SM 3712 — Produrre che cosa — 2014

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La Gazzetta del Mezzogiorno, martedì 18 novembre 2014; http://www.lagazzettadelmezzogiorno.it/le-analisi/lavori-che-finiscono-lavori-che-cominciano-no769683/

 Giorgio Nebbia nebbia@quipo.it

Due principali temi, con risvolti anche ambientali, dominano il dibattito politico in Italia in questi anni: industrie e imprese in crisi che chiudono e licenziano i lavoratori e persone che sono senza occupazione o perché l’hanno perduta o perché non l’hanno mai avuta. Nello stesso tempo grandi problemi ambientali, dalle bonifiche delle terre contaminate dai rifiuti, al dissesto idrogeologico, aspettano una risposta che non arriva perché sarebbe necessario denaro pubblico che non c’è. Le attività delle imprese agricole, industriali e di servizi consistono nel “produrre” qualcosa che possa essere venduto per ricavarne denaro per pagare i salari dei lavoratori, e per il funzionamento delle imprese stesse.

I “prodotti” industriali, agricoli e i servizi non sono tutti uguali e non sono neutrali; alcuni soddisfano dei reali bisogni, di abitazione, di cibo, di istruzione, di difesa della salute, altri sono meno necessari o superflui o veri sprechi. Ogni merce o servizio e ogni processo di produzione, varia nel tempo, ha una sua ”storia naturale”, proprio come avviene nei processi vitali biologici: rapida crescita, rallentamento, decrescita ed estinzione. Una nuova merce è accolta dapprima con grande entusiasmo e viene venduta in grande quantità; dopo un po’ di tempo, talvolta mesi, talvolta anni o decenni, la richiesta sia interna sia estera diminuisce, ma ormai la macchina della produzione, con i suoi addetti e gli impianti, e le spese, è in moto ed è difficile fermarla.

Le forze che rallentano la vendita di una merce sono tantissime: in primo luogo la “saturazione” del mercato; ogni famiglia può possedere uno o due frigoriferi o anche tre, ma non di più perché non si possono mettere altri frigoriferi in … camera da letto. Quando una merce entra in crisi, i produttori provvedono con l’invenzione di una merce simile, più moderna, più “ecologica”, “risparmiosa” e “performante”, la fa conoscere attraverso la pubblicità, spesso martellante e asfissiante, al fine di indurre i “consumatori” a dare via la vecchia merce e acquistarne una nuova. Un esempio è offerto dal rapido invecchiamento di computer, telefoni cellulari, televisori, eccetera.

Talvolta per conservare l’occupazione lo stato stesso incentiva con pubblico denaro la sostituzione di merci vecchie con altre, la politica di “rottamazione” che assicura la continuazione della produzione e dell’occupazione ma crea nuovi problemi di smaltimento degli oggetti “rottamati”, talvolta quando sono ancora funzionanti. Altre cause del rallentamento della vendita delle merci si possono riconoscere nella giustamente crescente attenzione ecologica: un esempio è offerto dalla sostituzione delle vecchie lampadine e tubi fluorescenti con nuove lampade e LED che forniscono ”luce” con minore consumo di energia per unità di illuminazione, ma che generano migliaia di tonnellate di rifiuti, alcuni altamente inquinanti. Addirittura lo stato avverte per legge che il fumo fa male, ma deve riconoscere che la produzione di tabacco e la vendita di sigarette assicurano migliaia di posti di lavoro.

Simili discorsi valgono per l’industria agro-alimentare la cui produzione italiana diminuisce perché i prodotti di importazione ”costano meno” e sono disponibili in tutte le stagioni, senza contare che l’abbandono di coltivazioni nazionali “costa” poi alla collettività perché le attività agricole rappresentano anche una forma di difesa del suolo. Crescita e declino si hanno anche nella produzione di “nuovi” alimenti di cui vengono decantate virtù “salutistiche”, come le chiamano, esposti anch’essi a fragili mode e rapidi declini dopo illusori inizi ruggenti.

Fragili situazioni occupazionali si hanno anche nel settore dei servizi: commercio e distribuzione, informazione, si pensi ai call centers, programmazione di computer, e poi istruzione, assistenza sanitaria, assistenza ai bambini e agli anziani, trasporti pubblici, manutenzione e riparazione di macchinari, fino all’organizzazione di manifestazioni e matrimoni. Con strane contraddizioni: lo stato avverte che il gioco d’azzardo può essere nocivo ma deve riconoscere che l’organizzazione e la gestione delle sale da gioco e delle scommesse assicura migliaia di posti di lavoro.

La chiusura delle imprese e la perdita di posti di lavoro sono un danno economico non solo per gli imprenditori e i lavoratori ma anche per la collettività. Ogni saracinesca che si abbassa per sempre è come la perdita di un parente, è una perdita di conoscenze, di speranze, di iniziative, qualunque sia la merce o il servizio prodotto. Talvolta viene invocato il ricorso a pubblico denaro per tenere in vita una impresa e il relativo lavoro e può anche essere giusto, a condizione che sia chiara l’analisi di quello che ciascuna impresa si proponeva di fare, delle prospettive e previsioni del “mercato”, cioè della domanda della stessa merce o servizio in Italia e all’estero. Ho seguito nel corso degli anni le previsioni, per esempio, dei fabbisogni di energia, fatte dai governi e dalle imprese, e ho visto quante volte le previsioni sono state sbagliate perché non tenevano conto di innovazioni, di tecnologie già esistenti e pur note, di cambiamenti dei bisogni sociali, dei danni ambientali.

La conservazione dei posti di lavoro esistenti e la creazione di nuovi richiede anche competenze tecnico-scientifiche e la capacità di guardare al futuro con coraggio e lungimiranza. Spero che questa cultura cresca e si diffonda per evitare altri errori, cause sempre di dolori privati e collettivi.