SM 3494 — Polveri — 2012

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La Gazzetta del Mezzogiorno, venerdì 21 settembre 2012 

Giorgio Nebbia nebbia@quipo.it

Abito in un appartamento che si affaccia su una strada di grande traffico e ho davanti un bel parco con prati e macchie di alberi. Chi può essere più fortunato ? ho la possibilità di arrivare presto a casa e di godere una bella vista sul verde. L’unico inconveniente è costituito dal fatto che ho una coinquilina sgradevole e fastidiosa: la signora-polvere. Quella sollevata dal vento sul prato e quella che esce continuamente dal tubo di scappamento delle automobili e degli autobus sotto casa. La polvere si deposita spietata sui mobili, sul computer, si infila nei libri, sporca i panni stesi ad asciugare e le tendine delle finestre. 

Le polveri hanno una lunga storia; infatti si disperdono nell’aria fin dall’inizio delle Terra, formate dalla disgregazione delle rocce ad opera dell’acqua e del vento, hanno contribuito alla modificazione dei continenti, si sono depositate nelle pianure creando terre fertili ma nello stesso tempo sono finite da sempre sul corpo e nel corpo degli animali, compresi, più tardi, gli animali umani. E per tutta la storia umana, fin dai tempi più antichi, le polveri si sono formate a mano a mano che i nostri predecessori hanno imparato a staccare le pietre dalle rocce e a modellarle per le costruzioni, quando hanno cominciato a macinare i cereali per ottenere gli sfarinati necessari per il pane, quando hanno imparato a fabbricare i metalli. 

E poi, col progredire della “civiltà”, le polveri del fumo delle ciminiere sono stati il segno del lavoro e della produzione, il simbolo delle “vaporiere”, le fumose locomotive che trascinavano i treni che univano i popoli. E oggi le polveri sono inquilini sottili, quasi invisibili ma dominanti nella nostra vita. E estremamente sgradevoli e pericolose. 

“Polvere” è stato il segno dominante del dibattito in corso sul destino dello stabilimento siderurgico di Taranto. Il ciclo produttivo del grande stabilimento, nell’immediata periferia della città, è capace di produrre oltre dieci milioni di tonnellate all’anno di acciaio partendo da una ventina di milioni di tonnellate all’anno di materie prime, costituite da ossidi di ferro, un minerale pulverulento di colore bruno che deve essere trattato con carbone, il combustibile solido, anche lui pulverulento, e calcare, necessari per trasformare gli ossidi di ferro in ghisa e acciaio. Nell’intero ciclo si formano polveri nelle cave, nelle cokerie, dove viene trattato preliminarmente il carbone, negli impianti in cui il carbone coke viene agglomerato con i minerali di ferro, negli altiforni dove gli ossidi di ferro si trasformano nella ghisa, la forma greggia del ferro, e poi nei convertitori dove la ghisa viene trasformata nell’acciaio vero e proprio che poco dopo diventa tubi e lamiere. 

Da mezzo secolo le polveri dell’acciaieria cadono senza sosta intorno alla fabbrica e nei quartieri vicini, con il loro carico anche delle sostanze tossiche che si formano come sottoprodotti delle varie lavorazioni. Sporcizia e danni alla salute sono stati il prezzo che Taranto ha pagato per le migliaia di posti di lavoro offerti dalla fabbrica; sporcizia e danni di cui poco si è occupata una certa ecologia, più attenta agli animali in via di estinzione che alla salute degli operai e degli abitanti dei quartieri proletari. Come già ironizzava quarant’anni fa la voce inascoltata di Dario Paccino nel suo libro “L’imbroglio ecologico”. 

Fino a quando il problema è esploso e la magistratura, nel nome della difesa della salute, ha dato ordine alla fabbrica di emettere “meno” polveri e agenti inquinanti. Scienziati e periti si stanno affannando da alcuni mesi a suggerire rimedi per consentire la sopravvivenza della produzione di acciaio e dell’occupazione. Per diminuire la nocività delle polveri più vistose è stato proposto di annaffiare continuamente i due grandi parchi in cui si stendono, per alcuni ettari, i minerali e il carbone, in modo da attenuare l’effetto del vento. Altre soluzioni consisterebbero nel coprire i parchi dei minerali e del carbone con grandi teli di plastica, un rimedio che ricorda le proposte di stendere dei teli di plastica sui ghiacciai per frenare la loro fusione o quelle del bizzarro “progetto Christo” dei coniugi Javašev, che nasconde, con coperture di plastica, alla vista e agli agenti esterni alcuni grandi monumenti all’aria aperta. 

Molto più difficile è filtrare le polveri che escono dalla cokeria, dagli altiforni, dai camini che svettano nel bel cielo di Puglia, un problema di soldi e di tecnologie. Lo stesso che si incontra nella altrettanto difficile la lotta contro altre polveri che escono dalle ciminiere industriali, dai cementifici, dalle centrali termoelettriche, eccetera, e che vanno ad aggiungersi a quelle che escono dai tubi di scappamento degli autoveicoli o dai camini degli impianti di riscaldamento. Quella “congregazione di vapori”, come la chiama Amleto, difficile da analizzare, della cui composizione poco si sa, variabile com’è da una fonte di emissione all’altra. Al più le centraline urbane misurano le infernali PM 10, cioè le polveri con diametro inferiore a dieci millesimi di millimetro, che sono nocive come tali e che portano su di se sostanze nocive alla salute e, se respirate, si fissano nei polmoni e provocano asma e anche tumori. 

Senza contare che le polveri uccidono gli addetti anche a moltissime altre operazioni; pensate all’edilizia in cui il cemento, in finissima polvere, “lega” la sabbia e la ghiaia in un impasto che diventa duro e resistente, tanto da creare strutture ed edifici alti decine e centinaia di metri. Anche in questo caso le persone che “maneggiano” il cemento, di cui si producono e usano in Italia quasi 40 miliardi di chilogrammi all’anno, devono avere cura per evitare di respirarlo. Non so se avete assistito alla pulizia dei muri prima dell’applicazione di un nuovo intonaco o di una verniciatura, quando i muratori sono costretti a respirare la polvere di calcina e cemento; dovrebbero portare una mascherina protettivo della bocca e del naso; a parte la loro limitata efficacia, spesso gli addetti all’edilizia trascurano anche questa elementare precauzione e, proprio per colpa delle polveri, pagano un altissimo prezzo di salute e di vita. 

Moltissime operazioni meccaniche comportano l’asportazione di una parte dei metalli sotto forma di polveri; esiste anzi tutta una tecnologia basata sull’uso di abrasivi, materiali sempre più duri in grado di asportare parti di metalli anche durissimi con formazioni di polveri dannose che si disperdono nell’aria e vengono respirate dagli operai e si depositano nei loro polmoni. Non dimentichiamo infine che polveri nocive si formano in molte attività agricole e agroindustriali, nella movimentazione e macinazione dei cereali. Le statistiche dei morti sul lavoro non contabilizzano moltissime morti, che si verificano dopo anni, dovute all’esposizione alle polveri durante la vita lavorativa. 

Senza contare i danni agli ecosistemi e alla vegetazione delle polveri che dall’aria ricadono o sono trascinate dalle piogge sul suolo, nei fiumi, nel mare. Il caso di Taranto e queste poche considerazioni mostrano quanto ci sia da lavorare per attenuare i danni ambientali e sanitari associati alle polveri, presenti dovunque e in quantità crescente, figlie sgradevoli del progresso tecnico e merceologico, da conoscere meglio se si vogliono evitare tali danni e i relativi costi anche monetari.