SM 3498 — Metano dal carbone — 2012

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La Gazzetta del Mezzogiorno, martedì 9 ottobre 2012 

Giorgio Nebbia nebbia@quipo.it

Il 24 settembre scoro si è tenuta a Las Vegas, nello stato del Nevada, negli Stati Uniti, una conferenza internazionale sul problema delle emissioni e del possibile recupero di metano dalle miniere di carbone abbandonate. Dai giacimenti di carbone, il combustibile fossile costituito principalmente da macromolecole di carbonio contenenti una limitata quantità di idrogeno, circa un atomo di idrogeno ogni due atomi di carbonio, col passare del tempo si liberano piccole ma non trascurabili quantità di metano, un gas che contiene quattro atomi di idrogeno ogni atomo di carbonio. 

Nelle miniere il metano si accumula nelle gallerie e lo scoprirono ben presto i minatori perché il metano si infiamma, anche in forma esplosiva, quando viene a contatto con una fiamma o una scintilla, in presenza dell’ossigeno dell’aria che deve essere immessa nelle gallerie per assicurare la respirazione dei minatori. Il metano è l’insidioso nemico, il grisou, responsabile del crollo di miniere e di innumerevoli morti, dal 1700 in avanti con sempre maggiore frequenza, in Francia, Belgio, Inghilterra, i paesi in cui l’estrazione del carbone ha permesso la nascita della rivoluzione industriale e oggi negli Stati Uniti, in Cina, in India, nel Sud Africa, in Polonia, Russia, una multinazionale del dolore. 

La più grave esplosione di grisou nelle miniere di carbone si ebbe nel 1906 in Francia con oltre mille morti e l’evento destò tanta emozione che furono resi obbligatori sistemi di sicurezza per evitare la formazione di fiamme e di scintille in una atmosfera di grisou e aria così pericolosa. Nel 1956 una esplosione di grisou a Marcinelle, nel Belgio, uccise 262 persone, in gran parte minatori italiani che erano stati “affittati” al Belgio dal governo italiano del tempo in cambio di un impegno del Belgio a fornire carbone all’Italia della ricostruzione dopo la guerra. Ce ne siamo dimenticati ? 

Gli incidenti sono dovuti ai ritmi di lavoro, alla mancanza di adeguate precauzioni, che i proprietari delle miniere spesso cercano di evitare perché costano. Sono stati inventati numerosi sistemi per scongiurare le esplosioni di grisou: dalle lampade con la fiamma protetta perché non venga a contatto con la miscela esplosiva, alla movimentazione dei materiali con aria compressa perché l’elettricità potrebbe generare scintille; sono stati inventati strumenti di misura della concentrazione del grisou nell’aria, anche se i migliori indicatori si sono rivelati i canarini che sono tenuti in gabbia nelle gallerie perché sono molto sensibili al metano e con la loro morte avvertono i minatori del pericolo. 

Nonostante gli inconvenienti nel processo di estrazione, il carbone è ancora, dopo il petrolio, la seconda fonte di energia fossile; nel 2011 nel mondo ne sono stati estratti 6000 milioni di tonnellate: 2500 in Cina, 1000 negli Stati Uniti, 400 in India, 300 in Australia, seguiti da Sud Africa, Russia, Indonesia, Polonia, Colombia. L’Italia ha importato nel 2011 circa 20 milioni di tonnellate di carbone; circa 7 milioni sono stati utilizzati dalle due centrali termoelettriche di Brindisi, circa quattro sono stati utilizzati a Taranto per la produzione di acciaio. Dal momento che il principale responsabile degli incidenti nelle miniere è il grisou, che è costituito da metano, lo stesso gas combustibile fossile che viene estratto da tanti giacimenti nel mondo e che è trasportato attraverso i continenti da grandi metanodotti, perché non recuperare anche il metano associato al carbone e fare di una sostanza nociva, fonte di incidenti, una materia commerciale ? 

La prospettiva è importante perché la produzione mondiale di metano nel 2011 è stata di circa 3000 miliardi di metri cubi, in continuo aumento. La produzione italiana di metano nello stesso 2011 è stata di circa 5 miliardi di metri cubi, in continua diminuzione, tanto che l’Italia ha dovuto importare nello stesso anno circa 60 miliardi di metri cubi di metano. Questi pochi dati spiegano l’interesse esistente nel mondo, testimoniato anche dalla conferenza citata all’inizio, per l’estrazione di metano dalle miniere di carbone abbandonate ed esperimenti in questa direzione vengono fatti anche in Italia nel Sulcis, in Sardegna, e in Toscana dove si trovano giacimenti abbandonati di lignite (uno speciale tipo di carbone).

Non si sa esattamente quanto metano possa essere così recuperato economicamente, ma di certo si evita che il metano sotterraneo possa arrivare alla superficie della Terra dal momento che è un “gas serra” con un potere di alterazione del clima venti volte maggiore di quello dell’anidride carbonica. E’ stato calcolato che gli sfiati di metano dalle miniere abbandonate corrispondano attualmente a circa 50 miliardi di metri cubi all’anno: come si vede una frazione non trascurabile rispetto agli attuali consumi mondiali. Gli sforzi scientifici per comprendere meglio il meccanismo di formazione del metano dai vari tipi di carbone, e tecnologici per evitare che sfugga, inquinante, nell’aria e anzi per portarlo in superficie e recuperarlo da miscele molto diluite con aria, rappresentano un esempio di produzione di beni utili evitando, nello stesso tempio, l’alterazione dell’ambiente nella direzione di quella che oggi chiamano “economia verde”.