SM 3721 — Dominare o custodire — 2014

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@LUMSA, 4, (9), 28-29 (novembre 2014)

Giorgio Nebbia nebbia@quipo.it

 Il dibattito sul rapporto fra “l’uomo” e la natura è stato ben presente in tutta la storia del movimento ecologico fin dagli anni sessanta. Perché “l’uomo”, inteso come insieme di donne e uomini, dovunque abitanti, con le sue azioni distrugge le foreste, inquina i fiumi e il mare, provoca il peggioramento del clima, l’avanzata dei deserti ? lo fa perché “è cattivo” ? lo fa perché ciò è “imposto” dalle regole economiche ? perché per avere più merci e più ricchezza si finisce per avere meno acqua e aria pulita ?

Nel 1967 Lynn White (1907-1987), uno studioso americano di storia medievale, pubblicò nella rivista “Science” un provocatorio articolo, intitolato: ”Le basi culturali della crisi ecologica” (fu tradotto anche in italiano nella rivista “Sapere”). Le società precristiane e animiste, sosteneva White, riconoscevano il carattere divino della natura; per loro ogni foresta, sorgente, raccolto era tutelato da una divinità, il “genius loci”, della quale bisognava assicurarsi la protezione prima di tagliare un albero o di usare le acque o il terreno a fini “utili”.

Una svolta si è avuta con la diffusione della cultura giudaico-cristiana che ha posto l’”uomo” al di sopra delle altre forme del Creato, quasi a legittimare un  suo diritto di sfruttare le altre forme di vita, come sembra suggerire il primo capitolo del libro della Genesi secondo cui all’”uomo” viene affidata la missione di crescere e moltiplicarsi e sottomettere (subiicere, nel testo latino) gli altri esseri viventi,

Sulla base di questa ”lettura” la cultura occidentale cristiana, nello sradicare i culti pagani, ha considerato quasi un dovere lo sfruttamento della terra, delle acque e dei minerali e degli altri animali, cosa ben gradita al capitalismo dal Settecento in avanti. L’articolo di White concludeva sostenendo che l’unico cristiano “radicale” era stato, nel 1200, Francesco di Assisi il quale aveva posto l’aria, le acqua, il fuoco, gli animali allo stato naturale — sorella acqua, fratello lupo — non al di sotto, ma sullo stesso piano dell’”uomo” nel grande disegno della creazione. E proponeva che San Francesco fosse proclamato “patrono dell’ecologia” (cosa che poi Giovanni Paolo II fece nel 1979).

L’articolo di White suscitò una lunga polemica; molti studiosi si sforzarono di dimostrare che si può “dominare” qualcosa o qualcuno senza distruggerlo e rispettando la cosa dominata, nel nostro caso la natura; una tesi zoppicante perché tutta la crescita delle società moderne è stata basata proprio sul dominio, sullo sfruttamento, delle acque, delle miniere, delle foreste, del suolo coltivabile, degli animali, considerati puri strumenti per lo sviluppo umano, ma soprattutto per la crescita commerciale, merceologica.

A dire la verità i racconti dell’origine del mondo, contenuti nel libro iniziale dell’Antico Testamento ebraico sono due e differiscono sotto molti aspetti per quanto riguarda il rapporto uomo-natura: tutti e due cominciano con la creazione dell’ambiente in cui Dio avrebbe poi posto l’uomo e la donna: il cielo, le stelle, il sole, il mare, la terra e tutti gli animali. Il primo dei due racconti, contenuto nel primo capitolo del primo libro della Genesi, chiamato “dei sacerdoti” e redatto circa seicento anni prima di Cristo. Dopo aver creato l’uomo e la donna Dio disse (Genesi: 1, 28) ”Siate fecondi e moltiplicatevi, riempite la terra e soggiogatela e abbiate il dominio su ogni essere vivente”. L’uomo verrebbe così ad essere al di sopra della natura e degli esseri viventi che egli “deve” soggiogare, “mettere sotto di se”, e dominare.

Il secondo racconto, che occupa il secondo capitolo della Genesi:2,15, è chiamato “jahvista” (dalla quattro lettere con cui è scritto in ebraico il nome di Dio), ed è stato redatto prima dell’altro, circa mille anni prima di Cristo. Qui Dio, dopo aver creato l’uomo e la donna, li pose nel giardino di Eden, nel “paradiso terrestre”, “perché lo coltivassero e lo custodissero”. Nella maggior parte dei testi liturgici cristiani è sempre stato usato il primo dei due testi biblici, con imbarazzo, appunto, per le persone attente alla difesa e al rispetto della natura, a quel vasto movimento “ecologico” diffuso nel mondo e in Italia dalla metà degli anni Sessanta del secolo scorso.

A partire dagli anni Novanta c’è stata come una svolta e sempre più spesso, anche nei documenti pontifici, è stata proposta la, lettura di Genesi: 2, ricordando che il creato deve essere custodito per se e per coloro che verranno in futuro.

Già nell’enciclica “Evangelium vitae” (1995) Giovanni Paolo II afferma: “Chiamato a coltivare e custodire il giardino del mondo  (Genesi 2:15), l’uomo ha una specifica responsabilità sull’ambiente di vitaossia sul creato che Dio ha posto al servizio della sua dignità personale, della sua vita: in rapporto non solo al presente, ma anche alle generazioni future. È la questione ecologica — dalla preservazione degli «habitat» naturali delle diverse specie animali e delle varie forme di vita che trova nella pagina biblica una luminosa e forte indicazione etica per una soluzione rispettosa del grande bene della vita, di ogni vita”.

Nel 2009 Benedetto XVI nell’enciclica “Caritas in veritate” spiega chiaramente che “la tecnica si inserisce nel mandato di coltivare e custodire la terra (Genesi 2:15) che Dio ha affidato all’uomo e va orientata a rafforzare quell’alleanza tra essere umano e ambiente che deve essere specchio dell’amore creatore di Dio”.

E, più recentemente, il 5 giugno 2013, poche settimane dopo la sua elezione, in occasione della “Giornata dell’ambiente”, il Papa Francesco è stato ancora più esplicito: “Quando parliamo di ambiente, del creato, il mio pensiero va alle prime pagine della Bibbia, al Libro della Genesi, dove si afferma che Dio pose l’uomo e la donna sulla terra perché la coltivassero e la custodissero (cfr 2,15). E mi sorgono le domande: Noi stiamo veramente coltivando e custodendo il creato? Oppure lo stiamo sfruttando e trascurando ? Coltivare e custodire il creato è un’indicazione di Dio data non solo all’inizio della storia, ma a ciascuno di noi; è parte del suo progetto; vuol dire far crescere il mondo con responsabilità, trasformarlo perché sia un giardino, un luogo abitabile per tutti”. Quest’ultima frase riecheggia l’affermazione di Paolo VI che nella “Populorum progressio” già nel 1967 aveva scritto: “Non basta accrescere la ricchezza comune perché sia equamente ripartita, non basta promuovere la tecnica perché la terra diventi più umana da abitare. Economia e tecnica non hanno senso che in rapporto all’uomo ch’esse devono servire”.

Mi pare che mai come in questo momento sia opportuno rileggere queste parole; la violenza nei confronti dell’ambiente, nel nome di un fittizio progresso economico per una minoranza dei terrestri, si traduce nei disastri di alluvioni, frane, inquinamenti, che colpiscono tutti, ma specialmente la maggioranza più povera e più debole della popolazione dei singoli paesi e del mondo. In altre parole colpiscono il prossimo, quello vicino, allagato per l’avidità della speculazione edilizia e inquinato per l’avidità dei produttori di merci, quello lontano nello spazio, per lo sfruttamento di terre e miniere e acque altrui, e quello del futuro, che dovrà fare i conti con gli sconvolgimenti climatici provocati dalle nostre azioni “economiche” di oggi e con la radioattività delle scorie che gli lasciamo per aver costruito le bombe atomiche e dei rifiuti delle nostre centrali nucleari. Se ci interrogassimo anche noi: “Chi è il mio prossimo ?” (Luca: 10,29).