SM 3486 — Costo in acqua degli alimenti — 2012

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La Gazzetta del Mezzogiorno, martedì 4 settembre 2012

Giorgio Nebbia nebbia@quipo.it

Il vero fattore limitante della vita è l’acqua dolce. Nei vari miliardi di anni della sua storia la Terra ha accumulato grandissime quantità di acqua liquida negli oceani ma, a dispetto degli esseri umani e di tutti i viventi, ha fatto sì che la maggior parte, oltre il 97 percento, dell’acqua, sia salina, con un contenuto di sali di circa 35 chili per ogni metro cubo, inadatta alla vita terrestre e capace di ospitare soltanto la vita di poche specie animali (alghe, pesci, eccetera) che si sono adattati a vivere in tali soluzioni saline. Per far crescere le piante terrestri e sconfiggere la sete degli animali occorre acqua con un contenuto salino inferiore a circa un solo chilo per ogni metro cubo, acqua dolce, come si dice, e di questa le riserve non sono grandissime; c’è acqua dolce solida nei ghiacciai, ma quella serve a poco e la vita può contare soltanto sul flusso continuo di acqua dolce di tutti i fiumi della Terra: 40.000 miliardi di metri cubi all’anno.

Nello stesso tempo la richiesta di acqua dolce nel mondo sta crescendo soprattutto da parte degli esseri umani. Si è appena chiusa a Stoccolma la “Settimana mondiale dell’acqua 2012” nel corso della quale è stato fatto ancora una volta un bilancio delle disponibilità e dei fabbisogni di acqua. Per sopravvivere ogni essere umano, a rigore, avrebbe bisogno soltanto di mille litri (un metro cubo) di acqua all’anno, per bere, ma in realtà occorre acqua anche per preparare gli alimenti e per le necessità igieniche, in una quantità che varia fra 50 e 300 metri cubi all’anno.

Per farla breve ogni anno gli usi domestici e urbani dell’acqua nel mondo richiedono circa 500 miliardi di metri cubi a cui si aggiunge il fabbisogno di altri 3000 miliardi di metri cubi per l’irrigazione e le attività agricole e zootecniche che forniscono gli alimenti, e di altri 1000 miliardi di metri cubi all’anno per i processi industriali che forniscono acciaio, plastica, gomma, carta, eccetera. Si può quindi dire che la produzione di ogni chilo di patate o di carne, o di acciaio o plastica, richiede una certa quantità di acqua che si può considerare come il “costo in acqua” (alcuni lo chiamano “impronta in acqua”) delle merci.

Quindi più merci vengono prodotte, più occorre acqua dolce; non solo, tutta l’acqua che entra nei processi di produzione e di consumo esce inquinata e, anche se depurata, fa arrivare sostanze nocive nei fiumi e nel mare, per cui diminuisce anche la disponibilità di acqua pulita usabile in futuro; anzi l’uso, da parte delle persone o dell’agricoltura, di acqua contenente microbi o sostanze tossiche è fonte di malattie e epidemie che uccidono ogni anno milioni di persone. Da qui l’importanza di usare e sporcare meno acqua possibile. Così come siamo portati a comprare i beni che costano meno euro al chilo, così dovremmo preferire l’acquisto e l’uso dei beni che, a parità di utilità, richiedono meno acqua, hanno un minore “costo in acqua”.

Il calcolo del “costo in acqua” delle merci è complicato e fornisce risultati spesso discordanti e talvolta discutibili. Alcuni studiosi distinguono l’acqua “verde”, quella piovana e di irrigazione e usata nell’allevamento del bestiame, dall’acqua “blu” che le piante traggono dalla umidità del suolo; l’acqua “grigia” è poi quella sporca che ritorna, inquinata, nei fiumi e nel mare.  Dell’acqua “verde” e “blu” una parte viene assorbito dalle piante da cui ricaviamo il frutto o il seme o il tubero alimentare; una parte viene “perduta” nell’aria per evaporazione e traspirazione delle foglie; una parte finisce “dentro” il singolo alimento.

A titolo di esempio, per produrre un chilo di pasta alimentare occorrono circa 1400 litri di acqua, mentre per un chilo di riso ne occorrono circa 3500 litri; per un chilo di pane circa 1300 litri di acqua, per un chilo di zucchero 1500 litri. Ancora minori sono i consumi di acqua per la produzione di vegetali, frutta, legumi. Nel caso degli alimenti animali per conoscere il “costo in acqua“ della carne bisogna tenere conto della quantità di acqua necessaria per coltivare i foraggi, di quella bevuta dall’animale da macello, di quella usata nella macellazione, di quella presente nella stessa carne, eccetera; il “consumo” di acqua per produrre un chilo di carne bovina (che contiene circa il 70 % di acqua) arriva così a 15.000 litri; per un chilo di latte (che è costituito per l’85 per cento di acqua) occorrono circa 1000 litri, per un chilo di burro circa 5000 litri.

Questa analisi, soprattutto se si considera il contenuto delle sostanze energetiche e delle proteine presenti in ciascun alimento, conferma che una dieta ricca di carne è indesiderabile come costo monetario, ma anche come costo in acqua. Senza contare che l’aumento dei consumi mondiali di carne comporta la coltivazione a pascolo di terreni sottratti alla produzione di alimenti utilizzabili dalle popolazioni più povere; in altri termini gli studi sul costo in acqua delle merci confermano che l’aumento dei consumi alimentari, soprattutto di carne, da parte dei paesi ricchi non solo fa ingrassare e ammalare i loro abitanti, non solo comporta maggiori sprechi di cibo e di acqua, ma “toglie di bocca” agli abitanti dei paesi poveri il cibo che sarebbe indispensabile per la loro sopravvivenza.