SM 3489 — Quanto petrolio c’è e quanto costa — 2012

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La Gazzetta del Mezzogiorno, martedì 11 settembre 2012  

GiorgioNebbia nebbia@quipo.it

Il petrolio è ancora al centro di tutti i dibattiti economici e scientifici perché il suo prezzo sta aumentando dovunque, e perché oggi il suo uso nel mondo fornisce più energia di quella ottenuta dal carbone e dal gas naturale. Un gruppo di studiosi sostiene che ormai sarà difficile continuare ad estrarre petrolio dalle viscere della Terra e che la sua produzione ha già raggiunto un massimo, un picco, e diminuirà nei prossimi anni e decenni; un altro gruppo sostiene che esistono riserve di petrolio molto più grandi di quanto si pensi e che si tratta soltanto di usare adeguate tecnologie per trovarlo e poi per estrarlo e trasformarlo nei beni essenziali della nostra società: benzina, gasolio, olio combustibile, materie prime per l’industria chimica. 

Anche la “strategia energetica italiana” dell’attuale governo prevede la perforazione di nuovi pozzi e un aumento della produzione non solo in Basilicata e in terraferma, ma nel fondo marino dell’Adriatico o dello stretto di Sicilia. La stessa convinzione, che esistono ancora riserve di petrolio sufficienti a far andare avanti la nostra attuale società per alcuni decenni (al di là nessuno si azzarda a fare previsioni), hanno tutti i paesi industriali, avidi consumatori di petrolio. 

Ma dove si prevede di trovarlo ? Una risposta ha cominciato ad apparire cento anni fa, nel 1912, quando un geologo tedesco, Alfred Wegener (1880-1930) tenne una conferenza alla Società Geologica di Francoforte dal titolo: “La formazione dei continenti e degli oceani in base alla geofisica”. L’idea di Wegener deriva da una apparentemente banale osservazione: guardate una carta geografica dell’intero pianeta. Le coste occidentali del continente africano sembrano adatte ad incastrarsi nelle coste orientali del continente americano; simili somiglianze si trovano nelle coste dell’Asia meridionale e dell’Australia. Wegener suggerì che, molto tempo fa, esisteva un solo continente e un solo oceano e che, in seguito a movimenti degli strati profondi della Terra, a poco a poco alcuni continenti si sono staccati da altri fino ad assumere la forma attuale e che un movimento dei continenti è continuamente in atto, sia pure in tempi lunghissimi rispetto ai tempi della storia umana. 

Wegener ammise che la stessa teoria era stata esposta tre anni prima da un quasi sconosciuto musicista italiano di Parma, Roberto Montanari (1854-1933), geologo dilettante. La teoria della ”deriva dei continenti” di Wegener fu accolta con scetticismo fino alla metà del Novecento. Gli esseri viventi vegetali e animali che abitavano il continente unico primitivo devono quindi essere sprofondati negli oceani a mano a mano che si formavano dal distacco dei nuovi continenti; le acque di nuovi oceani e mari devono essersi infilate fra i vari pezzi di terre emerse, i quali a loro volta devono essere sprofondati con tutto quello che avevano sulla loro superficie. 

Enormi ammassi di vegetali e animali devono essere stati ricoperti da rocce e dai prodotti dell’erosione delle terre emerse e, con tutta calma, sto parlando di centinaia di milioni di anni, devono avere subito trasformazioni chimiche sotto elevate pressioni e temperature e per intervento di microrganismi.Così il carbonio delle molecole degli esseri viventi “ha perso” gli altri atomi a cui era legato e si è trasformato in grandi molecole costituite principalmente da carbonio (i carboni fossili), o in molecole in cui il carbonio è rimasto legato a più o meno idrogeno (rispettivamente metano e idrocarburi petroliferi). Questi sconvolgimenti di oceani e continenti spiegano anche perché i carboni fossili sono tanto diversi fra loro, perché gli idrocarburi liquidi e gassosi sono accompagnati da sostanze così differenti, perché i giacimenti si trovano talvolta al di sotto delle terre emerse, una volta occupate da grandi mari poi evaporati, o al di sotto dei mari e degli oceani dove sono sprofondati in parte i continenti mentre si allontanavano durante la “deriva” teorizzata da Wegener. 

I vecchi cercatori di petrolio sostenevano baldanzosamente che il petrolio si trova dovunque lo si cerca; l’estrazione di petrolio da profondità sempre maggiori, sulle terre emerse e nei mari, diventa però sempre più difficile e costosa. Inoltre il petrolio può trovarsi intrappolato in grandi giacimenti di sabbie o rocce, quegli scisti a cui si guarda adesso con crescente attenzione, di difficile estrazione. Se, quindi, la storia geologica della Terra fornisce preziose indicazioni sulle ricchezze energetiche e minerarie che si trovano nel sottosuolo dei continenti o sul fondo degli oceani, spesso il recupero di tali ricchezze comporta difficoltà molto elevate. 

Probabilmente per qualche decennio si riuscirà ad estrarre petrolio (ma lo stesso discorso vale per l’altro prezioso combustibile fossile, il gas naturale) per far andare le nostre automobili attuali, per ottenere elettricità e tenere in moto la nostra società dei consumi ma la produzione dei combustibili fossili del futuro richiederà sempre di più non solo soldi, ma anche acqua ed energia. Senza contare che il crescente uso di combustibili fossili comporta una crescente immissione nell’atmosfera dei gas che modificano il clima, con costi ambientali, monetari e umani grandissimi. Grazie quindi a Wegener per quello che ha spiegato, ma grande cautela negli ottimismi.