SM 3660 — Banche e acqua — 2014

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La Gazzetta del Mezzogiorno, martedì 3 giugno 2014 

Giorgio Nebbia nebbia@quiòpo.it

Che cosa c’entrano le banche con l’ecologia ? Eppure in questi ultimi mesi sono stati pubblicati i risultati di varie ricerche, finanziate proprio da grandi banche e compagnie di assicurazioni internazionali, sulle previsioni dei fabbisogni idrici, sulla mancanza di acqua potabile e di fognature e servizi igienici, sulle siccità e alluvioni. La costruzione di acquedotti e fognature rappresenta un grosso affare economico e promette fruttuosi finanziamenti che stanno molto a cuore alle banche; inoltre il rimborso dei danni dovuti all’acqua che allaga i campi e le città — ne sappiamo qualcosa sempre più spesso anche nelle nostre città pugliesi e del Mezzogiorno — costano alle assicurazioni o agli stati molti soldi, sempre di più ogni anno. 

In Italia una cifra che si può valutare intorno ad una diecina di miliardi di euro all’anno, per risarcire le perdite di beni domestici, le devastazione delle fabbriche e delle attività commerciali, le perdite di raccolti agricoli, la ricostruzione di strade, ponti, ferrovie, la sistemazione degli argini. Costi pubblici tutt’altro che facili da contabilizzare, e che spesso servono soltanto a riparare i danni di oggi ma non a prevenire i prevedibili danni di domani. Ma alle banche stanno a cuore soprattutto i possibili finanziamenti di opere per migliorare la distribuzione delle acque e dei sistemi igienici. 

I conti sono presto fatti. Innanzitutto l’irrefrenabile aumento della popolazione mondiale porterà dagli attuali settemila ad oltre ottomila milioni il numero dei terrestri da qui al 2020, un orizzonte di appena quindici anni. Ogni persona, in media, per la sopravvivenza ha bisogno almeno di circa tre litri di acqua dolce, cioè con basso contenuto salino, in parte assorbita come bevanda, in parte contenuta negli alimenti, E siamo a circa 1 metro cibo di acqua all’anno. Ma questo è il fabbisogno minimo biologico per persona, che sia ricca o povera, che viva nelle grandi città europee o americane o nei deserti. Il fabbisogno di acqua reale è però molto superiore e questo varia davvero, a seconda del livello di vita. 

Nei paesi industrializzati come l’Italia il fabbisogno di acqua per lavare il corpo, gli indumenti e gli oggetti domestici, per cuocere gli alimenti, per i gabinetti, eccetera, varia fra 200 e 400 litri al giorno per persona, circa 100 metri cubi all’anno per persona. I 60 milioni di italiani consumano, per usi domestici, da 6 a 8 miliardi di metri cubi all’anno; di più nelle città in cui gli acquedotti possono accedere a grandi abbondanti riserve di acqua dolce, di meno nelle zone, per lo più del Mezzogiorno, dove le riserve di acqua sono limitate e dove gli acquedotti sono in peggiore stato. In molti paesi “ricchi” della Terra la disponibilità di acqua è maggiore, in quelli “poveri” spesso ogni persona ha a disposizione ogni anno soltanto poche diecine di metri cubi di acqua appena decente. 

La qualità “merceologica” dell’acqua è inoltre variabilissima; nei paesi ricchi i governi controllano che l’acqua potabile non sia contaminata da sostanze chimiche di rifiuto, da pesticidi, metalli, microrganismi nocivi; nei paesi poveri i controlli sono molto meno efficaci e gli abitanti devono accontentarsi di acqua spesso contaminata da batteri e virus, talvolta da sostanza nocive, al punto che molte malattie sono portate e diffuse proprio da acqua “potabile” inquinata e colpiscono specialmente i bambini. Passando attraverso una casa l’acqua non si ferma; praticamente tutta quella che entra, fuoriesce addizionata di sostanze inquinanti, residui di cibo, residui di detersivi ed escrementi. 

Ancora una volta, nei paesi “ricchi” questa acqua usata viene avviata in fognature che finiscono a loro volta in depuratori che filtrano e decompongono la maggior parte delle sostanze inquinanti; l’acqua depurata finisce il suo lungo viaggio nei fiumi, nei laghi, nel mare o nel sottosuolo. Spesso anche nei paesi “ricchi” come il nostro, le fognature sono difettose, i depuratori mancano o assicurano una depurazione soltanto parziale e le acque usate portano i loro veleni nei fiumi e nel mare. 

Nei paesi “poveri” spesso non esistono del tutto le fognature e tanto meno i depuratori; le acque usate scorrono spesso nelle strade e il loro carico chimico e batterico nocivo viene assorbito, specialmente dai bambini, ed è fonte di epidemie. Anche i governi dei paesi “poveri” sono così costretti a costruire dei migliori acquedotti e fognature e depuratori. E qui arrivano gli affari che stanno a cuore alle banche: secondo le stime, nel 2020 le spese di privati e governi per il miglioramento dei sistemi idrici arriveranno a circa 1000 miliardi di euro all’anno, due terzi del prodotto interno lordo italiano. 

Nel mondo 800 milioni di persone non hanno acqua potabile decente e duemila milioni di persone mancano di gabinetti, fognature e depuratori; per sanare almeno in parte questa insostenibile situazione occorrono enormi quantità di acciaio, tubazioni, cemento, prodotti chimici, materie plastiche, dissalatori, lavoro. Le banche e le imprese, ovviamente, pensano ai soldi e ai profitti; eppure, al di là dell’ecologia, dare acqua potabile decente ed evitare l’inquinamento a tutti i terrestri significherebbe assicurare un diritto fondamentale, quello alla vita. 

E, se volessimo guardare più in la, sarebbe anche lo strumento per fare qualche passo verso la pace, eliminando o attenuando i continui, inevitabili conflitti, meno noti, ma ugualmente violenti, oggi in atto per la conquista dei fiumi e per la difesa delle loro acque.