SM 3430 — L’”Aquila azzurra” — 2012

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La Gazzetta del Mezzogiorno, martedì 20 marzo 2012; Verde Ambiente, 28, (3-4), p. 42 (maggio-agosto 2012) 

Giorgio Nebbia nebbia@quipo.it

Qualche giorno fa Attilio Befera, direttore dell’ Agenzia delle Entrate, ha timidamente suggerito che i negozi in regola con le tasse possano applicare sulla vetrina un “bollino blu” di fedeltà fiscale, in modo da invogliare i clienti a servirsi da chi rispetta le regole. Inutile dire che la proposta ha suscitato dubbi e distinguo, eppure a me sembrava giusta e comunque aveva avuto un precedente illustre e, devo dire, al suo tempo di successo. 

Siamo negli Stati Uniti subito dopo l’elezione di Franklin Delano Roosevelt (1882-1945) alla guida di un’America in piena crisi economica, ma anche morale, afflitta da sfiducia nel futuro. File di disoccupati, bassi salari, corruzione diffusa nell’amministrazione pubblica, produzione e commerci in ribasso, raccolti agricoli invenduti che marcivano nei silos, grandi praterie erose dal vento e dalla siccità, carovane di agricoltori poveri che migravano da una costa all’altra del grande paese alla ricerca di qualsiasi lavoro, esposti a razzismo e sfruttamento. Un’ondata di “furore” che sarebbe stata descritta da John Steinbeck nel celebre libro del 1939. 

Nel discorso di insediamento, il piovigginoso 4 marzo 1933, Roosevelt diede agli americani una scossa di coraggio — “l’unica cosa di cui aver paura è la paura stessa” — e rinnovò l’impegno, espresso nella campagna elettorale, di un “nuovo patto”, il “New Deal”, col popolo americano per uscire dalla crisi. Mobilitò esperti, “tecnici” come si direbbe oggi, dalle università, dall’industria, dai sindacati, dal mondo agricolo, gente appassionata e disinteressata che si mise subito al lavoro. In pochi giorni furono avviate le opere di bonifica delle terre abbandonate; di regolazione del corso dei fiumi e di difesa contro le alluvioni; iniziative per la riorganizzazione dell’uso delle risorse naturali minerarie e energetiche; per la lotta alle frodi e falsificazioni, alla disoccupazione, allo sfruttamento del lavoro dei ragazzi; all’evasione fiscale e alla speculazione finanziaria; programmi di edilizia pubblica per le famiglie senza casa. 

Il 16 giugno 1933 Roosevelt fece approvare dal Congresso la legge per la ricostruzione industriale (NIRA) e quattro giorni dopo istituì una speciale agenzia per lo sviluppo nazionale, la National Recovery Administration (NRA). Roosevelt ne affidò la direzione ad Hugh Johnson (1881-1942), un ex-generale, energico e appassionato, lavoratore instancabile, autoritario e anche un po’ prepotente, che si mise al lavoro anima e corpo. Si trattava di indurre gli industriali a produrre accontentandosi di un po’ meno profitti e assicurando adeguati salari e orari di lavoro ai dipendenti, i commercianti a vendere i prodotti americani a prezzo più basso, svuotando i magazzini pieni di merci invendute. I salari un po’ migliori avrebbero indotto i consumatori ad acquistare le merci disponibili a prezzi accessibili, e l’aumento della domanda avrebbe fatto aumentare la produzione industriale in una spirale virtuosa. 

La prima cosa fatta da Johnson fu la diffusione di una etichetta con una “Aquila azzurra”, che i negozianti avrebbero potuto applicare sulle vetrine se avessero aderito volontariamente all’iniziativa. L’adesivo conteneva la sigla NRA al di sopra del disegno di una aquila azzurra ad ali spiegate, e sotto una dichiarazione: “Noi facciamo la nostra parte”; le zampe dell’aquila erano posate una su una ruota dentata e l’altra sulle frecce di un lampo, simbolo dell’energia. In quella calda estate del 1933 Johnson ricorse a tutti i mezzi per convincere i negozianti e gli industriali ad aderire alla campagna per quello che oggi chiameremmo un commercio equo e solidale. Con l’”Aquila azzurra” come emblema, senza giacca e con una camicia azzurra anche quella, Johnson diresse un assalto furioso contro la coscienza e i timpani del paese in una atmosfera di riunioni di massa, di cortei di automobili, di bande musicali al fine di catturare la simpatia popolare. 

Il nuovo emblema sollecitò passioni civiche e morali; il ricordo sopravvive ancora oggi tanto che in molti film americani ambientati negli anni trenta, appaiono immagini di negozi che mostrano la “Bleu Eagle”. L’iniziativa fu accolta con riluttanza da alcune associazioni industriali ma alla fine si adattarono tutti. La storia non si ripete, ma lo spirito delle persone e la voglia e capacità di reagire alla crisi e allo scoramento sono comuni dovunque, come ha scritto nei giorni scorsi la lettrice Silvana Calabrese auspicando l’avvento di un “nuovo patto” anche per l’Italia del 2012. 

Un “New Deal” economico, all’insegna di una nuova moralità, di cui c’è tanto bisogno, significa anche una nuova gestione dell’ambiente e del territorio, una ripresa della produzione agricola e industriale mirate a soddisfare i bisogni reali, soprattutto delle classi meno abbienti, un paese più giusto e solidale in tutte le sue manifestazioni, a cominciare dalla fedeltà fiscale. E un rigurgito di speranza.

Ad alcuni mesi di distanza dalla “scandalosa proposta” posso rassicurare gli evasori fiscali che non corrono alcun rischio di concorrenza da parte dei loro colleghi in regola con il fisco, i quali avrebbero potuto attrarre i clienti applicando il “bollino blu”. La proposta è rimasta nel regno dei sogni. (ottobre 2012).