SM 3648 — Coste e turismo — 2014

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La Gazzetta del Mezzogiorno, martedì 15 aprile 2014 

Giorgio Nebbia Nebbia@quipo.it

Stiamo correndo verso la stagione turistica che per molti italiani, ma anche per molti stranieri che vengono in Italia, significa principalmente: mare. Con ottomila chilometri di coste, due terzi delle quali nel Mezzogiorno e nelle isole, l’Italia ha un potenziale di offerta turistica equivalente, se non superiore a quello delle favolose spiagge del Sinai o delle isole oceaniche; spiagge e coste accessibili, almeno nel Mezzogiorno, da aprile a ottobre, spiagge e coste vicine a grandi e belle città. Eppure l’Italia e il suo Mezzogiorno fanno di tutto per perdere queste occasioni, non valorizzando, o addirittura distruggendo, le ricchezze ambientali da cui dipende l’economia del turismo marino: penso al mare inquinato e alle coste mangiate dal mare a causa della miopia, incuria e imprevidenza umane. 

Nei giorni scorsi è stato ripetuto l’allarme per nuovi crolli nelle falesie, le coste rocciose del Salento, guasti che si aggiungono all’erosione delle spiagge sabbiose del Gargano, della foce dell’Ofanto, della Basilicata, un patrimonio ecologico che, in Puglia e Basilicata, si estende per circa ottocento chilometri, circa un decimo di tutte le coste italiane. L’erosione è un fenomeno noto e studiato: proprio in questi giorni è apparso un grosso volume, col titolo ironico di “Manuale del buon conservatore”, pubblicato da Edagricole di Bologna, nel quale due importanti capitoli sono dedicati proprio ai mutamenti delle coste sabbiose e rocciose, scritti da Francesco Corbetta, professore emerito dell’Università dell’Aquila, uno dei curatori del libro. 

Le spiagge o le coste rocciose sono delicati territori ed ecosistemi, l’interfaccia dove il mare incontra la terra. Il mare scorre verso e lungo tale interfaccia con forza mutevole governata dal vento e dall’apporto idrico dei fiumi, trasportando materie solide in sospensione e spostandole da un luogo all’altro secondo regole ben precise; tali materie, di diversissima dimensione e natura chimica a seconda del trasporto solido dei fiumi, vanno da fanghi di particelle finissime, a sabbie, a ghiaie, e possono comprendere anche sostanze inquinanti provenienti dagli scarichi di attività agricole, industriali e di insediamenti urbani situati lungo i fiumi o lungo le coste. Dal loro arrivo e deposito lungo e sulle coste dipendono il carattere e la stabilità delle spiagge e coste, e anche i caratteri chimici dell’acqua di mare e quindi la sua idoneità alla balneazione. 

Il mare trasporta verso l’interfaccia, inoltre, molte altre sostanze che raccoglie al largo o che riceve dai fiumi e che vanno da residui della indistruttibile plastica, a legname o idrocarburi. L’interfaccia, sia rocciosa, sia sabbiosa, è sede di molteplici forme di vita vegetale e animale, anch’esse variabili da luogo a luogo e nel corso delle stagioni, forme di vita talvolta rare e preziose, essenziali per la stabilità delle coste. Nelle coste sabbiose non disturbate dall’intervento umano il vento e il moto ondoso disegnano delle dune e delle zone umide nelle quali si formano e crescono sequenze di vita vegetale e animale, diverse a seconda della forma delle dune e della composizione delle acque e paludi retrodunali. 

Su questa ricchezza ecologica, col passare del tempo, sono calate inesorabili le attività umane; i grandi porti commerciali, gli insediamenti industriali costieri con le loro prese di acqua marina di raffreddamento, e soprattutto le attività turistiche. Dapprima limitate a qualche ombrellone, poi arricchite con le docce, poi diventate edifici provvisori, ma in realtà stabili e di solido cemento, poi diventati ristoranti e discoteche, talvolta autorizzati, talvolta condonati, talvolta visti dagli amministratori locali perfino con compiacimento come attrazioni di persone e soldi. Strutture che hanno richiesto strade di accesso, e quindi asfalto, cemento e parcheggi fin sulla riva del mare. Nello stesso tempo le aree vicino alle coste più pregiate sono state occupate e lottizzate, e spianate, con costruzione di case di vacanza e villaggi, e altre strade e altro cemento. 

Dapprima si andava al largo col pattìno, poi è diventato necessario usare motoscafi e moto d’acqua, e battelli sempre più potenti che richiedono porti turistici lungo le coste e alle foci dei fiumi e inquinano le acque del mare. Così la ricerca di un legittimo benessere e profitto economico si è tradotta in opere che hanno distrutto la stessa base fisica di tale benessere; un po’ come ammazzare la gallina dalle uova d’oro. Quando poi, lungo le coste italiane, la forza delle onde o del vento porta via le sabbie o distrugge le rocce costiere e gli stabilimenti balneari, si alzano alte le lamentele degli operatori turistici che vedono spazzate via le strutture che sono costate soldi; si parla così di calamità naturale, quell’invocazione di soldi pubblici a risarcimento di opere distrutte dalla “natura”. Sfortunatamente spesso si tratta di opere fatte nel posto sbagliato e nel modo sbagliato. 

Si tengono continue conferenze sul turismo sostenibile; se si vuole davvero un turismo duraturo, bisogna avere il coraggio di dire no alle opere che alterano i caratteri ecologici di ciascun territorio costiero, anche perché così si finisce per allontanare, anziché attrarre, il turismo in Italia. La natura offre le sue ricchezze alle attività economiche umane ma vuole essere rispettata, se no si vendica. Come diceva il saggio Francesco Bacone: “Alla natura si comanda se le si ubbidisce”.