SM 3776 — Domanda di giustizia e di ecologia — 2015

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Intervento all’Assemblea sul tema: “Gioia e speranza, misericordia e lotta. A cinquant’anni dalla Gaudium et Spes”, Roma, Auditorium, Largo dello Scautismo 1, 9 maggio 2015. http://www.chiesadituttichiesadeipoveri.it/09maggio2015/documenti/Nebbia.pdf 

Giorgio Nebbia nebbia@quipo.it

Agli inizi degli anni sessanta si stava affacciando una domanda di giustizia alla quale le chiese cristiane e la Chiesa cattolica dovevano prestare attenzione; Il geografo francese Alfred Sauvy nell’agosto 1953 aveva parlato di un solo pianeta diviso in tre “mondi”, quello capitalistico, quello a economia pianificata, e un ”terzo mondo” di paesi poveri e poverissimi attraversati da fermenti di ribellione che aspiravano alla liberazione dalla dipendenza coloniale imposta dai paesi industriali; nel mondo si stava diffondendo l’aspirazione ad una società ”comunista”, capace di liberare le classi e i popoli subalterni dalla povertà e dall’inuguale distribuzione dei beni.

D’altra parte la crescente richiesta di beni materiali da parte di una popolazione mondiale in aumento (da 2,5 a 3 miliardi di persone nel quindicennio 1945-1960) poteva essere soddisfatta forzando le coltivazioni agricole con crescenti quantità di concimi che alteravano la fertilità del suolo, con  un crescente impiego di pesticidi che intossicavano gli esseri viventi, umani compresi; con la distruzione di foreste trasformate in pascoli e colture intensive; con devastanti attività minerarie; con  la crescente estrazione di combustibili fossili la cui combustione avvelenava l’atmosfera; con una industrializzazione che si lasciava alle spalle, al fianco delle merci avidamente desiderate, crescenti quantità di scorie, residui e rifiuti con crescenti danni all’ambiente.

Nello stesso tempo la contrapposizione fra le aspirazioni, entrambe imperialiste, dei paesi capitalistici e comunisti si stava svolgendo con una gara a chi possedeva le bombe nucleari più potenti, più devastanti, centinaia di volte più distruttive di quelle esplose nel 1945 su Hiroshima e Nagasaki, presentate al potenziale avversario con esplosioni sperimentali (mille nell’atmosfera, prima del 1963) che spargevano nell’aria e negli oceani enormi quantità di elementi radioattivi dannosi per la salute umana e per gli ecosistemi. Questa era la situazione politica e ambientale del mondo quando Giovanni XXIII ha deciso di convocare il Concilio Vaticano II 1962-1963.

Mentre il Concilio era in corso, ci fu il grande spavento del sessantadue, con la crisi di Cuba, al cui superamento fu determinante l’appello radiofonico di Giovanni XXIII del 15 ottobre 1962 e a cui seguì l’enciclica “Pacem in terris” (11 aprile 1963). Ne venne una breve stagione di distensione fra Stati Uniti e Unione Sovietica e di speranza, ben presto scomparsa, dopo la morte di Kennedy e di Giovanni XXIII, con la ripresa dei test nucleari e con l’invasione americana del Vietnam.

Se la preoccupazione principale della “Pacem in terris” era stata per il pericolo planetario delle bombe nucleari, la successiva “Gaudium et spes” (novembre 1965) — che ricordiamo oggi a cinquanta anni di distanza — sente l’influenza di altri eventi di carattere “ecologico” che stavano attraversando soprattutto gli Stati Uniti e si stavano diffondendo anche in Europa. Inquinamenti, congestione urbana, incidenti alle fabbriche e alle centrali, intossicazione dell’ambiente dovuto alla diffusione planetaria dei pesticidi, quella denunciata nel 1962 dal libro “Primavera silenziosa”, di Rachel Carson. Si sentiva nel mondo, anche attraverso i primi movimenti “ecologici”, una domanda di giustizia anche nella distribuzione dei beni del pianeta.

Nell’enciclica “Populorum progressio”, scritta nel marzo 1967 quando l’aria e il cuore di tanti paesi e popoli del mondo erano ancora pieni di speranza per la liberazione dall’arretratezza e dall’ingiustizia, Paolo VI di “progressio”, di sviluppo bel diverso dal nuovo idolo della crescita consumistica. Uno sviluppo che parlava alle persone e ai popoli di liberazione dall’ignoranza, dalla discriminazione e dalla povertà. L’enciclica ricordava che “il fine ultimo e fondamentale dello sviluppo non consiste nel solo aumento dei beni prodotti né nella sola ricerca del profitto e del predominio economico; non basta promuovere la tecnica perché la Terra diventi più umana da abitare; economia e tecnica non hanno senso che in rapporto all’uomo che esse devono servire”.

In questo spirito il 1 gennaio 1967 Paolo VI aveva istituito una commissione pontificia “Iustitia et pax”, espressamente ispirata alla “Gaudium et spes”.  Il 20 aprile 1967, Paolo VI invitò i membri della nuova commissione ad essere come ”il gallo sul tetto” che si trova su tante case e campanili; il gallo vede l’alba dei tempi nuovi, quei “segni dei tempi” di cui aveva parlato Giovanni XXIII, e canta e sveglia gli abitanti della casa che dormono e che sono disturbati e vorrebbero continuare a dormire. Era un invito a riconoscere i tempi nuovi e ad ascoltarne e cercare le motivazioni e contraddizioni.

Una piccola tempesta fu provocata da un articolo dello storico medievista americano Lynn White, apparso nella rivista “Science” del 10 marzo di quello stesso 1967, intitolato: ”Le basi culturali della crisi ecologica”. L’autore sosteneva che le società precristiane e animiste rispettavano la natura perché ne riconoscevano il carattere divino; per loro ogni foresta, sorgente, raccolto era tutelato da una divinità, il “genius loci”, della quale bisognava assicurarsi la protezione prima di tagliare un albero o di usare le acque o il terreno a fini “utili”. La cultura giudaico-cristiana avrebbe sradicato questi riti pagani; l’imperativo contenuto in Genesi 1:25 sembrava legittimare il dominio “dell’uomo” su “la terra”. L’articolo di White concludeva sostenendo che l’unico cristiano “radicale” era stato, nel 1200, Francesco di Assisi il quale aveva posto l’aria, le acqua, il fuoco, gli animali allo stato naturale — sorella acqua, fratello lupo — non al di sotto, ma sullo stesso piano dell’”uomo” nel grande disegno della creazione, e proponeva che San Francesco fosse proclamato “patrono dell’ecologia” (cosa che poi Giovanni Paolo II fece nel 1979).

L’articolo di White suscitò una lunga polemica; molti studiosi si sforzarono di dimostrare che si può “dominare” qualcosa o qualcuno senza distruggerlo e rispettando la cosa dominata, nel nostro caso la natura; una tesi zoppicante, tanto più che la lettura di Genesi 2:15, la redazione più antica del racconto della creazione, invita invece l’uomo a coltivare, ma anche a custodire la terra.

Negli stessi anni sessanta un altro problema ecologico stava interrogando le coscienze. Gli studiosi stavano spiegando che le alterazioni ambientali derivano sia dalla crescita dei consumi e della produzione industriale, cioè dell’”economia”, ma anche dal numero di abitanti della Terra in continuo rapido aumento. Veniva così invocata un rallentamento della crescita della popolazione mondiale, sia nei paesi industriali, sia in quelli poveri. Una domanda che trovava ascolto nei movimenti di liberazione della donna che si stavano diffondendo nei paesi industriali, soprattutto dopo la diffusione della “pillola” anticoncezionale inventata nel 1951 e entrata in commercio, con grande successo, nel 1960.

Alcuni, anche fra i cattolici, erano sensibili a tale domanda come dimostra il lungo dibattito che ha preceduto l’emanazione, da parte di Paolo VI il 27 luglio 1968, dell’enciclica “Humanae vitae” che fu letta da gran parte del mondo laico come una accettazione dell’”esplosione della popolazione” in atto. In realtà l’enciclica, nel paragrafo 10 precisa: ”La paternità responsabile si esercita, sia con la deliberazione ponderata e generosa di far crescere una famiglia numerosa, sia con la decisione, presa per gravi motivi e nel rispetto della legge morale, di evitare temporaneamente od anche a tempo indeterminato, una nuova nascita. L’esercizio responsabile della paternità implica dunque che i coniugi riconoscano i propri doveri verso Dio, verso se stessi, verso la famiglia e verso la società, in una giusta gerarchia dei valori.”

I doveri verso la famiglia comprendono evidentemente quello di decidere il numero dei figli in modo da assicurargli delle condizioni decorose di vita, di istruzione, di salute, tutte cose rese possibili dalla disponibilità di cibo sufficiente, di acqua pulita e di abitazioni igieniche. D’altra parte un aumento della popolazione comporta la richiesta di crescenti quantità di prodotti agricoli, di minerali, di prodotti industriali, la cui produzione a sua volta comporta crescente sfruttamento della natura e violenze ecologiche e politiche.

L’attenzione delle chiese cristiane e in particolare della chiesa cattolica per l’ambiente è andata crescendo come dimostra la “lettera” inviata il 14 maggio 1971 al Cardinale Maurice Roy, presidente della Commissione Iustitia et Pax:  “Un’altra trasformazione si avverte, conseguenza tan­to drammatica quanto inattesa dell’attività umana. L’uomo ne prende coscienza bruscamente: attraverso uno sfrutta­mento sconsiderato della natura, egli rischia di distruggerla e di essere a sua volta vittima di siffatta degradazione. Non soltanto l’ambiente materiale diventa una minaccia perma­nente: inquinamenti e rifiuti, nuove malattie, potere distrut­tivo totale; ma è il contesto umano, che l’uomo non padro­neggia più, creandosi cosi per il domani un ambiente che potrà essergli intollerabile; problema sociale di vaste dimen­sioni che riguarda l’intera famiglia umana. A queste nuove prospettive il cristiano deve dedicare la sua attenzione, per assumere, insieme con gli altri uomini, la responsabilità di un destino diventato ormai comune”.

L’importanza della protezione dell’ambiente fu riconosciuta nel successivo documento del 30 novembre 1971 del Sinodo dei Vescovi: “Gli uomini cominciano ad avvertire una nuova e più radicale dimensione dell’uma­nità, scoprendo che le risorse, come i preziosissimi tesori dell’aria e dell’acqua, da cui la vita non può prescindere, e la piccola e fragile ‘biosfera’ del complesso di tutti gli esseri che vivono sopra la terra, non sono illimitate, ma che, invece, devono essere conservate e preservate come un patrimonio unico di tutta l’umanità”.

Le Nazioni Unite avevano indetto per il giugno 1972 una conferenza “sull’ambiente umano” a Stoccolma alla quale, il giorno dell’apertura, 5 giugno 1972,  Paolo VI inviò un messaggio che merita di essere riletto: “How can we ignore the imbalances caused in the biosphere by the disorderly exploitation of the physical reserves of the planet, even for the purpose of producing something useful, such as the wasting of natural resources that cannot be renewed; pollution of the earth, water, air and space, with the resulting assaults on vegetable and animal life? All that contributes to the impoverishment and deterioration of man’s environment to the extent, it is said, of threatening his own survival. Finally, our generation must energetically accept the challenge of going beyond partial and immediate goals in order to prepare a hospitable earth for future generations.” Già nelle righe che precedono emergono le parole — limiti delle risorse, sfruttamento, spreco, inquinamento, attentato alla biosfera, pericolo per la sopravvivenza — che sarebbero state al centro del successivo dibattito sui limiti da imporre a molte attività umane.

Un ulteriore stimolo alla responsabilità dei Cristiani per l’ambiente fu offerto dall’anno giubilare 1975. In quell’occasione ci si chiese se le celebrazioni tenevano adeguato conto del vero significato dell’evento, ispirato al testo del capitolo 25 del Levitico. Nell’anno giubilare la Bibbia invita a liberare gli schiavi, a restituire i beni accumulati nel mezzo secolo precedente, a non coltivare la terra per un anno, per evitare uno sfruttamento eccessivo, e ricorda che “la Terra è di Dio”, come recita il titolo di una lettera pastorale di Don Franzoni.

L’attenzione per la responsabilità dei Cristiani per l’ambiente è andata crescendo dagli anni ottanta; nell’enciclica di Giovanni Paolo II “Sollicitudo rei socialis”, del 1987, vengono esaminate “le conseguenze che un certo tipo di sviluppo ha sulla qualità della vita nelle zone industrializzate. Sappiamo tutti che risultato diretto o indiretto dell’industrializzazione è, sempre più di frequente, la contaminazione dell’ambiente, con gravi conseguenze per la salute della popolazione. Ancora una volta risulta evidente che lo sviluppo, la volontà di pianificazione che lo governa, l’uso delle risorse e la maniera di utilizzarle non possono essere distaccati dal rispetto delle esigenze morali. Una di queste impone senza dubbio limiti all’uso della natura visibile. Il dominio accordato dal Creatore all’uomo non è un potere assoluto, né si può parlare di libertà di «usare e abusare», o di disporre delle cose come meglio aggrada. La limitazione imposta dallo stesso Creatore fin dal principio, ed espressa simbolicamente con la proibizione di «mangiare il frutto dell’albero» (Gen 2,16), mostra con sufficiente chiarezza che, nei confronti della natura visibile, siamo sottomessi a leggi non solo biologiche, ma anche morali, che non si possono impunemente trasgredire. Una giusta concezione dello sviluppo non può prescindere da queste considerazioni-relative all’uso degli elementi della natura, alla rinnovabilità delle risorse e alle conseguenze di una industrializzazione disordinata -, le quali ripropongono alla nostra coscienza la dimensione morale, che deve distinguere lo sviluppo”.

Poco dopo, nel 1989 si tenne a Basilea l’assemblea ecumenica delle Chiese nel cui documento, a proposito di “Pace, giustizia e salvaguardia del Creato”, è ricordato che “si tratta di un’amministrazione [dei beni del Creato], non di una proprietà, perché il Dio Creatore rimane il solo padrone, nel senso pieno del termine, dell’intera creazione. Come dice il salmista: ‘Del Signore è la terra e quanto contiene, l’universo e i suoi abitanti. È lui che l’ha fondata sui mari e sui fiumi l’ha stabilita’”.

Giovanni Paolo II dedicò la giornata della Pace del 1990  alla responsabilità dei cristiani nei confronti dell’ambiente, e nella successiva enciclica “Evangelium vitae” (1995) ricordò che l’uomo è chiamato a coltivare e custodire il giardino del mondo, citando Genesi 2:15,  e che ha quindi “una specifica responsabilità sull’ambiente di vitaossia sul creato che Dio ha posto al servizio della sua dignità personale, della sua vita: in rapporto non solo al presente, ma anche alle generazioni future. È la questione ecologica — dalla preservazione degli «habitat» naturali delle diverse specie animali e delle varie forme di vita che trova nella pagina biblica una luminosa e forte indicazione etica per una soluzione rispettosa del grande bene della vita, di ogni vita”.

Da allora la responsabilità dei cristiani nei confronti dell’ambiente è stata affermata sempre più spesso nei documenti della Chiesa Cattolica durante il papato di Giovanni Paolo II e di Benedetto XVI. Con papa Francesco, poi, il problema viene trattato continuamente, con la franchezza che caratterizza il suo pontificato. Il 5 giugno 2013, poche settimane dopo la sua elezione, in occasione della “Giornata dell’ambiente”, il Papa Francesco è stato molto esplicito: “Quando parliamo di ambiente, del creato, il mio pensiero va alle prime pagine della Bibbia, al Libro della Genesi, dove si afferma che Dio pose l’uomo e la donna sulla terra perché la coltivassero e la custodissero (cfr 2,15). E mi sorgono le domande: Noi stiamo veramente coltivando e custodendo il creato? Oppure lo stiamo sfruttando e trascurando ? Coltivare e custodire il creato è un’indicazione di Dio data non solo all’inizio della storia, ma a ciascuno di noi; è parte del suo progetto; vuol dire far crescere il mondo con responsabilità, trasformarlo perché sia un giardino, un luogo abitabile per tutti”.

Senza evitare neanche i problemi più delicati, come quando, durante il viaggio di ritorno dalla visita a Sri Lanka e alle Filippine, nel gennaio 2015, un giornalista tedesco ha chiesto al Papa Francesco la posizione della Chiesa cattolica nei riguardi della contraccezione. Forse avendo ancora davanti agli occhi la situazione demografica dei paesi appena visitati, il Papa ha risposto: “Io credo che il numero di tre [bambini] per famiglia, che lei menziona, secondo quello che dicono i tecnici, è importante per mantenere la popolazione. Tre per coppia…. Per questo la parola-chiave per rispondere è quella che usa la Chiesa sempre, anch’io: è ‘paternità responsabile’… Alcuni credono che – scusatemi la parola – per essere buoni cattolici dobbiamo essere come conigli. No. Paternità responsabile”.

E ancora più recentemente il Papa ha espresso la sua preoccupazione per le conseguenze che i cambiamenti climatici in atto provocano soprattutto nei confronti degli abitanti dei paesi più poveri. Mi pare che mai come in questo momento sia opportuno rileggere queste parole; le violenze nei confronti dell’ambiente, nel nome di un fittizio progresso economico per una minoranza dei terrestri, si traduce nei disastri di alluvioni, frane, inquinamenti, che colpiscono tutti, ma specialmente la maggioranza più povera e più debole della popolazione dei singoli paesi e del mondo. Per un cristiano si tratta di violenze, di “peccato”, verso il prossimo, quello vicino, allagato per l’avidità della speculazione edilizia e inquinato per l’avidità dei produttori di merci, quello lontano nello spazio, per lo sfruttamento di terre e miniere e acque altrui, e quello del futuro, che dovrà fare i conti con gli sconvolgimenti climatici provocati dalle nostre azioni “economiche” di oggi e con la radioattività delle scorie che gli lasciamo per aver costruito le bombe atomiche e come rifiuti delle nostre centrali nucleari.