SM 3600 — Una modesta proposta — 2013

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La Gazzetta del Mezzogiorno, martedì 15 ottobre 2013

Giorgio Nebbia nebbia@quipo.it

Francamente sono stufo di scrivere due volte all’anno un articolo sul dissesto idrogeologico; almeno due volte all’anno le piogge intense, magari imputabili al cambiamento climatico che surriscalda il pianeta, tanto per dare la colpa a qualcuno, fanno uscire l’acqua dagli argini di fossi, torrenti, fiumi, sulle colline e nelle pianure, allagano e distruggono sottopassi, strade con i tombini che esplodono, campi coltivati con i loro faticati raccolti, fabbriche e abitazioni, strade e ferrovie. La risposta delle autorità è sempre la stessa: si invoca lo stato di calamità naturale, il che vuol dire chiedere allo stato qualche soldo, che arriva sempre in ritardo, per ricostruire nello stesso posto, le stesse cose che sono state spazzate via dalle acque, per rimborsare le perdite dei beni alluvionati o dei raccolti perduti.

I lettori sanno bene, sulla propria pelle, di che cosa parlo. Nessuno, cittadini, alluvionati, governanti, prende in considerazione che non c’è niente di “naturale”; si continua ad autorizzare costruzioni nelle lame, sulle rive dei fiumi, sul fianco delle colline, dove fa comodo ai proprietari dei suoli i quali non pensano che le loro stesse proprietà andranno in rovina, un anno o l’altro. Ogni anno nel nord e al centro e nel sud d’Italia, le alluvioni fanno danni da trent’anni a questa parte. I governanti emanano e correggono continuamente farraginose leggi sulla difesa del suolo, creano agenzie che assicurano appalti per opere che saranno spazzate via uno o dieci anni dopo.

I più fantasiosi chiedono investimenti di diecine di miliardi di euro per programmi di difesa del paesaggio e della bellezza d’Italia. Io credo che chi propone o approva o modifica leggi, non sia mai andato con gli stivaloni nel fango a spalare detriti, non sia mai sceso sul greto di un torrente, altrimenti avrebbe osservato che le alluvioni sono figlie di una chiara violenza contro la natura e richiedono soluzioni altrettanto chiare. L’acqua da miliardi di anni ha “l’abitudine” di scendere dall’alto al basso lungo le strade di minore resistenza; quando trova un ostacolo lo aggira e si crea delle vie di scorrimento più comode, oppure lo sposta e lo porta in basso, siano sabbia, pietre, piante.

D’altra parte la forza delle acque è rallentata e frenata dalla vegetazione spontanea, e così nei millenni le acque hanno “disegnato” le valli e hanno creato le pianure che sono poi diventate fertili, attraversate da fiumi che portano incessantemente al mare il loro carico di sostanze solide disciolte o in sospensione. Purtroppo il fondo delle valli e le pianure, là dove corrono le acque, sono stati e sono gli spazi più appetibili economicamente e là sono sorti villaggi e poi paesi e poi città, con le loro strade e “ponti” e sottopassaggi, con i loro “fiumi sotterranei” di fogne. Tutto guidato dalle leggi “economiche”, cioè si è costruito dove c’erano interessi e proprietà privati o dove le opere costavano meno o erano più comode.

Con l’aumento della popolazione e del “benessere” le presenze umane hanno invaso gli spazi dove scorrevano le acque, hanno distrutto, con quartieri e strutture “sportive”, la vegetazione che rallentava il moto delle acque, ogni intralcio agli affari e al “progresso”. E le acque si vendicano, sono diventate più aggressive e veloci, è aumentata la erosione del suolo, sono diminuiti gli spazi per il libero scorrimento delle acque e queste, ad ogni pioggia più intensa si espandono e allagano le zone circostanti. Le fotografie e le immagini cinematografiche delle alluvioni sono più eloquenti di un trattato di geografia: guardate come i torrenti sono stati imprigionati in stretti canali, come il diboscamento ha lasciato esposte all’erosione grandi superfici delle valli.

Eppure i rimedi sono noti. Il primo è sradicare la dannosa idea che, pur di “portare a casa” qualche soldo nei comuni e nelle regioni, pur di favorire imprese private, si possano autorizzare costruzioni e opere che intralcino il moto “naturale” delle acque. La seconda ricetta consiste nel mettere al lavoro delle persone che puliscano i fossi e i torrenti eliminando almeno i principali ostacoli al moto delle acque per permettergli di scorrere nelle loro ”naturali” vie, che svolgano la funzione di “sentinelle” delle acque. La prima cosa che Roosevelt fece quando divenne, nel 1933, presidente di un’America in piena crisi, piena di disoccupati, con il territorio devastato, fu la creazione dei corpi civili giovanili per la difesa del suolo, costituiti da giovani disoccupati, appartenenti a famiglie disagiate, col compito di svolgere proprio le operazioni di cui parlavo prima. Pochi anni dopo anche l’economista Ernesto Rossi (1897-1987) nel libretto “Abolire la miseria” (1946), auspicava l’istituzione di un “esercito del lavoro” costituito da giovani compensati con pubblico denaro e impegnati a svolgere “servigi pubblici gratuiti”. E quale “servigio” più utile della guerra alle alluvioni ? La proposta fu ripresa in vari scritti dall’economista Paolo Sylos Labini (1920-2005).

Ho letto con interesse che una recente proposta di legge dei deputati Gianni Melilla e altri, del Gruppo SEL (“E” sta per “ecologia”), propone l’istituzione di un “Corpo giovanile per la difesa del territorio”. Per pagare questi giovani lavoratori nella pulizia dei torrenti, nel rimboschimento, nella vigilanza del moto delle acque occorrono dei soldi pubblici, che sarebbero bene spesi. Si pensi che 3 milioni di euro, la cifra richiesta in una delle tante recenti alluvioni per parziale rimborso dei danni sofferti dagli alluvionati, potrebbero assicurare un salario per un anno a duecento “sentinelle” delle acque. Con l’effetto che l’anno dopo, due anni dopo, dieci anni dopo, si eviterebbero dolori e danni e distruzioni che costerebbero, alla comunità, ben più di quella cifra. Spero che qualcosa si muova, un giorno o l’altro.