SM 3456 — Lavorare fa male alla salute — 2012

This entry was posted by on martedì, 14 agosto, 2012 at
Print Friendly

Energie & Ambiente, 2, (6), 94-96 (maggio 2012)

Giorgio Nebbia nebbia@quipo.it

Se qualcuno vi chiede di che cosa si occupa l’Unione Europea, potrete dire con sicurezza che gran parte del lavoro riguarda le merci che vengono prodotte e commerciate fra i vari paesi che ne fanno parte. Gruppi di specialisti preparano i documenti che saranno poi discussi dal Consiglio e che diventeranno norme sotto forma di direttive e regolamenti. E non c’è da meravigliarsi perché dalla qualità delle merci dipende la possibilità di scambiarle, su un piede di parità, da un paese all’altro; non solo, ma anche la cura che i governanti dell’Unione hanno per il benessere dei cittadini europei richiede che lavoratori e consumatori non vengano esposti a sostanze dannose. A questo fine, con un lavoro durato anni, è stato prodotto un importante dizionario merceologico noto con la sigla Reach (acronimo di “Registration, Evaluation, Authorization and Restriction of Chemical Substances”).

Si tratta, come i diretti interessati ben sanno, di due principali documenti, il Regolamento 1907/2006 di 438 pagine e il Regolamento 1272/2008 di 1355 pagine, oltre a molti altri che modificano o chiariscono alcuni punti dei precedenti; le sostanze considerate sono 95.000 e sono raggiungibili con un eccellente “inventario” http://echa.europa.eu/web/guest/information-on-chemicals/cl-inventory-database

 Di ciascuna sostanza chimica vengono indicate proprietà chimiche e fisiche e biologiche, avvertenze di pericolosità, i prodotti e luoghi in cui possono o non possono essere addizionati e presenti e i rispettivi limiti: un’opera gigantesca. Queste norme comunitarie (il cui rispetto è stabilito dal Decreto legislativo 186 del 27 ottobre 2011) hanno, principalmente, lo scopo di diminuire la sequenza di malattie e morti che si verificano nei posti di lavoro per esposizione a sostanze tossiche, di cui spesso i lavoratori non conoscevano (e purtroppo in molti casi ancora oggi non conoscono) caratteri e pericolosità, una situazione inaccettabile che ha indotto Jeanne Stellman e Susan Daum a scrivere l’amaro libro, “Lavorare fa male alla salute”, pubblicato nel 1973 e subito tradotto in italiano da Feltrinelli. Eppure in tanti hanno saputo che lavorare fa male alla salute. Già nel Cinquecento Giorgio Agricola (1494-1555), che era un medico, nel suo trattato sulle attività minerarie e metallurgiche, “De re metallica” (apparso postumo nel 1556) dedica un capitolo del VI libro alle malattie che si manifestano fra i minatori per l’assorbimento di polvere, per la vita in mezzo al fango e anche per l’azione di certi misteriosi “spiriti maligni”, forse ritenuti responsabili dei malori dovuti alla radioattività dei minerali uraniferi presenti nelle montagne al confine fra Boemia e Sassonia, dove ha vissuto e operato Agricola.

Nei secoli successivi comincia l’era del carbone, la cui combustione genera fumi e polveri nocive. Nuovi gravi segnali di malattie dovute al lavoro si hanno con la scoperta che negli spazzacamini, soprattutto bambini adatti a scendere negli stretti camini pieni di fuliggine, si manifestano tumori allo scroto. Le prime denunce furono fatte nel 1740 da Treyling ma il fenomeno fu studiato sistematicamente dal grande chirurgo inglese Percivall Pott che ne parla in uno scritto del 1775 riconoscendolo associato al particolare lavoro a contatto con la fuliggine di carbone. Nel 1817 la Camera dei Comuni inglese approvò una legge che vietava l’impiego dei bambini come spazzacamini, ma la proposta fu bocciata dalla Camera dei Lord sotto la pressione degli appaltatori dei lavori di pulizia dei camini e delle compagnie di assicurazione. Una legge inglese che vietata l’impiego dei bambini come spazzacamini fu approvata soltanto nel 1842, anche se la pratica nefasta continuò a lungo nonostante il divieto. Nel frattempo il carbone continuava la sua marcia trionfale; nel Settecento fu scoperto che in siderurgia al posto del carbone fossile poteva essere meglio utilizzato il carbone coke che si forma per riscaldamento del carbone ad alta temperatura, in assenza di aria, una vera e propria distillazione secca; circa un terzo del peso del carbone si liberava come gas, sostanze liquide e catramose che, dopo essere state buttate via per qualche tempo, vennero recuperate per raffreddamento sotto forma di gas e di catrame di carbon fossile.

Ben presto si vide che il catrame si prestava bene a impermeabilizzare il legno e l’inglese Archibald Cochrane (1749-1831) a partire dal 1782 si mise a produrre catrame dal carbone. I gas che si formavano insieme al catrame, previa depurazione, si rivelarono adatti come gas illuminante per le strade e per gli edifici. Ma anche il catrame greggio poteva essere frazionato per distillazione fornendo varie sostanze liquide, con un residuo catramoso che poteva essere impiegato nella pavimentazione stradale.. L’inglese Charles Mansfield (1819-1855) diede vita ad una vera e propria industria in grado di fornire benzolo, toluolo, xilolo, creosoto, naftalina, antracene. Lo stesso Mansfiels scoprì che, per trattamento con acido nitrico del benzolo, si poteva ottenere nitrobenzolo e nel 1854 il francese Pierre Bechamp (1816-1908) riuscì a trasformare il nitrobenzolo in anilina mediante trattamento con limatura di ferro. Era l’inizio dell’industria organica moderna, fonte di nuove merci ma anche di innumerevoli dolori e morti. Nel 1873 il medico von Volkmann descrisse la comparsa di tumori allo scroto anche nei lavoratori della distillazione del catrame. Per capire la causa di tali tumori molti studiosi cominciarono ad applicare, per spennellatura, sulla pelle dei ratti le varie sostanze sospette.

Dovette passare mezzo secolo prima che l’inglese Ernest Kennaway (1881-1958) riuscisse ad isolare per via chimica, fra i componenti del catrame, il dibenzantracene; il suo collaboratore J.W.Cook nel 1932 riconobbe nel catrame la presenza di un altro potente cancerogeno, uno dei più potenti, il 3.4-dibenzopirene. La chimica organica nel frattempo aveva fatto grandi progressi. Il giovane William Perkin (1838-1907) aveva scoperto che dall’anilina era possibile ottenere una sostanze colorante di colore violetto, adatto alla tintura dei tessuti. La presenza di uno o più gruppi amminici NH2 in una molecola aromatica — benzolo, toluolo, xileni, naftalina, antracene — portava alla combinazione di una ammina aromatica con altre ammine e con altre molecole aromatiche fornendo un numero continuamente crescente di coloranti per tessuti di tutti i colori. Si diffuse così una grande industria organica sintetica dapprima in Inghilterra e Germania, poi in tutti i paesi. In Italia la nascita dell’industria dei coloranti sintetici avviene nei primi anni del Novecento con società spesso multinazionali, che sarebbero poi confluite in alcuni grandi complessi come l’ACNA, con vari stabilimenti a Spinetta Marengo e a Cengio, la IPCA a Ciriè in Piemonte, e altre. Le ammine aromatiche trovavano anche impiego nell’industria della gomma e in altri settori industriali. Ben presto si è visto che molti lavoratori che venivano a contatto con le ammine aromatiche manifestavano tumori alla vescica e a poco a poco l’uso di molte sostanze è stato vietato. In questo, come in molti altri casi, i lavoratori sono venuti a contatto con sostanze di cui non conoscevano non solo il pericolo, ma spesso neanche il nome, talvolta mascherato da sigle difficilmente interpretabili. Nel corso dell’Ottocento altre industrie si erano affermate.

Nel 1827 l’inglese John Walker (1781-1859) aveva inventato i fiammiferi fatti di un bastoncino di legno con una capocchia di solfuro di antimonio e di clorato di potassio; pochi anni dopo Sansone Valobra (1799-1883) sostituì il solfuro di antimonio con una miscela di zolfo e fosforo bianco. Già negli anni cinquanta e sessanta dell’Ottocento alcuni medici attenti alla salute pubblica avevano denunciato la pericolosità dell’uso del fosforo bianco nelle fabbriche dei fiammiferi e nei fiammiferi che arrivavano al pubblico; molte signore per amore si avvelenavano ingerendo la campicchia degli zolfanelli. Il fosforo bianco avrebbe potuto essere sostituito col fosforo rosso, molto meno pericoloso ma più costoso, e gli imprenditori si opposero in tutti i modi all’obbligo di usare il fosforo rosso. A livello internazionale la convenzione di Berna del 1906 aveva stabilito che tutti i fabbricanti di fiammiferi dovevano usare fosforo rosso, in modo da evitare una indebita concorrenza, ma l’Italia non attuò tale norma fino al 1924. La produzione dei fiammiferi italiani è così stata segnata per molti decenni da una lunga serie di morti soprattutto fra donne e bambini che assorbivano il fosforo bianco durante l’immersione dei bastoncini di legno nella miscela liquida contenente tale velenosa sostanza. In Toscana quando una persona è bizzarra si dice che è “matto come un cappellaio”; effettivamente la tintura in nero dei cappelli avveniva con sali del mercurio, facilmente assorbito dagli operai con conseguenze neurologiche. Nonostante questi segnali e la denuncia della sua tossicità, il mercurio ha continuato ad essere usato in varie industrie, per il recupero di oro mediante amalgama col mercurio, come catalizzatore nelle sintesi chimiche, come catodo nell’industria dell’elettrolisi del cloruro sodico grazie alla formazione di una amalgama con il sodio.

A poco a poco l’uso del mercurio è stato vietato o limitato in molte applicazioni; anche se continua ad essere prodotto ed usato in vari paesi e se continua a circolare nell’ambiente. Agli inizi del Novecento fece la sua comparsa uno dei materiali miracolosi offerti dalla natura, l’amianto, ricavato da alcune rocce presenti in varie località. Si tratta di un gruppo di minerali in forma di sottilissime fibre che, una volta separate, possono essere trattate con i processi tradizionali dell’industria tessile; i tessuti, i filati e i feltri di amianto sono non infiammabili, buoni isolanti termici e acustici, e sono stati impiegati, fra l’altro nella fabbricazione di indumenti per i vigili del fuoco. Con successo, fino a quando si è scoperto che quelle fibre, specialmente quelle di crocidolite, una volta disperse nell’aria, potevano essere assorbite attraverso la respirazione, si fermavano nei polmoni ed erano fonti di tumori.

La denuncia del primo caso di morte di un’operaia di filatura dell’amianto associabile con certezza alle pericolose fibre fu fatta nel 1924 da W.A.Cooke; le morti si molplicarono nelle cave e nelle fabbriche con la diffusione dei manufatti di amianto-cemento, resistenti, adatti a sostituire con successo rivestimenti e tubazioni e serbatoi di metallo, “eterni”, come prometteva il nome Eternit scelto per tali manufatti. Aumentò così la richiesta di amianto, in Italia disponibile in una grande cava a Balangero, in Piemonte, e si diffusero le fabbriche di manufatti di amianto cemento. Eterni quanto si vuole, ma esposti a inevitabile degrado meccanico, con liberazione di sottili fibre di amianto che si disperdevano nell’aria. Il divieto dell’uso dell’amianto è cominciato negli anni settanta del Novecento, anche se adesso si devono fare i conti col pericoloso smaltimento di milioni di tonnellate di manufatti contenenti amianto.

Ancora negli anni trenta del Novecento è comparso un altri veleno industriale, il piombo tetraetile; inventato dal chimico americano Thomas Midgley (1889-1944), si è rivelato il migliore agente antidetonante delle benzine e la sua diffusione ha consentito lo sviluppo di automobili veloci e potenti, con elevato rapporto di compressione e anche il successo degli aerei con motori a elica. Il piombo tetraetile si produce con un processo pericoloso per trattamento di una lega sodio-piombo con cloruro di etile. Il sodio metallico, per reazione con acqua, libera l’esplosivo idrogeno e le fabbriche di piombo tetraetile nel mondo sono state funestate da incidenti; non solo; coloro che maneggiano piombo tetraetile, come gli addetti ai distributori di benzina “piombata”, sono esposti ad avvelenamento perché la sostanza è solubile nei grassi e viene assorbita attraverso la pelle e la respirazione. La denuncia dei danni dovuti a questa e a molte altre sostanze si deve in gran parte ad Alice Hamilton (1869-1970), instancabile militante nella difesa dei lavoratori.

Nell’elenco delle sostanze nocive per i lavoratori il cloruro di vinile si è conquistato un posto rilevante, soprattutto con la diffusione delle materie plastiche clorurate. Il cloruro di vinile fu ottenuto dal chimico tedesco Frans nel 1922, partendo dall’acetilene; dopo la fine della seconda guerra mondiale i polimeri del cloruro di vinile si rivelarono materie plastiche di grandissimo successo sia da sole, come PVC, cloruro di polivinile, sia per copolimerizzazione con altre molecole. Col PVC era possibile fabbricare di tutto, da sottili pellicole, a rivestimenti per fili elettrici al posto della gomma, a tubi resistenti agli acidi, ad arredi per la casa, a contenitori di sostanze industriali. Negli anni settanta del Novecento si vide però che fra gli operai a contatto con cloruro di vinile si manifestavano dei tumori; la sua.peticolosità era comunque stata denunciata da F.A. Patty già nel 1930, ed era stata confermata da innumerevoli ricerche successive fra cui quelle dell’italiano Cesare Maltoni (1930-2001). Nonostante la sua riconosciuta cancerogenicità, il cloruro di vinile monomero peraltro continua ad essere prodotto su larga scala in tutto il mondo.

L’elenco potrebbe continuare; è certo che tutti i dolori e le morti avrebbero potuto essere evitati se ogni nuova sostanza chimica immessa in commercio fosse stata preventivamente studiata per la potenziale tossicità, se si fosse intervenuti ogni volta che appariva qualche segnale di pericolo. Soprattutto se i lavoratori fossero stati informati dei pericoli a mano a mano che si rivelavano. Questa diffusione di conoscenze sulle sostanze usate nei posti di lavoro, sul loro nome e composizione e sui pericoli è proprio il contributo che i lavoratori del mondo si aspettano dalla procedura Reach.