SM 3450a — Cinema e ambiente — 2012

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Giorgio Nebbia nebbia@quipo.it

Se ammirate Julia Roberts, la brava e bella interprete di “Pretty woman”, non vi siete di certo lasciati scappare l’altra interpretazione, della stessa attrice, nel film “Erin Brockovich”, diretto nel 2000 da Steven Soderbergh, premio Oscar per la Roberts. Il film racconta la storia vera di Erin Brockovich, una impiegatuccia di un piccolo studio legale della California, che da sola condusse (e vinse) una battaglia contro la potente industria Pacific Gas & Electric, PG&E, responsabile di aver versato nel sottosuolo delle soluzioni di cromo esavalente, tossico e cancerogeno, usato come antiruggine nella centrale di compressione del gas, e di aver inquinato le falde idriche da cui traevano l’acqua potabile gli abitanti del paesino di Hinkley. 

La battagliera Brockovich convinse 650 abitanti del paese a fare causa alla PG&E accusandola di aver provocato, col suo inquinamento, varie malattie che andavano dal tumore al seno al linfoma di Hodgkin ad aborti, eccetera. L’impresa chiamata in causa ha cercato dapprima di negare l’evidenza, la presenza di cromo esavalente nelle acque del sottosuolo; poi di negare il modo in cui gli scarichi finivano giù da un pozzo. Una volta riconosciuto che il cromo era effettivamente presente nelle acque sotterranee, la PG&E sollevò tutta un’altra serie di obiezioni. Era poi vero che il cromo finiva nelle falde da cui veniva tratta l’acqua potabile ? Era poi vero che il cromo esavalente manifesta la sua tossicità quando è assorbito con l’acqua potabile ? E quale è la concentrazione di cromo che si può considerare responsabile dei vari tumori riscontrati nella popolazione ? E se anche il cromo fosse stato assorbito con l’acqua potabile avrebbe da solo potuto causare tante differenti malattie ? E i malati di tumore fra gli abitanti di Hinkley erano davvero più numerosi di quelli medi della popolazione americana ? E i tipi di tumore osservati potevano essere davvero dovuti all’assorbimento del cromo esavalente ? E i malati quale storia personale avevano avuto ? fumavano ? quanto ? Alla fine comunque la società accettò di risarcire i ricorrenti con la forte somma di 333 milioni di dollari, la più alta finora pagata per danni provocati da un inquinamento. 

La storia ha sollevato vari problemi che potranno continuare ad influenzare il futuro dell’industria chimica. Il primo riguarda i ricorsi collettivi contro i danni ambientali, un istituto che si chiama “class action”, abbastanza diffuso negli Stati Uniti e che è entrato anche nelle norme italiane, consistente nella richiesta di danni da parte non di un singola persona, ma di un gruppo di persone che si considerano danneggiate da un soggetto economico. Inoltre c’è stato grande interesse negli Stati Uniti e nel mondo sia per la storia umana personale della protagonista, sia perché è uno dei pochi casi in cui i grandi mezzi di comunicazione hanno raccontato conflitti “chimici” e industriali. Forse non tutti gli spettatori, non chimici, del film hanno capito tutto sul cromo esavalente, ma hanno almeno potuto seguire le varie fasi della controversia. 

Gran parte del dibattito e degli atti del processo si trovano in Internet. La Brockovich ha un proprio sito www.brockovich.com, un blog www.brockovichblog.com, e continua la battaglia contro gli inquinamenti, e alcune università americane hanno organizzato dei corsi di diritto dell’ambiente sul processo alla PG&E, mettendo a disposizione degli studenti delle raccolte di documenti (alcuni dei quali furono cancellati). 

Al di là del successo della Brockovich e del film, io credo che la discussione pubblica dei problemi della produzione e dell’inquinamento finisca per far crescere nel paese la conoscenza, la cultura, di uno degli aspetti più importanti della società, la produzione, la qualità dei prodotti e dei rifiuti, il diritto ad un lavoro sicuro e il diritto dei cittadini all’informazione. E aiuti anche gli imprenditori a comportamenti più attenti nei confronti non solo dei lavoratori, ma anche delle persone che abitano fuori o intorno alle fabbriche. 

La storia di Erin Brockovich non è stata l’unica trattata da film recenti. Qualcuno ricorderà forse un altro bel film, “chimico” anche quello, intitolato “A civil action” (anche in italiano), del 1998, diretto da Steven Zaillian e interpretato da John Travolta, nella parte di un avvocato — il suo vero nome è Jan Schlichtmann — difensore dei diritti di numerosi cittadini che si erano ammalati di tumori attribuiti ad un imprecisato “inquinamento” dell’acqua potabile, e da Robert Duvall, nella parte dell’avvocato degli inquinatori. Anche questo film si ispira ad una storia vera ambientata nella tormentata cittadina di Woburn nel Massachusetts, non lontana da Boston, negli Stati Uniti. Tormentata perché nella zona industriale di Woburn, nel corso dei decenni, si sono insediate fabbriche responsabili di vari inquinamenti, poi chiuse e abbandonate; una industria nucleare aveva inquinato l’ambiente con sostanze radioattive; alcune fabbriche chimiche e alimentari hanno cambiato produzione e proprietà, per cui era difficile risalire alle cause iniziali delle malattie che colpivano gli abitanti al tempo del processo. 

Il romanzo-inchiesta di Jonathan Harr, e il film che ne è stato tratto, raccontano la solita storia: come identificare le sostanze inquinanti, in questo caso tricloroetilene usato come sgrassante, come ricostruire chi l’ha versato nel sottosuolo (nel romanzo e nel film un ex-operaio rivela l’origine dell’inquinamento), dove è stato sversato nel sottosuolo, come ha potuto circolare nelle falde sotterranee fino ad arrivare ai pozzi. E ancora le reazioni delle industrie sotto accusa, impegnate a negare l’evidenza; il film offre molte informazioni sulla chimica e geologia del fenomeno; alla fine inquinatori e inquinati si sono accordati per una transazione che evitò altri processi. Anche in questo caso su Internet si trovano molte informazioni nei siti: www.northernshoreonline.com/woburn e www.geology.ohio-state.edu/courtroom  Quest’ultimo sito contiene il materiale e le “dispense” distribuite agli studenti universitari che seguono uno speciale corso intitolato “Science in the courtroom”. 

Quante belle tesi di laurea potrebbero fare, e quante cose potrebbero imparare, gli studenti e i dottorandi anche italiani che seguono i corsi di diritto dell’ambiente ! Altri due “casi” di contestazioni merceologiche riguardano le lotte contro le industrie del tabacco. Una storia, tratta anch’essa da un fatto vero, racconta la vita e le disavventure di un funzionario di una società che fabbrica sigarette, che si pente e dall’interno — il titolo del film è “Insider” diretto da Michael Mann, con Russel Crowe e Al Pacino (1999) — rivela i trucchi chimici (il tabacco veniva umettato con soluzioni di ammoniaca) che la società praticava per aumentare l’assuefazione alla nicotina dei fumatori. Jeffrey Wigand, www.jeffreywigand.com, il nome vero del funzionario pentito, ebbe innumerevoli sventure personali e di lavoro e “finì” per andare a insegnare chimica in un liceo, una “fine” che, come chimico, considero ben apprezzabile anche se meno remunerativa del precedente impiego che lo rendeva complice dell’aumento dei tumori da fumo. 

Una storia simile, che riguarda ancora l’industria del tabacco, è contenuta nel romanzo “La giuria” di Grisham. Ma la trasposizione cinematografica del 2003, con la regia di Gary Fieder e l’interpretazione del sempre grande Dustin Hoffman, espone la stessa trama ma per un processo non contro l’industria del tabacco, ma contro i fabbricanti di armi. 

Altri disastri ambientali sono stati oggetto di film. Nell’aprile 1986 esplose uno dei reattori della centrale nucleare di Chernobyl in Ucraina, allora regione dell’Unione Sovietica; grandi quantità di elementi radioattivi si sparsero nel cielo, raggiungendo lontani paesi europei e anche l’Italia, ma soprattutto ricaddero addosso agli operatori della centrale e sugli abitanti delle città vicine. Molti coraggiosi piloti che volarono sulla centrale in fiamme per gettare cemento sul reattore in modo da fermarne il funzionamento, furono esposti pure ad alte dosi di radiazioni e manifestarono presto tumori mortali. Il film “Chernobyl” del 1991, di Anthony Page, descrive il generoso intervento del chirurgo californiano Robert Gale, interpretato dal bravo Jon Voigt, specialista mondiale di trapianti di midollo osseo, che volò in Ucraina per aiutare i colleghi russi impegnati nel salvare la vita di almeno alcuni degli esposti alle radiazioni. 

Il 24 marzo 1989 la grande petroliera Exxon Valdez ha avuto un incidente nel porto di imbarco dell’Alaska, con sversamento in mare di 400.000 tonnellate di petrolio. Il film “Catastrofe in mare”, di Paul Seed del 1992 descrive la battaglia della autorità governative per cercare di arginare i danni ecologici e gli intralci posti dai proprietari della nave e dell’oleodotto per evitare eccessivi costi e per riattivare al più presto il flusso del petrolio, a costo di intralciare i lavori di disinquinamento. 

Si possono raccomandare anche altri film, di fantasia questa volta, ma con forte motivazione etica e ecologica. “L’ultima spiaggia” di Stanley Kramer, del 1959, tratto dall’omonimo romanzo di Nevil Shute, denuncia come una guerra nucleare in una qualsiasi parte del mondo, comunque esplosa anche per errore dei generali, può spargere elementi radioattivi mortali sull’intero pianeta fino a farne estinguere la vita umana. Si era nel pieno delle esplosioni nucleari nell’atmosfera (che sarebbero parzialmente cessate soltanto nel 1962), e il film si chiude con l’avvertimento: “Fratelli potrebbe succedere”. 

Altrettanto drammatico il film “Il giorno dopo” (The day after) di Nicholas Meyer, 1983, che descrive come una famiglia americana, il padre è interpretato da Jason Robards, vive il bombardamento con bombe termonucleari della città di Kansas City, in seguito, anche qui, allo scoppio accidentale di una guerra nucleare fra Stati Uniti e Unione Sovietica. Il film apparve quando, nell’età di Reagan, era massima la tensione sullo schieramento di missili balistici intercontinentali, ICBM, nei due paesi contrapposti. 

Sempre nell’ambito dei film di fantasia il film “Il rapporto Pelican”, di Alan Pakula del 1993, anche questo con Julia Roberts, descrive le trame delle grandi compagnie petrolifere per uccidere i giudici americani che avrebbero potuto accogliere le raccomandazioni degli ecologisti e opporsi alle trivellazioni petrolifere in una oasi-rifugio dei pellicani. L’abilità e il coraggio della protagonista riescono a salvare l’ecosistema minacciato. 

Infine il recente “L’alba del giorno dopo”, di Ronald Emmerich, del 2004, drammatizza quello che potrebbe succedere se i mutamenti climatici portassero a coprire di neve e ghiaccio gli Stati Uniti; meno convincente dal punto di vista ecologico. 

Negli anni settanta si ebbero anche in Italia alcuni film di fantasia ispirati alla difesa dell’ambiente, alla coraggiosa azione dei “pretori d’assalto”. Mi vengono in mente il bel film di Dino Risi del 1971, “In nome del popolo italiano”, con Ugo Tognazzi, pretore coraggioso che deve fare i conti con inquinatori e speculatori edilizi. Del 1974 il film di Steno, “La poliziotta”, con la brava Mariangela Melato, giovane agente di polizia che cerca di colpire senza riguardo, e con grave disturbo dei suoi tolleranti superiori, violazioni ecologiche, frodi, corruzioni. In quegli anni settanta c’era stata una breve stagione di speranza di moralizzazione e di lotta vittoriosa contro inquinamenti, abusi, corruzione. 

Mi chiedo come mai in Italia, dove i produttori cinematografici sono sempre alla ricerca di nuovi soggetti, ci sia così poca attenzione ai problemi delle lotte civili per la difesa della salute e dell’ambiente: eppure di contestazioni e processi ce ne sono stati tanti — da Marghera all’amianto, a Cengio, a Manfredonia, a Gela, a Seveso, a Carrara, a Taranto, solo per fare alcuni nomi — e ogni volta le lotte popolari, e ce ne sarebbero tante da raccontare, non hanno portato risarcimenti monetari agli inquinati, ma hanno fatto crescere la cultura industriale dell’Italia. 

Per quanto ne so, l’unico film del genere fu tratto da un racconto di Laura Conti su Severo, la cittadina lombarda in cui, nel luglio 1966, si verificò un grave incidente in una fabbrica chimica, con fuoriuscita di molti chili di diossina, nome allora sconosciuto, sostanza cancerogena, responsabile della morte di molti animali e delle pustole sulla faccia di molti bambine. Il libro era intitolato “Una lepre con la faccia da bambina”, Roma, Editori Riuniti, 1976; il film, con lo stesso nome, era diretto da Gianni Serra e interpretato da Franca Rame, Amanda Sandrelli e altri, ma è circolato pochissimo.