SM 3514 — Genocidio merceologico — 2012

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.eco, 24, (9), 5-6 (dicembre 2012), http://www.educazionesostenibile.it/portale/pianeta-eco/archivio-numeri/2012/1636-e-uscito-il-numero-di-dicembre-2012.html 

Giorgio Nebbia nebbia@quipo.it

E’ di recente apparso un rapporto intitolato: “I peggiori problemi di inquinamento del mondo: I rischi per la salute delle discariche di rifiuti pericolosi”, pubblicato a cura dell’associazione ambientalista e umanitaria, Greecross, quella “crocerossa” ambientale creata in Europa dall’ex-segretario sovietico Gorbaciov. Greencross ha una sede anche in Italia e pubblica la rivista “Verde ambiente”. Il nuovo volume fa un bilancio di un fenomeno di cui poco si parla: le malattie, le morti e i dolori umani conseguenti l’esportazione, da parte dei paesi industriali nei paesi poveri, africani e asiatici, ex-coloniali, dei rifiuti tossici e delle materie velenose, prodotte negli stessi paesi industriali. 

Per secoli i paesi europei hanno portato via dai paesi dell’Asia, Africa, America, di cui si sono appropriati come colonie, grandissime ricchezze costituite da metalli preziosi come oro e argento, diamanti, prodotti agricoli e forestali, gomma, fibre tessili, caffè, cacao, spezie, grazie ai quali i paesi europei hanno avviato la propria industrializzazione e fortuna finanziaria. Anche quando, dopo gli anni quaranta del Novecento, i paesi ex-coloniali hanno conquistato l’indipendenza, i paesi industriali hanno continuato a portare via a basso prezzo materie prime preziose, come petrolio, carbone, minerali metallici, prodotti agricoli, attraverso compagnie multinazionali, la corruzione di governanti, la vendita di armi, alimentando conflitti e divisioni fra paesi ed etnie. 

A questo flusso di ricchezza dai paesi poveri a quelli ricchi si è lentamente sovrapposto, soprattutto in questi ultimi decenni, un altro flusso alla rovescia: l’esportazione dai paesi ricchi a quelli poveri di “merci negative” costituite da rifiuti e scorie spesso tossiche e velenose. La crescita della produzione industriale mondiale, l’uso di nuovi processi e la fabbricazione di nuovi oggetti, come quelli legati all’elettronica, ha fatto aumentare, in una specie di reazione a catena, la massa dei rifiuti industriali e urbani: miliardi di tonnellate ogni anno nel mondo, una diecina di milioni di tonnellate all’anno di rifiuti pericolosi soltanto in Italia. La crescente conoscenza e sensibilità ambientale nei paesi industriali ha portato a norme sempre più rigorose sulle discariche e l’incenerimento dei rifiuti, il cui smaltimento si è fatto quindi sempre più costoso. 

Nei rifiuti industriali, nelle scorie dei processi di trasformazione, sono comparse sostanze in precedenza poco diffuse o sconosciute come cadmio, berillio, torio, residui di pesticidi come il DDT, diossine provenienti dai processi metallurgici, chimici, dagli inceneritori di rifiuti, policlorobifenili usati come fluidi isolanti, derivati del piombo e del mercurio, il terribile amianto. Già negli anni ottanta c’erano state delle esportazioni clandestine di rifiuti tossici nei paesi africani, dove le norme ambientali erano praticamente inesistenti o poco rigorose, tanto che nel 1992 è stata firmata la convenzione di Basilea che vieta tali esportazioni. L’Unione Europea le ammette a condizione che i rifiuti siano destinati al riciclo e con questa scusa è aumentata l’esportazione di rifiuti verso l’Africa e l’Asia dove le operazioni di smaltimento, mascherate da riciclo, sono condotte in condizioni di grande pericolo e inquinamento. 

Lo stesso smaltimento dei rottami metallici, come quelli delle carcasse di navi o autoveicoli, spesso contaminati da sostanze velenose o addirittura radioattive, comporta gravi pericoli per la salute degli operai e danni all’ambiente in cui vivono. Le conseguenze sanitarie di queste pratiche di violenza ecologica sono esposte nel rapporto di Greencross, citato all’inizio, il quale denuncia un rapido aumento della mortalità presso coloro, spesso ragazzi, che praticano senza precauzioni le rudimentali operazioni di separazione delle varie componenti dei rifiuti, un aumento delle malformazioni nei neonati da donne avvelenate dalle discariche. D’altra parte i paesi poveri, specialmente africani, afflitti dalla miseria, pur di guadagnare qualche soldo sono disposti ad accettare rifiuti industriali da riciclare e anche da smaltire illegalmente. 

Le cause di questo genocidio che viene inflitto ai paesi poveri sono riconducibili a varie cause. Innanzitutto alla natura chimica delle sostanze che vengono trattate. Il piombo presente nelle batterie di accumulatori, nei proiettili, nelle saldature, viene trattato e riciclato con formazione di fumi velenosi e di scorie che, nel terreno, inquinano le acque sotterranee. L’assorbimento delle polveri contenenti piombo provoca malattie mentali. Danni mentali vengono anche dal mercurio che si trova nelle scorie dell’estrazione del carbone dalle miniere o che viene impiegato per l’estrazione dell’oro. Il contatto col cromo, elemento cancerogeno, avviene attraverso il trattamento dei rifiuti delle operazioni di conceria, delle leghe metalliche contenenti cromo e dei residui di coloranti. Il cadmio e l’arsenico sono contenuti nelle scorie di molte operazioni industriali, minerarie e chimiche. 

La richiesta di uranio da parte dell’industria nucleare dei paesi industriali ha spinto all’estrazione di uranio dai minerali, un’operazione che produce, per ogni tonnellata di ossido di uranio commerciale, circa 1000 tonnellate di scorie radioattive per la presenza di torio e radio, che restano all’aria aperta e la cui radioattività si libera continuamente per secoli. 

Fra le cause delle malattie si trova anche il fatto che le operazioni di trattamento e smaltimento dei rifiuti tossici importati avvengono da parte di piccole imprese, talvolta a carattere familiare, di persone che non hanno adeguate conoscenze tecniche e operano in maniera empirica; i pericoli sono ignorati non soltanto dagli operai, ma anche dalle autorità che avrebbero il compito di controllare e che spesso sono distratte. Spesso le operazioni di separazione e trattamenti dei rifiuti avvengono vicino a zone densamente popolate i cui abitanti sono esposti ai veleni. 

Fra le operazioni più nocive ci sono quelle di trattamento dei rifiuti elettronici. Nei paesi industriali ci sono norme abbastanza rigorose per cui il riciclo di tali rifiuti finisce per essere costoso; per sfuggire ai vincoli esistono molte imprese illegali che organizzano un continuo flusso verso i paesi poveri, a intere navi, di rifiuti costituiti da video, schede di computer, stampanti, telefoni fissi e cellulari, televisori, molto ricercati perché contengono piccole, ma apprezzabili quantità di oro, argento e molti altri metalli, Il recupero di tali metalli avviene spesso bruciando all’aria aperta la parte di plastica e combustibili delle varie componenti, vendendo poi le ceneri a imprese che estraggono i metalli. In entrambi i casi si formano fumi e scorie altamente velenose che finiscono nell’aria e nel suolo e poi nelle acque sotterranee. 

I traffici internazionali di rifiuti dai paesi industriali verso i paesi poveri, un vero e proprio colonialismo velenoso, sono resi possibile da organizzazioni criminali, dalla corruzione di funzionari e di trasportatori compiacenti; addirittura vecchie navi sono state riempite di fusti e containers pieni di rifiuti tossici e sono state affondano nei mari e negli oceani, con l’effetto di inquinare e distruggere la vita in vaste zone marine. 

Il problema dovrebbe interessarci non soltanto sul piano etico, per l’avvelenamento di esseri umani provocato dalla nostra società dei consumi, non solo perché ne derivano contaminazioni dell’ambiente che si diffondono in tutto il pianeta, ma perché i veleni liberati dallo smaltimento illegale dei “nostri” rifiuti tossici, esportati in molti paesi poveri, spesso ci ritornano attraverso l’importazione di prodotti fabbricati in tali paesi, di prodotti agricoli coltivati in terreni inquinati che possono arrivare fin sulla nostra tavola. Una perversa circolazione di veleni su cui occorre vigilare attraverso una maggiore conoscenza di questa geografia della violenza.