SM 3586 — Un piano energetico per salvare l’ambiente — 2013

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La Gazzetta del Mezzogiorno, martedì 3 settembre 2013

Giorgio Nebbia nebbia@quipo.it

Un’importante parte del dibattito economico e ambientale riguarda l’energia. L’energia, nelle forme di calore o di elettricità, è necessaria perché ”serve” a muovere i veicoli, a far girare i motori, a scaldare edifici, a produrre merci agricole e industriali. A questo fine le fonti primarie — petrolio, carbone, gas naturale, moto delle acque, Sole e vento — devono subire trasformazioni attraverso macchine. In Italia, direttamente o indirettamente l’energia è associata al movimento di circa due terzi dei 1500 miliardi di euro del Prodotto Interno Lordo. I governi e le imprese e i singoli cittadini pagano, per i servizi resi dalle fonti di energia, un prezzo variabile che a sua volta influenza il costo e il prezzo di servizi e merci; il prezzo del gasolio influenza il costo del viaggio dal lavoro a casa; il prezzo di un vasetto di marmellata è influenzato dal costo dell’energia impiegata in agricoltura per produrre la frutta, nell’industria per produrre il vetro, nei trasporti per far arrivare il vasetto al negozio, eccetera. Da qui la necessità di scegliere le fonti di energia più adatte, rispondendo alla domanda: di quale e quanta energia la nostra società ha bisogno ?

Fra il 1974 e il 1980 il governo italiano predispose tre o quattro “piani energetici”; poi, dopo lunghi silenzi, nel 2012, negli ultimi giorni del governo Monti, è stata redatta una proposta di “strategia energetica” di cui non si è più saputo niente, per cui l’Italia continua a procedere a tentoni, sotto le pressioni esercitate da contrastanti interessi. Prendiamo un caso che riguarda la Puglia. Immaginiamo che si voglia sostituire il carbone, molto inquinante, impiegato nella centrale termoelettrica di Brindisi con il gas naturale che è meno inquinante. Naturalmente sarebbero molto scontenti gli importatori di carbone; sarebbero contenti gli ambientalisti e gli importatori di gas naturale. Ma il gas naturale potrebbe arrivare in Italia mediante gasdotti dai grandi giacimenti russi e asiatici e questo piacerebbe ai venditori di tubazioni, ma potrebbe piacere di meno alle popolazioni, per esempio del Salento, che subirebbero il disturbo ambientale del terminale del gasdotto trans-Adriatico TAP.

La soluzione non piacerebbe neanche alle imprese che sono interessate all’importazione, con navi frigorifere, del gas naturale liquefatto dai giacimenti dell’Estremo Oriente e che vorrebbero costruire nell’Adriatico degli impianti di rigassificazione, quelli che riportano il gas naturale liquefatto allo stato gassoso, pronto per la distribuzione. Ma l’uso dei combustibili fossili (carbone o petrolio o gas) nelle centrali elettriche non piace ai fabbricanti e venditori di impianti solari e di motori eolici, tanto “ecologici”, finora generosamente finanziati con pubblico denaro, i quali neanche piacciono a molti ambientalisti. A questo punto fanno sentire la loro voce anche quelli che producono elettricità bruciando i residui agro-industriali, le cosiddette biomasse, o i rifiuti urbani e industriali nei cosiddetti “termovalorizzatori”, operazioni anche queste finanziate con pubblico denaro e contrastate energicamente da molti ambientalisti. Comunque le importazioni o di carbone, o di petrolio, o di gas naturale, o di impianti fotovoltaici o di pale eoliche, comportano la necessità di dipendere da paesi esportatori con cui si devono avere buoni rapporti, anche se ci sono antipatici. Senza contare che i pubblici finanziamenti o incentivi dell’una o dell’altra fonte di energia si traducono in un aumento del prezzo dell’elettricità pagata dal consumatore finale. Elettricità, poi, per fare che cosa ? Per far aumentare il numero di automobili elettriche, forse meno inquinanti ? Una scelta che non piacerebbe ai venditori di prodotti petroliferi e neanche  all’industria automobilistica che dovrebbe cambiare gli attuali cicli produttivi; molti autoveicoli a benzina o gasolio dovrebbero così essere rottamati, e sarebbero contenti coloro che si occupano di riciclo degli autoveicoli fuori uso.

Con la disponibilità di elettricità abbondante alcuni potrebbero pensare di diffondere stufe elettriche e condizionatori di aria; in questo caso dovrebbero essere rifatti molti edifici e sarebbero contente le imprese edili. Eccetera: il ragionamento potrebbe infatti essere esteso a tutti i settori economici e produttivi che hanno bisogno di energia. Una soluzione dovrebbe essere cercata partendo, alla rovescia, dai fabbisogni di energia nei diversi settori economici — industria, trasporti, agricoltura, abitazioni, servizi — decidendo poi con quali fonti di energia è possibile soddisfare tali fabbisogni, con l’obiettivo di un aumento dell’occupazione e di minori costi per i consumatori, tenendo presente che non è vero che un aumento del benessere nazionale richiede un aumento dei consumi di energia. Una decisione, ad esempio, di consumare ”meno energia” consentirebbe di diminuire i danni ambientali e le importazioni di fonti di energia, privilegiando quelle, non molte, ma neanche poche, disponibili in Italia.

Dato per scontato che non si possono accontentare tutti — interessi del carbone, del petrolio, del gas, degli inceneritori di biomasse e rifiuti, dei venditori di impianti solari ed eolici, dei vari gruppi di ambientalisti e delle popolazioni coinvolte in opere pubbliche e impianti — la soluzione può essere soltanto politica: la redazione di un piano energetico discusso e approvato in Parlamento, esteso ai prossimi (diciamo) dieci anni, che decida chi accontentare e chi scontentare, nell’interesse degli unici che dovrebbero contare veramente, i lavoratori e i cittadini.