SM 3488 — Intervista su risorse, merci, acqua e altro — 2012

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E-R | Ambiente | Rubriche>L’intervista>2012 11 settembre 2012 http://ambiente.regione.emilia-romagna.it/rubriche/intervista/2012/prodotti-risorse-e-crisi-giorgio-nebbia-spiega-che-il-costo-in-euro-non-e-tutto

Giorgio Nebbia nebbia@quipo.it

1. Lo scorso 22 agosto, con più di un mese di anticipo rispetto allo scorso anno, abbiamo raggiunto l’ “overshoot day” del 2012, il giorno in cui il consumo di beni naturali nel mondo dal 1 gennaio supera la quantità prodotta nell’intero anno. Ogni anno questa “ricorrenza” viene via via anticipata… come mai i nostri consumi non smettono di crescere?

R.  La vita ha bisogno di cose materiali; i vegetali e gli animali ottengono le “cose” necessarie, principalmente il cibo, dal mondo circostante. I vegetali fabbricano (gli ecologi li chiamano proprio organismi produttori) il proprio corpo portando via (“acquistando”, naturalmente senza pagare soldi) anidride carbonica dall’atmosfera e acqua dall’atmosfera  e dal suolo e sali dal suolo; gli animali si nutrono “consumando” (gli ecologi li chiamano proprio così, organismi consumatori) i vegetali o altri animali secondo precise gerarchie che hanno come fine la continuazione della vita. Le spoglie di vegetali e animali tornano (vengono “vendute”, naturalmente senza alcun compenso di soldi) nel terreno dove speciali microrganismi (gli ecologi li chiamano decompositori), rielaborano le molecole delle spoglie e degli escrementi in modo che tutti gli atomi tornino nell’atmosfera o nel suolo, di nuovo nutrimento per far proseguire la vita.. Tutto con cicli chiusi. 

Un rapporto diverso con le risorse del pianeta è cominciato quando sono comparsi gli animali speciali “umani”. Dapprima a poco a poco i nostri predecessori hanno cominciati a trarre dalla terra pietre per costruire edifici e per ottenere metalli e si sono nutriti di vegetali coltivati con l’aggiunta al terreno di sostanze nutritive naturali, e di animali “allevati” e nutriti di erba e di mangimi. Tutto lentamente per circa cinquemila anni quando la popolazione terrestre era di poche diecine di milioni di persone, sparse in piccole comunità, talvolta in poche città più grandi. 

Il “peso” degli esseri umani sulla natura ha cominciato a farsi rilevante, come è ben noto, un paio di secoli fa quando si è scoperto che certe risorse tratte dalle viscere della Terra, prima il carbone, poi il petrolio e molti minerali, potevano rendere meno pesante il lavoro umano, fornire concimi per far aumentare la fertilità del suolo, sfamare meglio un numero rapidamente crescente di persone, 900 milioni nel 1900, 2500 nel 1950, settemila milioni nel 2011. 

Le merci permettono di liberare gli esseri umani dalla fame, dal freddo invernale, dalla fatica del lavoro, hanno fatto aumentare i “beni” come la possibilità di comunicare, di muoversi, di conoscere: con un prezzo, la sottrazione di più risorse dalla natura, inquinamenti e danni alla salute. E’ la metafora dell’albero della conoscenza del racconto biblico; i frutti dell’albero proibito sono buoni, ma sono pagati con nuovi inconvenienti e dolori: l’insaziabilità dei desideri, la violenza della conquista di più cibo, più minerali, più energia è più acqua, fino alla scoperta che, in certe zone, stiamo portando via più risorse naturali di quelle che i cicli biologici e naturali sono capaci di rigenerare. Da qui la nuova paura che non ci sia “pianeta” abbastanza. 

La avidità di “pianeta” deriva da due fatti: la avidità e insaziabilità di chi ha già dei beni, ben alimentata da persone e gruppi che dall’aumento dei consumi traggono personale beneficio, profitto. Questa avidità di molti terrestri “ricchi” alcuni già sazi di beni essenziali e dediti a sprechi, potrebbe essere rallentata con leggi, con motivazioni etiche e buoni consigli, ma un terzo della popolazione terrestre è ancora lontana da avere beni — acqua, cibo, energia, abitazioni — in quantità appena sufficiente da consentire una vita appena dignitosa, in molti casi da consentire la sopravvivenza. Se anche “i ricchi” contraessero i propri consumi è u dovere altrettanto etico assicurare beni materiali — che inevitabilmente impoveriscono le risorse della Terra — a chi ne è privo. Insomma è la vita “umana” che comporta un continuo consumo “di pianeta”. 

2. Da anni lei si occupa delle merci e del loro ciclo di vita: come è cambiato il rapporto dei consumatori con le merci in generale? Ci sono segnali di una inversione di tendenza rispetto al proliferare di prodotti dal ciclo di vita sempre più breve, vicino all’uso e getta?

R. Una attenuazione della crisi delle risorse — badi bene, non si tratta di moralismo anti-consumistico, ma di oggettiva crisi delle disponibilità futura di risorse naturali — potrebbe essere ottenuta attraverso la scelta di oggetti e merci che “pesano” di mano sull’ambiente. Adesso le chiamano merci verdi o sostenibili, o riciclabili, ma il vero significato di queste parole dipende dalla conoscenza della storia naturale di ciascun oggetto. Che nasce dalla natura, viene trasformato da processi di produzione, poi arriva alle fasi di distribuzione, poi viene “usato” (noi non consumiamo niente) e alla fine tutti gli atomi che erano nelle merci e negli oggetti ritornano nei corpi riceventi naturali (aria, fiumi, mare, suolo) modificandoli negativamente. 

Questa modificazione viene chiamata inquinamento o con tanti altri nomi. Mentre una volta gli escrementi animali e anche umani tornavano presto alla terra e anzi diventavano sostanze nutritive per l’agricoltura, oggi finiscono in fiumi artificiali (le fogne) con l’aggiunta di altre sostanze come i residui di detersivi, di medicinali, di cibo, eccetera e tutto questo viaggia verso i fiumi e verso il mare, rendendo meno bevibile l’acqua dei fiumi o dei pozzi, meno vivibile il mare. Alcune comunità fanno passare le acque delle fogne attraverso dei depuratori che non fanno altro che trasformare molti degli ingredienti degli scarichi domestici in gas, altre molecole meno nocive, fanghi, ma lasciano passare molte sostanze “inquinanti” che arrivano lo stesso nei fiumi e nel mare. Il discorso potrebbe essere ripetuto per i rifiuti solidi domestici, per quelli liquidi e solidi delle attività agricole e industriali, eccetera. 

In alcuni paesi comincia a serpeggiare la paura di trovarsi senza acqua pulita, con cibi contaminati, con montagne di rifiuti intrattabili e qualcuno propone, e alcuni consumatori cominciano a chiedere, merci più durature, operazioni di riciclo, ma solo per spostare più avanti, di qualche giorno o mese o anno, la violenza nei confronti delle risorse naturali. 

3. Il tema dell’energia è quello che più di recente ha mosso il mercato e le amministrazioni per trovare soluzioni alla dipendenza da petrolio. Qual è la situazione dal suo punto di osservazione?

R. Purtroppo, ci piaccia o no, la dipendenza dalle merci della nostra società, non solo nei paesi ricchi, ma anche in quelli emergenti e poveri, comporta una dipendenza dalle fonti di energia e fra queste domina il petrolio. Senza petrolio, solo per fare un esempio, non si muoverebbero, oggi e per alcuni decenni in futuro, i mille milioni di autoveicoli e i treni e le navi che spostano persone e merci da un luogo all’altro. Anche in questo caso i mezzi di trasporto hanno un valore liberatorio, perché consentono di ampliare le conoscenze e l’accesso ai beni, e, naturalmente, i commerci e gli affari, ma a prezzo di crescenti inquinamenti, di modificazioni climatiche crescenti, di impoverimento delle riserve di petrolio. 

Da qui la frenetica ricerca di altri giacimenti nelle profondità della Terra, nel fondo degli oceani, di metodi per strappare quegli idrocarburi che la natura ha inglobato negli scisti, i giacimenti di rocce e sabbie impregnati di petrolio o di gas naturale. Si parla di un giorno in cui il petrolio comincerà a scarseggiare, poi  mancare, e qui si scontrano coloro che cercano di avvertire della scarsità futura e quelli che considerano che non vi sarà scarsità perché “qualcosa succederà”. Le previsioni dei fabbisogni e della produzione di energia dalle varie fonti sono fatte al 2030, al 2050, qualcuno si azzarda a fare previsioni al 2100. E poi ? 

Alcuni sognano macchine nucleari meno inquinanti e pericolose, che potrebbero liberare il mondo dalla schiavitù delle fonti fossili. Sulla carta è possibile immaginare una società tutta-elettrica nucleare con auto elettriche e concimi sintetici prodotti in forni elettrici, ma si tratta di sogni. Molto si spera sulle fonti derivate dal Sole, calore e elettricità solare, energia dal vento o dal moto ondoso, carburanti dai prodotti e sottoprodotti agricoli e forestali, ma anche questo richiederebbe profonde modificazioni nella distribuzione della popolazione sulla Terra, profonde modificazioni nelle macchine e nelle merci, e comunque costi ambientali per produrre il silicio o i magneti o le batterie a lunga durata richiesta dalla società solare. 

4. La situazione idrica del nostro paese ci avvicina sempre più a scenari di siccità anche in regioni ‘insospettabili’ come l’Emilia -Romagna. Se ne parla abbastanza ?

R. No, l’acqua è un fattore limitante di qualsiasi forma di vita o di sviluppo. Due numeri. Le piogge fanno cadere ogni anno sulla superficie della Terra tanta acqua che in parte evapora e solo in parte circola sulle terre emerse nei fiumi prima di tornare al mare. La portata di tutti i fiumi della Terra è di circa 40.000 miliardi di metri cubi all’anno, nuova acqua senza sali e pulita — fino a quando non viene contaminata dai rifiuti delle città e delle fabbriche e dell’agricoltura, rifiuti che rendono l’acqua meno utilizzabile per la vita. 

Ogni anno le comunità umane assorbono circa 500 miliardi di metri cubi di acqua, le industrie circa 1000 miliardi di metri cubi, l’agricoltura circa 3000 miliardi di metri cubi, acqua prelevata da quei 40.000 miliardi di metri cubi che ogni anno attraversano i laghi e i fiumi, scorrendo in gran parte nelle zone tropicali, lontano dai centri di utilizzazione, per cui una reale scarsità di acqua è all’orizzonte in tutte le zone abitate, coltivate, occupate da fabbriche. 

Specialmente in Italia dove il flusso complessivo delle acque utili ammonta ogni anno ad appena 0,15 miliardi di metri cubi, cioè 150 milioni di metri cubi che cadono in gran arte nella Valle Padana, in gran parte nell’unico fiume “serio” che abbiamo, il Po. Gli altri, compresi quelli dell’Emilia Romagna, sono (con tutto il rispetto) fiumiciattoli o torrenti. L’uso migliore di questa poca acqua si potrebbe ottenere soltanto con una nuova amministrazione delle acque, non più secondo regioni o province, ma secondo i bacini idrografici, cioè quelle unità idrogeologiche che vanno dagli spartiacque al mare e che comprendono fossi, torrenti, fiumi principali. 

Sulla carta esistono delle autorità di bacino, ma manca una vera amministrazione, capace di regolare le richieste di acqua e gli inquinamenti all’interno di ciascun bacino: per quellom del Reno da Vergato e Castiglion de’ Pepoli (sul Setta, affluente del Reno), fino a Comacchio. Molti fiumi dell’Emilia settentrionale sono affluenti del più grande bacino idrografico del Po; a sud ci sono i piccoli bacini dei torrenti, per citarne solo alcuni, Savio o Marecchia, quest’ultimo con una parte in Toscana, eccetera. Una amministrazione di bacino idrografico dovrebbe prevedere il controllo dei prelievi, delle fonti inquinanti, la difesa del suolo, la pulizia dei torrenti e degli alvei, con reale partecipazione della popolazione che dovrebbe sentirsi unita, dalle sorgenti alla foce, da una solidarietà “di bacino idrografico”. 

Tanti anni fa, per cercare di mobilitare l’opinione pubblica verso l’importanza di una cultura di bacino idrografico, con alcuni conoscenti avevano creato una “autorità di bacino ombra” del Reno che avrebbe dovuto vigilare su tutto quanto avviene in tale bacino (avevano fatto presidente, figurarsi, me che sono nato a Bologna e a Bologna ho cominciato la mia carriera universitaria), ma la provocazione finì in niente.La carenza di acqua in Italia nasce, a mio parere, proprio da questa mancanza di una “cultura del fiume”. 

5.La crisi che stiamo attraversando ha a che fare con il lavoro e con la produzione di merci: quali produzioni ci faranno uscire da questa fase?

R. A mio parere dalla crisi economica, politica e culturale, che è anche una crisi di produzione e di consumi, si potrebbe uscire soltanto con una pianificazione di quello che è opportuno produrre e consumare. Ad ogni persona è chiaro quanto costa, in euro, una merce (si badi bene che anche tutti in servizi, mobilità, comunicazione, abitare, salute, richiedono dei beni materiali, degli oggetti, delle merci) ma ben poco è chiaro che cosa ciascuna merce contiene, come è fatto, quali effetti ha durante l’uso, dove va a finire e come si trasforma quando finisce la sua vita utile. 

Cominciano a circolare delle proposte di nuove scale “fisiche” di valori. Ad esempio è possibile calcolare quanti litri di acqua, o quante unità di energia occorrono per ottenere e usare un chilo di carne, o di benzina; quanti chili dei vari agenti inquinanti o che modificano il clima, sono emessi durante la produzione e l’uso di un chilo di carta o di una lattina di alluminio. Davanti ai problemi di scarsità delle risorse naturali è da considerare più “virtuosa” la merce o la macchina che consente di fornire lo stesso servizio con il minore “costo” in acqua o in energia o con il minore inquinamento. 

Il calcolo di questi “costi in natura” delle merci è complicato. Per superare alcune difficoltà vengono proposti degli indicatori aggregati come l’”impronta” ecologica delle merci, ma sono poco efficaci e talvolta si prestano a frodi e strumentalizzazioni pubblicitarie. Il calcolo del costo in acqua e in energia è uno dei capitoli della mia materia, la Merceologia, ed ha anche un valore pedagogico. Qualcosa si muove, ma molto sommessamente. Ad esempio la pubblicità delle automobili riporta per legge anche due numerini, scritti piccolissimi, indicati come litri/100 km o g/km di CO2, rispettivamente per indicare quanti litri di carburante vengono usati per percorrere 100 chilometri (“costo energetico” della mobilità) e quanti grammi di anidride carbonica, il principale gas inquinante responsabile dei mutamenti climatici, vengono emessi per ogni chilometro percorso (“costo ambientale”, della mobilità), Essendo, ma nessuno lo spiega chiaramente, da preferire quell’automobile che “consuma” meno litri di benzina e che emette meno gas che modificano il clima. E’ una delle contraddizioni della nostra società, nella quale viene fatto credere che la virtù sia il “di più”, perché più consumi farebbero aumentare l’occupazione o la ricchezza del paese, ma poi per motivi ambientali si è costretti ad ammettere che bisogna consumare e inquinare “di meno”. 

“Di meno” consumo di risorse naturali, di “pianeta”, a ben guardare, significa innovazione, nuovi strumenti per una “buona vita” di più persone, maggiore occupazione nei paesi industriali e in quelli emergenti per produrre merci diverse. Ma quale governo si azzarda ad affrontare una via così rivoluzionaria e anche impopolare per tutte le persone che sono state finora incantate e intossicate dal mito del “di più”.?