SM 3483 — Settecento euro alla tonnellata — 2012

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La Gazzetta del Mezzogiorno, martedì 28 agosto 2012

Giorgio Nebbia nebbia@quipo.it

 Fra litri, barili e dollari un cittadino-consumatore non capisce niente a proposito dei prezzi delle due merci più importanti, il petrolio e la benzina. Nella distrazione generale, il 16 agosto scorso il petrolio greggio ha raggiunto il prezzo più alto della storia italiana, 115 dollari al barile, superiore a quello del luglio 2008 quando raggiunse i 150 dollari al barile. Perché 115 è più di 150 ?

Intanto va precisato che il prezzo internazionale del petrolio è riferito a due tipi di petrolio ben distinti, quello cosiddetto WTI, così chiamato perché è di qualità media ed è estratto dal Texas occidentale, e quello Brent, che viene estratto dal Mare del Nord. Nessuno dei due esiste fisicamente, se non in quantità limitate, perché “il petrolio” commerciato nel mondo ed estratto dai pozzi americani, cinesi, indonesiani, del golfo Persico e dell’Iran, o dai giacimenti della Basilicata, è costituito da prodotti tutti diversi fra loro, con prezzi diversi a seconda della qualità.

Il petrolio greggio come tale non serve a niente, ma è una materia prima che viene sottoposta a varie operazioni di raffinazione e trasformazione in benzine leggere adatte alle sintesi chimiche, in benzina e gasolio da autotrazione, in carburanti per aerei a reazione, in oli combustibili industriali, in bitumi, eccetera. Tutte frazioni ottenute in diversa proporzione a seconda, appunto, della qualità del petrolio. Il prezzo internazionale del petrolio Brent è (adesso) circa 1,2 volte superiore a quello dl petrolio WTI. Tale prezzo è espresso in dollari al barile, una unità di misura che risale a quando, in Pennsylvania, negli Stati Uniti, un secolo e mezzo fa il petrolio era estratto a pochi quintali per volta e commerciato in barili di legno trasportati con carri a cavalli.Un barile contiene circa 135 kg di petrolio e il dollaro americano ha un valore continuamente variabile rispetto all’euro che è la moneta con cui ci viene pagato lo stipendio o la pensione e con cui compriamo la benzina o la pasta al negozio. 

Di questi giorni di agosto 2012 in cui il petrolio Brent costa circa 115 dollari al barile, con un euro si acquista poco più di 1,20 dollari. Insomma, se si divide il prezzo di un barile del petrolio Brent per il peso di un barile e per il valore dell’euro, si ottiene il prezzo record di oltre 700 euro alla tonnellata, cioè circa 70 centesimi di euro al chilo. Nel “massimo” precedente, del 2008, il prezzo era di circa 690 euro alla tonnellata. La benzina, il sottoprodotto che conosciamo bene, costa, in questa estate, ormai circa 2 euro al litro (un litro di benzina, però, pesa appena 0,75 chili). Va detto che nel prezzo della benzina sono comprese anche le imposte varie pagate allo stato, in ragione di oltre un euro al litro: il resto (un po’ meno di un euro al litro, cioè circa 1,3 euro al chilo), è il costo di produzione e distribuzione della benzina, un valore in proporzione molto superiore a quello del petrolio greggio, di circa 70 centesimi di euro al chilo. 

Per farla breve, se si pensa che un chilo di pasta comune costa circa 1 euro e un litro di latte, che è praticamente un chilo, costa circa 1,2 euro, si vede che, fatte le debite proporzioni, un litro di benzina “vale” un litro e mezzo di latte e due chili di pasta alimentare. Magari un giorno i distributori di benzina indicheranno il prezzo di un litro di benzina con queste unità di misura “fisiche”, tanti litri di latte o tanti chili di pasta, che tutti capiamo subito. Si tenga presente che tutti i precedenti valori oscillano continuamente e quindi vanno intesi come ordine di grandezza. Mi dispiace di avere annoiato i lettori con questi numeri: ritengo però utile dare un’occhiata al petrolio, al suo prezzo e al suo valore rispetto ad altre merci perché il prezzo del petrolio influenza quello di tutti gli altri prodotti che del petrolio hanno bisogno nella loro produzione e trasformazione. Anche dei piselli e delle patate, sissignori, perché occorrono prodotti petroliferi per azionare i trattori, per produrre le lattine metalliche o i sacchi o i cartoni per il trasporto dai campi agli scaffali dei negozi. Il petrolio è necessario negli innumerevoli processi per fabbricare metalli, plastica e vetro, per produrre l’elettricità che aziona i televisori e i frigoriferi, eccetera. Indispensabile, ma inquinante: infatti l’estrazione, il trasporto, la raffinazione e l’uso del petrolio e dei suoi derivati hanno tutti effetti negativi sull’ambiente e sulla salute. 

Purtroppo, ci piaccia o no, con il petrolio dobbiamo continuare a fare i conti perché, fra le diverse fonti dell’energia assorbita dal sistema economico italiano, il petrolio è ancora al primo posto, seguito da vicino dal gas naturale; poi, a distanza maggiore, dal carbone e dall’energia idroelettrica; a distanza ancora maggiore si colloca l’energia pulita e rinnovabile fornita dal Sole e dal vento. Dopo molti anni sembra che l’attuale governo proponga una “strategia energetica nazionale” che avrà effetti positivi e negativi sulla spesa quotidiana e sull’ambiente e che dovrà tenere conto di instabilità politiche internazionali, di prospettive di esaurimento dei pozzi petroliferi, dei mutamenti climatici. Seguiamola con attenzione.