SM 3503 — Vassoi radioattivi — 2012

This entry was posted by on giovedì, 8 novembre, 2012 at
Print Friendly

La Gazzetta del Mezzogiorno, martedì 6 novembre 2012 

Giorgio Nebbia nebbia@quipo.it

Nel novembre 2012 è stato scoperto che può risultare radioattivo anche un innocente vassoio, di quelli che si usano in casa. E’ quanto avvenuto a Torino dove sono stati sequestrati dei vassoi d’argento contaminati con l’elemento radioattivo cobalto-60. A quanto pare si tratta di prodotti fabbricati in India e arrivati in Europa e anche in Italia e fortunatamente fermati a tempo, grazie all’attenzione del pretore Guariniello, sempre all’avanguardia nella difesa della salute dei lavoratori e dei consumatori. Il cobalto-60 non è, generalmente, associato alla produzione di energia nucleare, ma viene prodotto artificialmente per fini speciali, alcuni positivi. Si tratta di uno degli isotopi radioattivi del metallo cobalto che entra in molte leghe e prodotti commerciali.

L’isotopo 60 è stato scoperto dai fisici americani John Livinghood e Glenn Seaborg (1912-1999) nel 1938 in seguito al bombardamento con neutroni del cobalto-59, la forma stabile di questo metallo. Il cobalto-60 emette forti radiazioni gamma, molto penetranti, che sono impiegate nella terapia di alcuni tumori (cobaltoterapia), ma soprattutto negli impianti industriali in quanto consentono di rilevare delle rotture o discontinuità, per esempio nelle lastre e nelle tubazioni metalliche, e anche di rivelare il contenuto di vagoni e veicoli. Il cobalto-60 perde metà della propria radioattività in poco più di cinque anni, il che significa che dopo 11 anni la sua radioattività è ridotta a un quarto di quella originale, dopo 16 anni a circa il 10 % e così via. E’ anche per questo che le “pastiglie” contenenti cobalto radioattivo vengono ricambiate e quelle usate, insieme alle apparecchiature ospedaliere, possono finire nei rifiuti.

Non c’è quindi da meravigliarsi se metalli contenenti cobalto-60 sono finiti fra i rottami metallici del grande riciclatore di rottami che è oggi l’India. Da qui è possibile che del cobalto-60 sia finito in qualche lega di argento e quindi nei vassoi di Torino. La pericolosità di questi vassoi, a quanto si può giudicare, consiste nel prolungato contatto e dipende dalla concentrazione del cobalto; le prime analisi indicano nei vassoi una radioattività di circa 4 MBq, cioè 4 milioni di becquerel (le unità di misura della radioattività che prendono il nome dal fisico francese Henri Becquerel (1852-1908)), corrispondenti a circa 0,10 millesimi di milligrammo di cobalto-60 nei vassoi analizzati. Dal punto di vista del pericolo per la salute conta l’esposizione a tale radioattività che si misura in unità “sievert”, dal nome del medico svedese Rolf Maximilian Sievert (1896-1966). Il contatto per un’ora con i vassoi incriminati corrisponde ad una esposizione di circa 60 microsievert, uguale a quella della radiazione “naturale”, proveniente dalle rocce terrestri, dai raggi cosmici, eccetera, a cui una persona è normalmente esposta, in media, in una intera settimana della propria vita.

L’esposizione media alla radioattività “naturale” di ciascuna persona è di circa 3000 microsievert all’anno  Il cobalto-60 radioattivo avrebbe effetti biologici maggiori se venisse assorbito nel corpo umano con il cibo, cosa peraltro (si spera) poco probabile dal momento che si trova in forma solida nella lega metallica del vassoio. La scoperta e l’opportuno sequestro dei vassoi di Torino, contaminati con cobalto-60 sono un episodio di fenomeni che si stanno diffondendo sotto forma di commercio internazionale di rottami contaminati da sostanze radioattive e delle merci prodotte attraverso il relativo riciclo. I primi vistosi segnali si ebbero quando fu scoperto che metalli radioattivi erano presenti nei rottami, destinati alla produzione di acciaio e alluminio, importati in Italia e provenienti dallo smantellamento della centrale ucraina di Chernobyl, dopo l’incidente del 1986; si sa infatti che, durante il funzionamento di una centrale nucleare, i neutroni che si liberano nella ”normale” fissione dell’uranio e del plutonio, rendono radioattivi, per “attivazione”, anche i metalli e i materiali del reattore e delle strutture del reattore. Da allora si è fatto più rigoroso il controllo della radioattività delle merci importate, dal momento che la circolazione di metalli radioattivi aumenterà a mano a mano che le attuali centrali nucleari verranno chiuse e smantellate.

Contaminazioni radioattive si sono verificate anche per la presenza accidentale nei rottami di elementi radioattivi usati nelle apparecchiature ospedaliere. Fu famoso il caso della città brasiliana di Goiania dove, nel 1987, molte persone morirono per aver maneggiato cesio radioattivo, altro elemento usato nella cura dei tumori, mentre smantellavano, senza sapere che cosa contenesse, un apparecchio rubato in un ospedale. Quello delle merci e dei rifiuti radioattivi sta diventando un nuovo importante capitolo della merceologia che richiede nuove tecniche di analisi e di controllo di una nuova imprevista categoria di frodi e pericoli commerciali. Nello stesso tempo occorre che l’opinione pubblica sia informata della reale natura delle sostanze con cui le persone possono venire a contatto, e sui relativi reali pericoli. La parola “radioattivo” è ormai entrata giustamente nel linguaggio come indicatore di pericolo per la salute, ma nello stesso tempo occorre avere consapevolezza della vera entità dei pericoli.