SM 3536 — Un “nuovo corso” per l’Italia ? — 2013

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La Gazzetta del Mezzogiorno, martedì 26 marzo 2013 

Giorgio Nebbia nebbia@quipo.it

Sono passati ottanta anni da quando Franklin Delano Roosevelt (1882-1945) è diventato presidente degli Stati Uniti con il preciso programma, noto come “nuovo patto”, “nuovo corso”, “New Deal”, di far uscire il suo paese dalla grande crisi economica mondiale iniziata nel “ventinove”. La storia non si ripete mai, ma non ci si può nascondere che la situazione dell’America ereditata da Roosevelt ha alcune forti analogie con quella che sarà ereditata dal nuovo governo che si formerà in Italia. 

Un paese con un numero crescente di disoccupati, scoraggiato e avvilito, con il territorio devastato da frane e alluvioni e invaso da montagne di rifiuti, le fabbriche e i negozi che chiudono, una agricoltura che lascia marcire i raccolti che non riesce a vendere, un inaccettabile divario fra i pochi che hanno tanto denaro e ostentano sprechi e lussi e la massa di persone che non riesce ad arrivare alla fine del mese e a pagare i mutui, con milioni di persone, compresi gli immigrati, che vivono in abitazioni indecenti mentre continua la costruzioni di case di lusso che nessuno è in grado di comprare, una criminalità diffusa arricchita dal commercio degli stupefacenti (al tempo di Roosevelt dal commercio illegale di alcolici). 

Le primissime iniziative di Roosevelt, proprio nel marzo 1933, furono, se così si può dire, “ecologiche”: un grande progetto di opere pubbliche basate sulla regolazione del corso dei fiumi, sulla lotta all’erosione del suolo, sul rimboschimento, il rilancio dell’agricoltura. Dieci giorni dopo essersi insediato alla Casa Bianca, Roosevelt approvò una legge che prevedeva di impiegare un esercito di giovani disoccupati in opere di pubblica utilità: nell’estate del 1933 trecentomila americani, dai 18 ai 25 anni, figli di famiglie assistite, organizzati nei Civilian Conservation Corps, erano impegnati nei lavori di difesa del suolo che da molti anni erano stati trascurati. Negli anni successivi, in varie campagne, due milioni di giovani lavoratori, complessivamente, piantarono 200 milioni di alberi, ripulirono il greto dei torrenti, prepararono laghetti artificiali, scavarono canali per l’irrigazione, costruirono dighe e ponti e torri antincendio, combatterono le malattie dei pini e degli olmi, ripulirono spiagge e terreni. 

Subito dopo l’insediamento Roosevelt decise di affrontare la regolazione delle acque della valle del Tennessee, il grande fiume che attraversa gli Stati Uniti da Nord a Sud e che era responsabile di periodiche inondazioni dei terreni, costruendo una serie di dighe e di centrali idroelettriche, la prima industria elettrica di proprietà del governo federale. A questo fine fu creata una speciale agenzia, la Tennessee Valley Authority, il più noto esempio di pianificazione territoriale e industriale del New Deal. La costruzione delle dighe attirò lavoratori disoccupati da tutta l’America; fu rettificato il corso del fiume, furono fatte opere per fermare l’erosione del suolo. L’elettricità “governativa” ottenuta dal moto delle acque (oggi la chiameremmo “rinnovabile”) permise di alimentare fabbriche, pure di proprietà del governo federale, per il trattamento dei minerali fosfatici e per la produzione di concimi: concimi di stato da distribuire agli agricoltori a prezzi politici per ridare fertilità alle terre impoverite dall’erosione. 

Furono create strutture di assistenza per i lavoratori costretti a spostarsi alla ricerca di lavoro e furono assicurati mutui agevolati per l’acquisto di case popolari. La “nazionalizzazione” di alcune attività essenziali per il paese come energia e chimica, contribuì a riavviare la produzione e a creare posti di lavoro. Nell’ambito del New Deal il governo americane prese iniziative per la utilizzazione industriale dei prodotti e sottoprodotti agricoli invenduti, la “biomassa”, come si dice oggi. La chimica ebbe un ruolo fondamentale e fu coniato il termine “chemiurgia” per indicare le tecniche capaci di trasformare le materie di origine agricola, zootecnica e forestale, in merci: dall’alcol etilico, da usare come carburante ”ecologico” e come materia  prima per la gomma sintetica, alla cellulosa e alle proteine per ottenere fibre artificiali, dall’amido alle materie plastiche. 

Il Dipartimento dell’agricoltura fin dal 1933 creò una rete di stazioni sperimentali, sparse nei vari stati, che furono all’avanguardia nelle tecniche di chemiurgia e incoraggiarono nuove coltivazioni e industrie. Furono studiate nuove materie agro-industriali, che vengono “riscoperte” oggi con l’etichetta dell’ecologia e dei prodotti “bio”: dalle cere ricavate dalla jojoba, alla gomma guayule, dalle fibre tessili cellulosiche naturali ottenute da ginestra, canapa, yucca, a nuove materie cellulosiche industriali, eccetera. Roosevelt abolì il divieto di vendita delle bevande alcoliche e così venne meno una delle fonti di arricchimento della criminalità, affrontò la lotta all’evasione fiscale e alle frodi alimentari. Per farla breve, in pochi anni Roosevelt riuscì a far risorgere gli Stati Uniti dalla depressione. 

Mi permetto rispettosamente di consigliare al prossimo presidente del Consiglio di leggere (o rileggere) qualche pagina del libro scritto da Arthur Schlesinger, “L’età di Roosevelt” (Il Mulino, 1963). Anche l’Italia oggi ha bisogno di un “nuovo corso”, politico, economico — e ecologico, di una sferzata di speranza e coraggio.