SM 3785 — Dove troveremo tutto il pane — 2015

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Ambiente Società Territorio, 60, (N.S. XV), (2-3), 37-38 (marzo-giugno 2015) 

Giorgio Nebbia nebbia@quipo.it

“Dove troveremo tutto il pane/Per sfamare tanta gente ?”. Ci eravamo già posti questa domanda, i primi versi di una nota canzone scout, sette anni fa, nel fascicolo di maggio-agosto del 2008, e ce la riponiamo oggi anche per la vasta attenzione riscossa dall’Esposizione universale di Milano EXPO 2015 che ha proprio il tema: “Nutrire il pianeta. Energia per la vita”. In questi sette anni la popolazione terrestre, zitta zitta, è aumentata di quasi 500 milioni di persone: zitta zitta perché questi nuovi abitanti del nostro pianeta, bambine e bambini, non hanno ascolto nelle trasmissioni televisive se non per affrettate comparse in qualche documentario, con le loro pance gonfie e i loro occhi sbarrati per la paura e la fame. Perché questa è la condizione della maggior parte dei nuovi nati di questi anni.

Come è ben noto, ogni persona per vivere ha bisogno, in media, ogni anno di circa 500 chilogrammi di alimenti costituiti principalmente da carboidrati, come lo zucchero o l’amido dei cereali o delle patate, da grassi come gli oli e il burro, e da fibre cellulosiche contenute nelle verdure e nella frutta. Ogni persona inoltre ha bisogno di circa 50 grammi di proteine, delle quali almeno 20 devono venire o dalla carne e dal pesce, da uova o latte e derivati o da leguminose, alimenti più ricchi di amminoacidi essenziali per la sopravvivenza, proprio quelli che in genere mancano nella dieta dei poveri; e, infine, ha bisogno di circa 1000 kg all’anno di acqua “alimentare”.

Il cibo non nasce in scatola nei negozi, ma dalla Terra, nel mondo agricolo, un settore di attività che le statistiche classificano come “primario” dell’economia, ma che è in realtà l’”ultimario” nell’attenzione dei governanti. L’agricoltura è la più grande fabbrica di beni indispensabili per la nostra vita; partendo dai gas dell’atmosfera, dall’acqua e dai sali del suolo, l’agricoltura, con la “forza” dell’energia solare, “produce” una enorme varietà di molecole. L’agricoltura continua il suo ciclo nella zootecnia, in quegli organismi “consumatori” che trasformano le sostanze organiche vegetali in altre molecole organiche. Entro ciascuna “classe” di molecole la natura si sbizzarrisce, in ogni pianta o animale, a offrire sostanze la cui conoscenza è ancora purtroppo in gran parte incompleta.

La massa delle specie vegetali e animali presenti nella biosfera ammonta a molti miliardi di tonnellate, sostanze che decadono e si rigenerano in ragione di circa 100 miliardi di tonnellate all’anno sulle terre emerse e altrettante nelle acque interne e nei mari. Eppure, nonostante la grandissima ricchezza della natura, le specie di piante e animali di interesse “economico” alimentare sono limitate a poche centinaia e sono aumentate di poco anche dopo la conquista, da parte degli Europei, di nuove terre nei continenti americano, africano e asiatico.

Nel mondo la massa di materie agricole di interesse alimentare si può stimare di circa 30 miliardi di tonnellate all’anno, circa 10 miliardi di cereali, altri 10 miliardi di foglie, semi oleosi, tuberi, eccetera, e altri 10 miliardi, sempre di tonnellate all’anno nel mondo, di biomassa vegetale sono assorbiti dalla zootecnia. Di questa biomassa soltanto circa 3 miliardi di t/anno arrivano sulla tavola degli oltre sette miliardi di esseri umani.

I prodotti vegetali e animali, prima di diventare “cibo” per le persone, passano attraverso operazioni di trattamento, trasformazione e conservazione: i prodotti risultanti passano poi attraverso negozi e impianti di distribuzione I cereali vengono macinati e trasformati in sfarinati e poi, nel caso del frumento, in pane, pasta e dolciumi, con una perdita di biomassa sotto forma di cruscami. Lo zucchero viene separato dalle barbabietole (in Italia e in Europa, dalla canna nei paesi tropicali) con una resa di circa il 20 % rispetto al peso delle piante trattate. Gli oli e grassi sono separati dai frutti o dai semi oleosi mediante processi di estrazione che lasciano pannelli e residui contenenti anch’essi una parte dell’acqua assorbita nel ciclo vegetativo. Lo stesso avviene nei processi di trasformazione e conservazione dei frutti, nella produzione di conserve, bevande alcoliche, eccetera. Altre perdite di biomassa si hanno nei processi di macellazione: si può stimare che da circa 1000 kg di “peso vivo” animale, con un contenuto di circa 500 kg di acqua, si ricavino circa 500 kg di “peso morto” dell’animale, dai quali si ottengono i vari “quarti” che saranno trasformati in prodotti conservati o avviati al consumo diretto nelle macellerie e inoltre un “quinto quarto”, costituito da pelle, sangue, interiora, eccetera. La zootecnia inoltre offre, oltre alla carne, altri importanti alimenti come lette e derivati e uova, ricchi di proteine pregiate.

Per farla breve, nel caso dell’Italia, delle circa 200 milioni di tonnellate di biomassa vegetale fornita ogni anno dai campi coltivati e dai pascoli, la biomassa alimentare “consumata” dalle famiglie e dalla ristorazione collettiva si può stimare, nello stesso anno, di circa 30 milioni di tonnellate. Ma anche della preziosa biomassa che arriva sulle tavole una parte, stimata in circa 2 milioni di tonnellate all’anno, va perduta per cattiva conservazione, perché non gradita, per perdite di cucina, perché in eccesso rispetto al fabbisogno.

Questa amara storia di materia vivente vegetale e animale analisi perduta per strada, dai campi alla tavola, prima di diventare “cibo” umano è stata l’oggetto di un recente incontro, organizzato dal Museo dell’Industria e del Lavoro MusIL di Brescia, negli ultimi giorni di aprile 2015 sul tema: “Le tre agricolture”. I numerosi interventi hanno ricordato che da quando, diecimila anni fa, i nostri predecessori hanno smesso di raccogliere frutti e semi e di cacciare gli animali selvaggi e si sono trasformati in coltivatori e allevatori, l’agricoltura contadina è stata la fonte del cibo per gli abitanti delle campagne, dei borghi e delle piccole città. In generale il ciclo dal campo, alla stalla alle famiglie era abbastanza corto e gli sprechi e le perdite erano ridotti e le coltivazioni erano in armonia con i cicli ecologici naturali, con la fertilità del suolo, con la disponibilità delle acque.

La nascita delle grandi città industriali, a partire dall’Ottocento, ha allontanato sempre di più i consumatori di cibo dalla fonte di produzione; per soddisfare la crescente richiesta di alimenti, inoltre, la produzione agricola ha avuto bisogno di concimi artificiali, macchinari per la lavorazione del suolo e per la raccolta dei prodotti agricoli, tecniche di conservazione e trasformazione, tutte cose che potevano essere fornite soltanto dall’industria. Nello stesso tempo, sempre a partire dall’Ottocento, l’invenzione delle grandi navi veloci e dei sistemi frigoriferi che potevano essere utilizzati su navi, carri ferroviari, camion, ha portato sulla tavola degli abitanti dei paesi industriali sempre nuovi alimenti tratti in quantità crescente dall’agricoltura dei paesi poveri e arretrati, quelli che una volta si chiamavano “terzo mondo”. Questi sono stati così spinti a sacrificare parte dei propri territori, fino allora utilizzati per una agricoltura “contadina”, per produrre le materie richieste per l’alimentazione (e anche per la produzione industriale: gomma, fibre tessili, legname, eccetera) dei paesi ricchi.

A poco a poco l’intervento dell’industria e del commercio ha allontanato sempre più i consumatori di alimenti dall’agricoltura, dai campi; un processo che il convegno di Brescia ha indicato come la “seconda agricoltura”, quella industriale. Con alcuni aspetti ecologici negativi; un crescente consumo di combustibili fossili e di energia per unità di sostanza nutritiva prodotta; una crescente richiesta di acqua con impoverimento delle riserve idriche di buona qualità; parte dei concimi e pesticidi usati in eccesso finiscono nel terreno e contribuiscono anch’essi alla contaminazione delle acque. Le coltivazioni intensive alterano la struttura e la fertilità del suolo e a poco a poco lo rendono sempre meno produttivo. La diffusione degli allevamenti intensivi anche nei paesi avanzati ha portato all’”industrializzazione” anche della zootecnia, con formazione di grandi masse concentrate di residui ed escrementi che inquinano il suolo e le acque. Insomma: alterazione dei cicli naturali e perdite di materie nutritive preziose nelle trasformazioni che piegano i prodotti della natura alle esigenze della distribuzione commerciale e ai gusti dei consumatori, dominati dalla pubblicità. E non è di grande utilità neanche la diffusione dell’agricoltura “biologica” che, pur promettendo di usare meno concimi sintetici e antiparassitari e di adattarsi ai cicli naturali, per ragioni di mercato deve adattarsi alle regole dell’agricoltura industriale.

Per farla breve, l’obiettivo di “nutrire il pianeta”, come propone l’EXPO di Milano, ha oggi un costo sotto forma di modificazioni negative della stessa base naturale, fisica e chimica, di tale cibo, sia nei paesi industriali, sia in quelli emergenti e poveri in cui la richiesta di piante e animali alimentari “economici”, vendibili, sta alterando equilibri ecologici che duravano da secoli.

La soluzione va cercata in una svolta verso una agricoltura “ecologica” capace di offrire alimenti genuini e soddisfacenti in armonia con l’ecologia, capace di valorizzare il lavoro agricolo e di condurre una efficace battaglia contro lo spreco di sostanze nutritive, attenuando l’insostenibile divario fra abitanti dei paesi ricchi, malati di eccesso di cibo e obesità, e quel miliardo di persone che, nel mondo, ha a disposizione una quantità insufficiente di sostanze nutritive. Uno scandalo intollerabile; già il 9 dicembre 2013 il Papa Francesco ha invitato le istituzioni e ciascuno di noi “a dare voce a tutte le persone che soffrono silenziosamente la fame, affinché questa voce diventi un ruggito in grado si scuotere il mondo”. Un ruggito, capite ?

C’è lavoro anche per noi che, come studiosi e insegnanti “della Terra”, di questo “pianeta degli uomini”, abbiamo l’occasione (direi anche: il dovere) di spiegare le cause della crescente disuguaglianza fra ricchi e poveri, fra obesi e affamati.