SM 3397 — Una coscienza ecologica — 2011

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Villaggio Globale, 14, (56), dicembre 2011; http://www.vglobale.it/index.php?option=com_content&view=article&id=13742%3Ala-coscienza-perduta-dellecologia&catid=1138%3Ala-liberta-di-essere&Itemid=118&lang=it

Giorgio Nebbia nebbia@quipo.it

“C’è una diffusa coscienza ecologica”, quante volte abbiamo sentito questa frase a proposito delle tante iniziative cje vengono spacciate nel nome dell’ecologia: dalla benzina ecologica, alle nuove mode, alle automobili, alla plastica, alle più raffinate tecniche di trattamento dei rifiuti, eccetera. Ma esiste veramente una tale “coscienza”, consapevolezza, di quanto il nostro comportamento è o no in accordo con le semplici — ma terribili — leggi dell’ecologia ?

Terribili perché comporterebbero, se rispettate, una vera rivoluzione rispetto al comportamento corrente delle società umane. L’ecologia, a ben guadare, insegna poche cose: il fatto che nella vita nessuno è solo e ciascuno è strettamente legato a innumerevoli altri esseri viventi, vegetali e animali. E anche a corpi non viventi, ma altrettanto importanti, come l’acqua, l’aria, il terreno. In ciascuno di questi rapporti, di questi “commerci”, ciascuno trae qualcosa da, e cede qualcosa ad, altri — di questo affollato “prossimo” animato e inanimato.

A cominciare dai vegetali, che sono stati certamente i primissimi esseri viventi nella lontanissima alba della vita, quando qualche cellula primeva ha cominciato a trarre anidride carbonica e acqua e una qualche forma si azoto dall’ambiente circostante per “fabbricare” per sintesi, molecole capaci di riprodursi. Non appena questi esseri sono diventati tanti, hanno cominciato a modificarsi e ad adattarsi alle condizioni circostanti di temperatura, di salinità delle acque, di composizione atmosferica, il tutto annaffiato da continui flussi di acqua che il Sole, con la sua energia, da molto tempo stava tenendo in moto attraverso processi di evaporazione e condensazione. Quei primissimi esseri si sono poi specializzati, alcuni si sono adattati all’ambiente dei nuovi laghi e mari, altri hanno imparato a sopravvivere sulle terre che restavano emerse.

Questi esseri che ho chiamato vegetali non avevano bisogno di nessuno — gli studiosi di ecologia (che non hanno niente a che fare con gli ecologisti e ambientalisti) chiamano questi esseri autotrofi, produttori, che si nutrono da soli usando le molecole del mondo circostante e l’energia del Sole; ma anche fra loro hanno cominciato a stabilirsi dei rapporti, alcuni prevalendo su altri, altri collaborando per consentire ad altri di crescere e di adattarsi a condizioni mutevoli, altri contendendo ad altri lo spazio o la ricerca della luce del Sole, fonte della loro vita, e dei minerali del mare o della Terra.

Ad un certo punto in questa straordinaria evoluzione si sono affermati nuovi esseri che non erano più autonomi ma avevano bisogno, oltre che di elementi tratti dall’ambente, anche di altri esseri, come i vegetali; gli studiosi di ecologia li chiamano eterotrofi, consumatori, e sono poi quelli che noi chiamiamo animali. I rapporti fra viventi si sono allora fatti più vivaci, fra animali e vegetali e fra le varie specie e classi di animali; alcuni animali si sono nutriti di vegetali, alcuni, i predatori, si sono nutriti di altri animali più deboli, le prede, alcuni hanno instaurato rapporti di cooperazione, scambiando con altri materia ed energia, in simbiosi, alcuni, i parassiti, hanno sfruttato altri senza ucciderli, alcuni, infine, hanno scelto la posizione di ”spazzini”, di decompositori delle spoglie dei vegetali e degli animali alla fine della loro vita, rimettendo in ciclo, in un ciclo chiuso, gli atomi e le molecole dei defunti in modo che diventassero nutrimento per altri esseri viventi. E’ questo il grande, affascinante, dramma che si svolge nel palcoscenico della vita, in cui tutto sempre circola, in cui non esiste la morte, la quale “serve” solo per assicurare la vita di altri.

Mi sono perso dietro questo breve racconto, ben noto, perché troppi se ne dimenticato e perché esso è alla base della consapevolezza del posto che, come esseri umani, occupiamo in questa scala di viventi, “animali consumatori” anche noi, dipendenti dallo spazio esterno e dalle sue ricchezze — aria, acqua — e da altri viventi vegetali e animali da cui ricaviamo il cibo. In tale condizione siamo rimasti per milioni di anni, raccoglitori di vegetali e predatori di altri animali, fino a circa 10.000 anni fa quando alcuni nostri predecessori si sono fermati e hanno imparato a coltivare alcuni vegetali particolarmente utili e gradevoli come alimenti e ad allevare in prigionia alcuni animali adatti a fornire latte e carne. Da allora è stata tutta una corsa verso forme di vita più raffinate e comode; sono state “inventate” case durature, le caverne e le capanne e le case sono state riscaldate e illuminato col fuoco, i minerali sono stati trasformati in metalli meglio adatti ad uccidere e a modificare la natura — il cammino di quella che chiamiamo “civiltà”.

“Civiltà” nel corso della quale non abbiamo mai dimenticato la nostra posizione di predatori non solo di altri animali per trarne cibo, ma di altri esseri simili per trarne lavoro o per conquistare le ricchezze naturali in loro possesso. E’ questa — possesso, proprietà — la parola magica che sta alla base della violenza fra esseri umani e fra gli esseri umani e la natura, e che sta alla base della ribellione della natura verso questi arroganti occupanti.

L’ecologia, una disciplina scientifica nata nella metà dell’Ottocento con un preciso nome e cognome, ha avuto il ruolo di aprire gli occhi umani sulle cause di tale ribellione della natura. La quale ha cominciato a manifestarsi fin dai tempi antichissimi, quando i nostri predecessori si sono accorti che certe colture agricole impoverivano la fertilità del suolo che smetteva così di fornire cibo quando la coltivazione era intensiva. Lo sapeva il popolo ebraico che aveva attribuito al suo dio (Levitico 25) l’ordine di smettere di coltivare il suolo ogni tanto, ogni sette o 50 anni, per “lasciarlo riposare” e recuperare un po’ di fertilità. I romani sapevano che, un anno si e uno no, occorreva smettere di coltivare piante, come i cereali, che portavano via nutrimento dal terreno, per coltivare piante, come le leguminose, che restituivano al terreno una parte di tali elementi fertilizzanti. Così già in tempi antichissimi gli umani si sono trovati di fronte alla terribile avarizia della natura, a parole come “limite”, necessità di ”non fare” certe cose.

E ancora lo spettro dei “limiti” ecologici è apparso chiaro a chi cercava di trarre pietre e minerali dalle viscere della Terra quando si è accorto che le vene dei minerali dopo un po’ di esaurivano. Con la ribellione della natura hanno dovuto fare i conti tutte le società dei fiumi quando hanno tentato di imbrigliare le acque senza tenere conto che i fiumi “hanno bisogno” di espandersi e ritirarsi alternativamente da certi terreni che devono essere lasciati sgombri per consentire ai fiumi queste loro essenziali funzioni.

Si può quindi ben dire che una coscienza ecologica ha cominciato a formarsi, in genere per necessità, a mano a mano che gli esseri umani hanno “pesato” sulle risorse della natura. La coscienza ecologica empirica dell’agricoltore e del minatore ha trovato espressione in innumerevoli opere letterarie di tutte le generazioni del passato, sempre più spesso dal Settecento in avanti con le innovazioni tecniche della rivoluzione industriale che hanno portato a scoprire cose come “inquinamento” dell’aria e delle acque, dovuto ai fumi e ai rifiuti delle città, come congestione urbana provocata dall’eccessivo affollamenti nelle città e dalle grandi industrie e dall’agricoltura e dall’allevamento intensivi con la produzione di crescenti quantità di merci, “beni”, le chiamavano gli economisti, di vegetali e di animali cresciuti in spazi insufficienti.

Soltanto ai primi del Novecento sarebbe stata espressa in termini chiari la limitata capacità portante (carrying capacity, come la hanno chiamata gli studiosi di ecologia) delle terre coltivabili e la limitata capacità delle foreste e delle miniere di cedere le loro ricchezze dopo un eccessivo sfruttamento.

I botanici, gli zoologi, i naturalisti in genere hanno raccontato queste storie nei loro trattati, per lo più poco letti anche se alcuni governanti già nell’Ottocento hanno riconosciuto che “lo Stato” aveva il dovere di difendere e proteggere certi “santuari”della natura sotto forma di parchi. Per il resto la conquista delle ricchezze della natura ha continuato a procedere con effetti devastanti, dalla distruzione dei fertili pascoli del West nordamericano, all’espansione delle grandi città, diventate megalopoli, al moltiplicarsi delle alluvioni e frane e degli inquinamenti.

Se dovessi suggerire una data di nascita di una coscienza ecologica popolare la fisserei agli anni quaranta nel Novecento, alla scoperta della bomba atomica e alla scoperta che la più potente e “perfettissima” arma di distruzione esercitava la sua mortale efficienza lanciando nell’aria e sul suolo e negli oceani nuove sostanze altamente radioattive con effetti che riguardavano l’intero pianeta, duraturi per tempi lunghissimi. Sono così nate due nuove categorie di consapevolezza. Alcune azioni umane, più o meno lodevoli ma considerate necessarie per motivi economici o militari, arrecavano danni alle persone e allo spazio abitabile sia vicino (dentro i confini delle città inquinate), sia a distanza (la diffusione dei pesticidi nei mari, la ricaduta dei frammenti radioattivi delle esplosioni nucleari a distanza di migliaia di chilometri), sia nel futuro (i diboscamenti lasciavano terre esposte all’erosione e alle frane, i frammenti radioattivi continuavano a diffondere radioattività e morte per centinaia o migliaia o diecine di migliaia di anni in futuro).

Questa coscienza si è formata e manifestata nel corso di una ventina di anni, dal 1945 (data dell’esplosione della prima bomba atomica) al 1965, attraverso i primi anni della protesta, fino a crescere dagli anni sessanta in avanti in varie forme. Chi parlava di ecologia negli anni sessanta e settanta, spesso non biologi, ma intellettuali, insegnanti, giovani e anziani, ha sollevato una grande bellissima ondata di consapevolezza popolare. Chi usa a dritto e storto la parola ecologia, probabilmente non si rende conto del debito di riconoscenza verso la contestazione ecologica di quella primavera dell’ecologia, durata, direi, dal 1965 al 1975, in cui ci si illudeva, si sperava, che sotto la bandiera dell’ecologia sarebbe stato possibile instaurare nuovi rapporti di solidarietà e cooperazione — due categorie che si manifestano fra gli esseri viventi non umani — al posto dei principi di sfruttamento, predazione, violazione dei limiti della natura, imposti dalla corrente “saggezza” delle comunità umane e dalle leggi “economiche” che impongono di sfruttare “di più” la Terra e gli altri umani.

Fa ridere amaro l’uso e abuso di parole con riferimento all’ecologia, applicate a innumerevoli merci spacciate per “ecologiche”, ad agenzie e associazioni che si propongono di “coniugare” natura e progresso economico, cioè di conciliare due concetti inconciliabili: aumento della produzione e dell’uso delle merci che è realizzabile soltanto con l’impoverimento delle risorse naturali e con l’inquinamento, con la conservazione del patrimonio di risorse naturali accessibili alle generazioni future. Un concetto per cui fu “provvidenzialmente” coniato, anni fa, il ridicolo nome di “sviluppo sostenibile”, che avrebbe dovuto accettare di impoverire oggi le risorse naturali con l’assurda illusione di lasciare delle risorse naturali alle generazioni future, illusione ben descritta dalla battuta popolare inglese secondo cui non si può mangiare la torta e dopo averla ancora. Purtroppo, con buona pace dei tanti innamorati di uno sviluppo “sostenibile”, “You can’t eat the pie and have it too”. In questa età di così bassa ”coscienza ecologica” forse è il caso di fermare il chiacchiericcio, di mettere da parte i telefonini, di sedersi e di riprendere in mano i dimenticati libri degli anni settanta per cercarvi le radici di una vera “coscienza” ecologica.