SM 3501 — Costo ambientale delle merci e dei servizi — 2012

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 La Gazzetta del Mezzogiorno, martedì 30 ottobre 2012 

Giorgio Nebbia nebbia@quipo.it

 Quando acquistate una automobile fate certamente attenzione al prezzo, alle caratteristiche, alla ricchezza di accessori, al consumo di benzina o gasolio, al tasso di interesse che viene praticato per l’acquisto a rate, eccetera. Non so se prestate altrettanta attenzione al fatto che l’uso di questa macchina è inevitabilmente associato al peggioramento del clima, quell’insieme di fenomeni che provocano estati torride e improvvisi acquazzoni con conseguenti alluvioni, che provocano tempeste ai tropici e fusione dei ghiacci delle montagne e delle zone polari. 

Tutti eventi che sono associati alla modificazione della composizione chimica dell’atmosfera; fra i gas responsabili di questo scombussolamento degli equilibri ecologici della Terra una grande responsabilità ha l’anidride carbonica CO2, la sostanza che si forma come risultato finale di tutte le combustioni associate alla produzione di elettricità o di acciaio o di plastica, eccetera, ma anche dalla combustione degli alimenti “consumati” dagli esseri umani e dagli animali. Per restare alle automobili, molti lettori avranno notato che, da alcuni anni, nella pubblicità delle varie marche viene indicato il consumo di benzina per 100 chilometri, una caratteristica importante perché la benzina costa dei soldi, ma viene indicata anche, sia pure in caratteri piccolissimi e quasi illeggibili, la quantità di CO2 che viene emessa per ogni chilometro, percorso. 

Prendo a caso la pubblicità di una automobile a benzina: il fabbricante promette che consuma 5,5 litri per 100 chilometri, ma avverte anche che emetterà nell’atmosfera 130 grammi di CO2 per chilometro, cioè circa 13 chili di CO2 per 100 chilometri: circa 2,5 chili di CO2 per ogni litro di benzina consumata. L’acquirente potrebbe pensare che questa informazione sia inutile, ma si sbaglierebbe perché nel prezzo della benzina è nascosta, insieme ad altre imposte, anche una imposta, un “costo ambientale”, dovuto all’inquinamento che provoca un peggioramento del clima. 

Ormai in molti paesi si sta diffondendo l’abitudine di rendere i consumatori più consapevoli dell’effetto inquinante del loro comportamento, nell’acquisto e nell’uso delle merci, tanto più che tale effetto ricade su ciascun consumatore sotto forma di tasse per riparare o risarcire i danni provocati dalle alluvioni o dalla perdita di raccolti ma causa della siccità. Ogni anno a livello planetario vengono immessi nell’atmosfera circa 35 miliardi di tonnellate di CO2, in proporzione maggiore nei paesi in cui sono maggiori la produzione e i consumi ed è più intenso il traffico, minore nei paesi più poveri, che però sono ugualmente danneggiati da alluvioni e siccità provocate dall’inquinamento dei paesi più ricchi: un nuovo volto dell’ingiustizia planetaria. 

Le emissioni di CO2 in Italia ammontano a circa 500 milioni di tonnellate all’anno, oltre ottomila chili all’anno per persona; le maggiori emissioni si hanno nel trasporto e nel riscaldamento delle famiglie, nella produzione dell’elettricità, nella lavorazione dei metalli, nei trasporti industriali e commerciali. Ma ai fini del comportamento dei singoli consumatori interessa piuttosto confrontare le emissioni di CO2 relative alla produzione e all’uso di singoli prodotti o servizi. Per esempio un chilowattore di elettricità (quello consumato in un’ora da una signora che stira la biancheria con un moderno ferro da stiro) “costa” circa mezzo chilo di CO2; se l’elettricità è prodotta con fonti rinnovabili (Sole, vento, residui agricoli) le emissioni di CO2 sono minori, ma comunque non zero. 

La crescente attenzione per i problemi ambientali e i mutamenti climatici sta spingendo varie imprese private, ma anche associazioni ambientaliste come WWF e Legambiente, o enti pubblici come il Ministero dell’ambiente o alcune regioni, a diffondere delle informazioni sul “costo in CO2” dei diversi processi e prodotti. I diversi modi di calcolo di tale effetto inquinante (talvolta indicato come “impronta in carbonio” o ”carbon footprint”) forniscono talvolta risultati molto differenti e occorre quindi esaminare con attenzione il vero significato dei numeri che spesso sono usati come mezzo di pubblicità, per vantare la virtù ecologica di alcuni fabbricanti rispetto ai concorrenti. 

Alcune merci vengono già vendute come prodotte con “impronta zero”: il trucco sta nel fatto che chi afferma di produrre a “zero CO2” in realtà si propone di compensare le proprie inevitabili emissioni inquinanti “pagando” perché vengano piantati un po’ di ettari di foresta in Ungheria o in Costarica, con la scusa che tali alberi cresceranno assorbendo dall’atmosfera una quantità di CO2 equivalente a quella emessa nel processo che ha prodotto la merce in questione. 

A parte la reale efficacia ecologica di questa specie di nuovo commercio internazionale, i relativi costi sono poi pagati sempre dall’ultimo acquirente. Davanti al rischio di nuove possibili frodi merceologiche, mi permetto di raccomandare grande cautela nei consumatori e di invitare gli insegnanti a parlare nelle scuole di queste nuove scale di valori con cui dovremo confrontarci sempre più in futuro. Per evitare che il povero consumatore finale finisca per pagare due volte, il danno climatico e la speculazione di alcuni venditori spregiudicati.