spontanea che si traducono in un risparmio di energia per il condizionamento dell’aria e in un miglioramento delle condizioni di vita, per un valore monetario che consente di coprire, in pochi anni, il costo degli alberi messi a dimora.

Alle virtù delle piante nella città va aggiunta la proprietà di dare ombra, un bene particolarmente prezioso d’estate nei paesi caldi, di filtrare e attutire il rumore, e infine di fornire bellezza, una cosa così preziosa e rara, che spesso si manifesta, quasi a sorpresa, nei posti più impensati, sui muri delle case invasi da rampicanti, nell’angolo di un cortile.

Il verde presente in una città racconta anche come la città è sorta, è cresciuta, viene rispettata. A Bari il piano regolatore voluto da Gioacchino Murat nel 1806 per la città nuova da edificare al di fuori della città antica, prevedeva blocchi di edifici quadrati, le “isole”, nei cui cortili interni — ormai del tutto cementificati — dovevano essere tenute delle piante ornamentali.

Un grande igienista del passato, Vincenzo De Giaxa (1848-1928), scriveva all’inizio del Novecento: “Con il destinare una parte della superficie stradale a giardino o ad aiuole, precedenti le case che prospettano sui due lati delle vie, con l’alberare queste e con il situarvi strisce di giardini, indi con le piazze-giardino e con i vari giardini e parchi pubblici, si crea il verde sanitario della città, cui oggi si ascrive il meritato interesse dell’igiene urbana e anche dell’estetica”. Queste parole risultano ancora più importanti oggi, alla luce dei progressi delle conoscenze sull’inquinamento atmosferico urbano.

Il verde urbano come fonte di alimenti

C’è anche una storia dimenticata di “verde urbano” artificiale come fonte di alimenti. Durante la II guerra mondiale si erano diffusi gli “orti di guerra” che occupavano persino le aiuole dei monumenti più noti o i giardini delle città. Se fate un giro su Internet, troverete immagini strabilianti di coltivazioni di grano e girasole ai piedi dell’Altare della Patria o in Via dei Fori Imperiali, a Roma, o in Piazza Duomo, a Milano, o al Parco del Valentino, a Torino.

Non era una invenzione fascista perché anche negli Stati Uniti durante la seconda guerra mondiale sono stati creati gli “orti della vittoria”, a cominciare dai prati della Casa Bianca per volontà di Eleanor Roosevelt, la moglie del presidente. Si racconta che oltre il 20 percento dei vegetali consumati nel paese fossero coltivati in orti della vittoria, in modo da lasciare i campi per i raccolti da esportare agli alleati europei.

La città e l’energia

La vita della città, questo specialissimo ecosistema artificiale in cui vive una grande parte dell’umanità, è resa possibile dal flusso di acqua, di merci e di energia che l’attraversa. Come in tutti gli ecosistemi, tutto quello che entra viene metabolizzato e ritorna nell’ambiente circostante sotto forma di scorie e rifiuti solidi, liquidi e gassosi e di energia “degradata”, a bassa temperatura.

Una buona conoscenza di questo metabolismo urbano, oggetto di innumerevoli studi e convegni, è (sarebbe) essenziale per un corretto governo delle città, le cui crisi dipendono in gran parte proprio dalla limitata conoscenza sia dei flussi di materie ed energia che le attraversano, sia dei limiti della capacità ricettiva dello spazio urbano per quello che vi transita; si pensi solo alla limitata capacità delle strade e delle piazze di accogliere i veicoli in transito e in sosta.

Anni fa l’Accademia Nazionale dei Lincei dedicò due conferenze all’analisi dell’ecosistema urbano in generale (2001) e dell’ecosistema della città di Roma (2004); molte delle relazioni cercavano proprio di descriverne i flussi, in unità fisiche (in chili e tonnellate) di materia e (in joule) di energia. I relativi atti credo che abbiano ricevuto ben poca attenzione da parte degli amministratori di una qualsiasi città italiana.

L’energia del Sole, che, gratis com’è, non viene contabilizzata, ha un ruolo molto grande nella vita urbana per la sua doppia funzione di fonte di illuminazione e di fonte di calore. Per entrambe queste funzioni in generale viene utilizzata soltanto una piccola frazione della radiazione solare incidente la cui intensità varia molto nel corso dei vari mesi. Essa è bassa nei mesi invernali quando sarebbe utile come fonte naturale e gratuita di luce e di calore ed è alta d’estate, al punto da provocare l’effetto contrario: l’eccessivo riscaldamento urbano provoca un aumento del disagio degli abitanti e dei consumi di energia ”artificiale” per il funzionamento di impianti di raffreddamento e di condizionamento dell’aria degli edifici.

I consumi di energia “artificiale” sono dovuti, nelle città italiane attuali, all’uso di gas naturale, di composti petroliferi e di elettricità e sono richiesti principalmente dal settore del riscaldamento domestico, dei trasporti, dei servizi come uffici pubblici e privati, dei servizi commerciali e di attività artigianali e industriali. Tutti i numeri che saranno indicati in seguito vanno intesi come ordine di grandezza, risultati di grandi approssimazioni, anche se non molto lontani dalla realtà, in generale saranno riferiti ad un “abitante medio” di una città italiana, tenendo presente che la maggior parte degli Italiani vive in una “città”, da quelle grandi a quelle medie o piccole, ciascuna delle quali presente un funzionamento non molto differenti per quanto riguarda il singolo “cittadino” medio.

La quantità di energia assorbita dai trasporti ammonta in Italia, complessivamente a circa 600 kg di petrolio equivalente (circa 25.000 MJ) all’anno per persona: supponendo che la metà riguardi il traffico urbano si può stimare un consumo di energia per i trasporti urbani dell’ordine di 10.000 MJ/anno per persona.

Un valore molto variabile non solo a seconda della dimensione delle città, ma soprattutto a seconda dell’efficienza del trasporto pubblico rispetto a quello privato e della distribuzione fra attività residenziali e attività di lavoro e di scuola, da cui dipende il pendolarismo degli abitanti. Va tenuto inoltre conto che tale consumo è dovuto sia al trasporto delle persone sia al trasporto delle merci, fra cui i combustibili (benzina, gasolio) usati all’interno della città.

Il consumo di energia per il riscaldamento domestico (invernale, usi di cucina) si può stimare di circa 20.000 MJ/anno per persona. A questi valori dei consumi energetici della vita urbana vanno aggiunti i consumi di elettricità che si possono stimare di circa 2.500 chilowattore (circa 10.000 MJ) all’anno per persona,

Nella città poi entra altra energia “incorporata” nei prodotti alimentari in ragione di circa 1.000 MJ/anno per persona, in parte usata veramente come cibo, in parte destinata a finire negli scarti e rifiuti. Un flusso di materia e energia che merita attenzione anche in relazione ai dibattiti che hanno caratterizzato il 2015 in occasione dell’Esposizione universale EXPO di Milano. E ancora altra energia “invisibile” è incorporata (in quanto usata “altrove” nella fase della loro fabbricazione) in tutti gli oggetti, carta, plastica, in parte gli stessi combustibili, metalli, eccetera, che entrano  ogni anno nelle città in relazione ai consumi di ciascun abitante.

Il flusso di circa 40.000 MJ/anno per persona “attraverso” le aree urbane comporta una corrispondente dissipazione di calore di rifiuto a bassa temperatura che riscalda l’aria delle città; a seconda della loro conformazione, tale calore può restare in parte intrappolato nell’aria sovrastante, soprattutto d’estate, a causa della limitata ventilazione, e può essere fonte di disagio.

Il consumo urbano dell’energia liberata dai combustibili fossili provoca anche l’immissione nell’aria di una massa di gas di combustione che restano in gran parte intrappolati nella città stessa. Si tratta principalmente di anidride carbonica, insieme a ossido di carbonio, idrocarburi, piccole quantità di metano, polveri, tracce di metalli presenti nei combustibili fossili.

La città in quanto tale in genere non produce energia e tutte le fonti artificiali utilizzate, quelle fossili e l’elettricità, vengono importate dall’esterno con un traffico che, come si è già accennato, comporta a sua volta un consumo di energia all’interno delle città stesse; l’elettricità, prodotta in parte con consumo di energia fossile in centrali in genere esterne alle aree urbane, viene importata attraverso elettrodotti.

Una parte, circa il 10 %, dell’energia entrata nella città finisce “incorporata” nella massa dei rifiuti solidi e liquidi del metabolismo urbano. Nei rifiuti solidi urbani è presente materia organica combustibile costituita da residui e scarti del cibo, carta, materia plastica e altro, e inoltre da materiali non combustibili, come imballaggi metallici, che “contengono” una parte dell’energia che è stata usata per fabbricarli.

Il destino di questa massa di rifiuti solidi urbani, stimabile in Italia in circa 500 kg all’anno per persona (con un “contenuto” energetico stimabile in circa 10.000 MJ/anno per abitante), è oggetto di vivaci discussioni. La destinazione più facile, più antica e ancora più seguita è la sepoltura di questi rifiuti in discariche, una pratica che ha rivelato, col passare del tempo, vari inconvenienti. La materia fermentescibile nel sottosuolo subisce più o meno rapidi processi di decomposizione in presenza di acqua, con formazione di cattivi odori e con sfiati nell’atmosfera di gas: per lo più metano (il secondo gas, dopo l’anidride carbonica, responsabile dell’effetto serra), anidride carbonica, ossido di carbonio. Molti prodotti di decomposizione o quelli tossici presenti nei rifiuti solidi urbani, solubili in acqua, dilavati dalle piogge che attraversano le discariche, sono fonti di inquinamento delle acque sotterranee e poi di fiumi e laghi e alla fine del mare.

Qualche miglioramento, col tempo, si è avuto, con l’impermeabilizzazione del fondo delle discariche in modo da trattenere i liquami risultanti dalla decomposizione, da trattare in parte con depuratori e in parte in impianto che consentono di recuperare il “biogas”, miscela di metano e anidride carbonica formata nelle fermentazioni della materia organica presente nei reflui; il biogas viene poi utilizzato come combustibile. In Italia si stima che il tale recupero di energia equivalga a circa 100 MJ/anno per persona.

Le discariche sono comunque considerate, anche dalle norme italiane ed europee, la peggiore soluzione perché così va perduta sia la materia sia l’energia “contenuta” nei residui solidi del metabolismo urbano. Una soluzione alternativa, fin dall’inizio del XX secolo, è stata la combustione in “inceneritori”; cattiva soluzione anche questa, sia per la perdita totale della materia organica e per il residuo di ceneri inquinanti da smaltire comunque in discariche, sia per l’emissione nell’atmosfera di gas tossici o comunque nocivi. Nella seconda metà del Novecento un passo avanti è consistito nella costruzione di inceneritori con migliori caratteristiche e soprattutto capaci di trasferire una parte del calore di combustione a qualche fluido in grado di alimentare, col calore, un impianto di riscaldamento o una centrale elettrica. Per questo recupero di una qualche parte del “valore” energetico dei rifiuti questi inceneritori sono stati chiamati “termovalorizzatori”.

Anche questi oggetto di critiche perché sono comunque fonti di inquinamento atmosferico, perché residua, dopo la combustione, una rilevante quantità di scorie solide da porre in discarica e perché anche nei termovalorizzatori si ha perdita di materiali che potrebbero essere meglio recuperati a parte, con una raccolta differenziata, e ritrasformati in materie utili mediante riciclaggio, ottenendo nuove merci riciclate con un consumo di energia inferiore a quello che si avrebbe partendo dalle materie prime tradizionali.

Il dibattito è aperto, con grandi compagnie elettriche che sostengono i vantaggi dei termovalorizzatori, e i movimenti ambientalisti, contrari a discariche e inceneritori, che sostengono la necessità di una raccolta differenziata e del riciclo dei rifiuti e di altre soluzioni tecniche considerate meno inquinanti. Come risultato, gran parte della materia organica combustibile che finisce nei rifiuti solidi urbani va perduta e subisce lente decomposizioni inquinanti.

Una parte della materia organica risultante dal metabolismo urbano va perduta nei rifiuti liquidi che finiscono nelle fogne e quindi nei fiumi o nel sottosuolo o nel mare. Come ordine di grandezza si tratta di circa 20 kg/anno di materia secca per persona con un contenuto energetico stimabile in 300 MJ/anno per persona, una frazione di quei circa 1000 MJ/anno per persona che abbiamo visto entrare come prodotti alimentari nell’ecosistema urbano. Una parte di questi rifiuti passa attraverso dei depuratori e si trasforma in fanghi ricchi di materia organica; tali fanghi in parte sono sottoposti a processi di fermentazione che consentono di recuperare biogas, la già ricordata miscela di gas combustibili, ricca di metano; in alcuni impianti il biogas viene bruciato per fornire calore o elettricità agli stessi impianti. La parte organica non trattata dei fanghi o delle acque di fognatura immessa nell’ambiente subisce poi fermentazioni varie che comportano liberazione di gas, fra cui il solito metano che contribuisce all’effetto serra, e di energia che si disperde nell’ambiente.

Se tutte le acque di fogna venissero sottoposte a trattamento di depurazione e se tutti i fanghi fossero recuperati e sottoposti a fermentazione, in via di principio sarebbe possibile recuperare circa 100 MJ/anno per persona di energia evitando anche la dispersione nell’atmosfera del metano formato per fermentazione In realtà in Italia si stima un recupero di metano dai fanghi con un contenuto energetico equivalente a circa 10 MJ/anno per abitante.

Qualsiasi progresso nella conoscenza e nella valutazione del rapporto fra energia e vita urbana può consentire la progettazione di apparecchiature e strutture abitative che consentano di consumare meno energia e di avere minori effetti negativi sulla vita dei cittadini e sull’ambiente naturale.