SM 3525 — Cibo, costi e sprechi — 2013

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La Gazzetta del Mezzogiorno, mercoledì 13 febbraio 2013 

Giorgio Nebbia nebbia@quipo.it

Uno degli esercizi a cui si dedicano sociologi e opinionisti riguarda la possibilità di sfamare in futuro gli abitanti della Terra, oggi poco più di sette miliardi, in lenta ma continua crescita almeno nei prossimi decenni; una popolazione mondiale che si prevede raggiunga i nove miliardi di persone nel 2050. L’instancabile Lester Brown, presidente dell’Istituto americano per una politica della Terra, una specie di controllore ecologico del mondo, ha di recente pubblicato un nuovo libro, tradotto in italiano dalle Edizioni Ambiente, proprio intitolato: “Nove miliardi di posti a tavola”. 

Una folla di commensali che si può dividere, dal punto di vista dei consumi alimentari, in circa due miliardi di persone i cui fabbisogni sono soddisfatti, talvolta con un eccesso di alimenti che provocano obesità e malattie e inducono a sprechi. Circa quattro miliardi di persone che abitano i paesi in via di rapida industrializzazione come Cina, India, Brasile e altri, con consumi alimentari crescenti; in qualche caso fino al livello di quelli dei paesi più avanzati, anche se in essi sopravvivono vaste zone di povertà e denutrizione. Infine sulla Terra c’è circa un miliardo di persone che ha disponibile alimenti in quantità appena sufficiente o insufficiente per la sopravvivenza. 

Sono cifre che vengono ripetute nelle frequenti denunce dello scandalo di questa situazione e della necessità di provvedere a sfamare i poveri. Lo scandalo sta anche nel fatto che le risorse alimentari offerte dalla natura spesso sono usate male o malissimo. Il cibo che mettiamo in tavola ci arriva dopo un lungo cammino che comincia nei campi e comprende le complesse operazioni di preparazione del suolo, di distribuzione delle sementi e dei concimi, di irrigazione, la paziente attesa che le piante crescano superando alluvioni o siccità o vento, l’attacco di parassiti e altre avversità. La catena continua con la raccolta delle derrate alimentari, il trasporto attraverso ferrovie, camion, navi dalle zone agricole fino ai numerosi processi industriali di conservazione e trasformazione con l’impiego di prodotti chimici, metalli e materie plastiche per le confezioni e con il trasporto fino alla distribuzione. 

Una parte dei raccolti vegetali viene destinata all’alimentazione di bovini, suini, pollame; solo una parte, spesso solo un decimo, delle sostanze nutritive vegetali si trasforma in sostanze nutritive per l’alimentazione umana; il resto finisce negli escrementi inquinanti, nei gas del metabolismo animale, in scarti e rifiuti. Gli animali e i loro prodotti viaggiano fino ai macelli e alle industrie di conservazione e trasformazione, anche qui con perdite e rifiuti e inquinamenti, e infine arrivano nei negozi e sulla nostra tavola come carne, uova, latte, gli alimenti con le proteine più pregiate. In tutto questo c’è una componente nascosta ma importante: l’energia. 

Gli studi concordano nell’indicare che ogni caloria di alimenti umani ha comportato l’impiego di sette calorie di energia nell’agricoltura, industria, zootecnia, trasporto, distribuzione, uso domestico di frigoriferi e cottura. Se si pensa che l’energia utile per una persona ammonta a circa un milione di chilocalorie all’anno e che questa energia corrisponde al contenuto energetico di cento chili di petrolio, si vede che il cibo consumato dai sessanta milioni di abitanti dell’Italia ha comportato un impiego di energia equivalente a quella di 40 milioni di tonnellate di petrolio, pari a circa un terzo dell’intera energia usata in Italia. L’energia richiesta per far arrivare il cibo nelle nostre tavole è stata usata in parte in Italia, in parte nei lontani paesi da cui importiamo alimenti. 

Su scala globale si può calcolare che, per la produzione di alimenti viene usato circa un quinto dei consumi mondiali di energia, con conseguente inquinamento atmosferico, soprattutto di gas responsabili dei mutamenti climatici. I mutamenti climatici, da parte loro, rendono più costosa, come soldi, come consumo di energia e di acqua e come inquinamento, la produzione di alimenti, una situazione destinata ad aggravarsi e mano a mano che aumenterà la richiesta di cibo da parte della popolazione più povera del pianeta. Una spirale perversa. E’ possibile sfamare un po’ meglio gli affamati soltanto attraverso un crescente sfruttamento delle riserve, limitate, sia di combustibili fossili sia di acqua, e attraverso un crescente inquinamento delle acque, dell’aria e del suolo. 

Una soluzione potrebbe essere rappresentata da una nuova valorizzazione delle attività agricole e agroindustriali non tanto sognando orti domestici, o ristoranti a chilometri-zero, o con le mode alimentari, ma con una migliore conoscenza tecnico-scientifica di tutta la movimentazione di natura, materie e lavoro dai campi, alle industrie, al consumo. Solo così sarà possibile accertare dove e come è possibile limitare sprechi di energia di acqua, di alimenti, diminuire inquinamenti e attenuare peggioramenti ambientali: un bel compito per il futuro ministro dell’agricoltura, o come si chiamerà, e un impegno dell’ecologia, della chimica, dell’ingegneria e della merceologia al servizio del prossimo.