SM 3524 — Energia, produzione, lavoro — 2013

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La Gazzetta del Mezzogiorno, martedì 5 febbraio 2013 

Giorgio Nebbia nebbia@quipo.it

L’opinione pubblica ha letto con apprensione la notizia del crollo in borsa (inizi febbraio 2013) delle azioni della società Saipem, il gigante italiano specializzato nelle perforazioni per l’estrazione di idrocarburi nei deserti, nelle paludi, fra i ghiacci e nel fondo degli oceani e nelle apparecchiature per il loro trasporto. Tale crisi è stata interpretata come conseguenza di un rallentamento delle vendite di petrolio; meno petrolio meno trivelle e macchine e oleodotti e servizi relativi. 

Di tutto questo mondo sappiamo ben poco, al di la del brontolare per l’aumento della bolletta dell’elettricità o del gas o del pieno di benzina, senza pensare che dietro questi problemi spiccioli quotidiani ci sono lotte fra i produttori e i venditori delle tre fonti di energia in feroce concorrenza fra loro: carbone, petrolio, gas naturale. Il carbone è stata la fonte di energia dominante nel mondo fino al 1965, quando la produzione di petrolio ha superato quella del carbone: superata come valore energetico perché una tonnellata di carbone “contiene” energia come appena 0,7 tonnellate di petrolio. 

Da quel 1965 la produzione di petrolio è andata aumentando, pur con alterne vicende, fino agli anni recenti quando si è visto che le riserve più facili e accessibili si sono prosciugate e per avere altro petrolio bisogna andare a perforare gli oceani a grande profondità, bisogna andare a cercare petrolio in posti lontani, difficili, bisogna estrarre faticosamente quello intrappolato nelle rocce sotterranee, da frantumare con processi costosi e inquinanti. Da una parte le società petrolifere sanno che il miliardo di autoveicoli circolanti nel mondo non potrà, per un bel po’ di tempo, fare a meno del petrolio, ma i loro profitti tendono a diminuire. 

Nel frattempo, zitto zitto, il carbone ha continuato la sua strada in crescita come fonte di energia; il carbone è scomodo e pericoloso e difficile da estrarre, è inquinante quando viene trasportato e usato (ne sappiamo qualcosa noi in Puglia dove l’acciaieria di Taranto e le centrali termoelettriche di Brindisi assorbono circa 12 milioni di tonnellate di carbone all’anno), ma è meno costoso, per unità di energia, del petrolio, le sue riserve sono abbondanti ed è necessario per la produzione dell’acciaio. I nuovi grandi paesi industriali Cina e India usano e acquistano crescenti quantità di carbone, tanto che alcune stime prevedono che fra cinque anni l’energia ottenuta ogni anno dal carbone supererà, nel mondo, quella ottenuta dal petrolio. 

Intanto fra le due principali fonti di energia si è inserito, come terzo concorrente, il gas naturale di cui esistono vasti giacimenti; il metano è il meno inquinante anche se difficile da trasportare mediante metanodotti o mediante speciali navi frigorifere. Si ha un sorprendersi quando si vede la grande capitale cinese avvolta in un fumo scuro e velenoso, ma il potere e la violenza dei crescenti consumi di carbone, soprattutto nei paesi emergenti e poveri sembrano difficili da rallentare. In mancanza di una nuova consapevolezza della necessità di un cambiamento economico, il consumo di fonti energetiche fossili e di minerali continua ad aumentare con impoverimento delle riserve e aumento dell’inquinamento e peggioramento della vita e della salute, nei paesi ricchi, in quelli emergenti e in quelli poveri. 

Le false promesse dell’energia nucleare sono tramontate, le promesse dell’energia ottenibile dal Sole e dal vento vengono mantenute troppo lentamente rispetto alla velocità con cui aumentano i consumi. Gli stessi movimenti ecologisti e ambientalisti si sono appiattiti su piccole, anche se importanti, lotte, talvolta liti, municipali. 

I problemi del futuro sono assenti dai programmi elettorali che promettono soltanto un aumento dei consumi, dell’occupazione e della produzione, ma ben poco si discute su quello che è bene produrre per il consumo interno e per l’esportazione. Molte delle produzioni attuali sono in crisi per la forte concorrenza internazionale e per la saturazione del mercato. Lo si vede dalla chiusura delle miniere, delle fabbriche di alluminio e acciaio, di divani e di scarpe, di macchinari e di automobili. Possiamo illuderci su un futuro economico basato sulla produzione e esportazione di alimenti e di gioielli e di abiti e automobili di lusso ? 

Al di la delle generiche chiacchiere sull’economia verde, i problemi della produzione e del consumo, delle importazioni ed esportazioni, a livello mondiale e nazionale, del carbone, del petrolio, delle merci e dei prodotti, dovrebbero riscuotere maggiore attenzione nell’opinione pubblica, nelle scuole e università, nei mezzi di comunicazione di massa, nei programmi elettorali, se si vogliono evitare scelte produttive sbagliate che si traducono in dolori, e disoccupazione e danni ambientali. Che cosa occorre produrre, dove, con quali lavoratori, con quali tecnologie e risorse naturali, e per chi?