SM 3319 — A proposito del buco dell’ozono stratosferico — 2011

This entry was posted by on lunedì, 18 gennaio, 2016 at
Print Friendly

La Gazzetta del Mezzogiorno, martedì 10 maggio 2011

Giorgio Nebbia nebbia@quipo.it

Ricordate il buco dell’ozono che fu, per alcuni anni, al centro dell’attenzione del dibattito ecologico e poi sembra essere stato dimenticato ? Si tratta del fenomeno che comporta un aumento del flusso verso la Terra della radiazione ultravioletta B, quella biologicamente nociva, avente lunghezza d’onda fra 200 e 250 nanometri (milionesimi di millimetro) proveniente dal Sole. Tale aumento dipende dalla diminuzione della concentrazione del gas ozono, molto rarefatto, che si trova nella stratosfera fra 15.000 e 30.000 metri di altezza sul livello del mare. In passato la concentrazione di tale ozono stratosferico era di 300 Unità Dobson, una unità di misura che porta il nome di Gordon Dobson (1889-1976), lo studioso che costruì, nel 1926, uno speciale spettrofotometro. 300 Unità Dobson indicano che, se la massa dell’ozono stratosferico fosse riportato al livello del mare, il suo spessore sarebbe di 3 millimetri.

Pur così rarefatto, l’ozono riesce a filtrare la radiazione ultravioletta B e a impedire che arrivi a danneggiare gli esseri viventi, umani compresi, sulla superficie terrestre. Nell’ultimo mezzo secolo la concentrazione dell’ozono nella stratosfera sovrastante il Polo Nord è diminuita arrivando a valori anche inferiori a 200 unità Dobson. Gli studi condotti da Paul Crutzen, Frank Sherwood Roland e Mario Molina (tutti e tre premi Nobel 1995 per la Chimica proprio per queste ricerche), hanno messo in evidenza che la diminuzione dell’ozono stratosferico era dovuta all’aumento della concentrazione nell’atmosfera e poi nella stratosfera di vari composti industriali organici contenenti cloro e fluoro, che da molti anni sono largamente usati con successo.

I primi di questi clorofluorocarburi (CFC) sono stati inventati dal chimico americano Thomas Midgley (1889-1944) e sono stati messi in commercio come sostanze non infiammabili, stabili nel tempo, utilizzabili come gas di riempimento delle bombolette spray per vernici, cosmetici, insetticidi, come fluidi per frigoriferi e condizionatori d’aria, come gas adatti per far rigonfiare le materie plastiche, le “schiume” usate come isolanti termici e acustici, per il riempimento di cuscini, materassi, sedili di autoveicoli, per le cassette di resine espanse con cui si trasportano al freddo gelati e derrate deperibili: un grande successo industriale e commerciale, insomma. Purtroppo una volta che sono immessi nell’atmosfera durante la produzione, durante l’uso o durante la decomposizione dei prodotti che li contengono, questi CFC si disperdono nell’atmosfera e tendono a salire nella stratosfera e qui interagiscono con l’ozono e lo trasformano in ossigeno.

Lo stesso effetto è dovuto alla dispersione nell’atmosfera di molti solventi clorurati usati nel lavaggio a secco di tessuti e metalli, nell’industria elettronica eccetera. Nel corso dell’ultimo mezzo secolo centinaia di migliaia di tonnellate di idrocarburi clorurati, fluorurati e bromurati sono finiti nell’atmosfera. Le ulteriori ricerche hanno messo in evidenza che i clorofluorocarburi si comportano anche come “gas serra” e contribuiscono a trattenere una parte della radiazione solare dentro l’atmosfera che viene così lentamente riscaldata. Dopo lunghe discussioni, vincendo la potente opposizione dell’industria chimica, si è finalmente arrivati ad un accordo internazionale, il “protocollo di Montreal” dell’autunno 1987, che ha deciso di vietare o limitare la produzione e l’uso dei clorofluorocarburi e simili sostanze dannose per l’ambiente.

Il divieto è stato rafforzato nel 1989 dalla conferenza di Helsinki e queste norme sono state accolte in Italia nelle leggi 549 del 28 dicembre 1993 e 185 del 30 giugno 2004, con vari successivi decreti di estensione. Per molti anni si è sperato che la diminuzione della produzione di idrocarburi fluorurati e clorurati avesse effetto sulla ricostruzione dello strato dell’ozono nella stratosfera, tanto è vero che l’attenzione dell’opinione pubblica è molto diminuita.

Le misurazioni più recenti in questo 2011 hanno mostrato invece che continuano a verificarsi, periodicamente, delle rarefazioni dell’ozono stratosferico, soprattutto sopra le zone artiche. Il fenomeno è dovuto ai milioni di tonnellate di sostanze “nemiche dell’ozono” che ancora esistono in circolazione e che vengono liberate a mano a mano che frigoriferi e resine espanse vengono distrutti e rottamati; una bomba ad orologeria destinata ad avere per lungo tempo effetti dannosi sulla vita del pianeta e sulla salute. La tecnica potrebbe aiutare con processi per catturare i CFC e simili sostanze prima che finiscano nell’atmosfera; forse si arriverà a solventi e gas industriali privi di cloro, fluoro e bromo, ma la strada è lunga e non certo facile. Un’altra sfida per questo 2011, anno internazionale della Chimica, e intanto l’ozono stratosferico continua a rarefarsi.