SM 3315 — Ma davvero Marx e Engels non avevano capito niente di ecologia ? — 2011

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Liberazione, domenica 24 aprile 2011, Speciale, p. 2 e 3 

Giorgio Nebbia nebbia@quipo.it 

Uno dei temi cari all’ecologia borghese è l’affermazione che Marx ed Engels e il comunismo sovietico e cinese e cubano erano e sono essenzialmente nemici della natura ponendo l’”industrialismo”, il “produttivismo”, la produzione industriale, al vertice degli interessi. Tesi ingiusta perché Marx ed Engels non sono stati certo sordi ai fermenti culturali del loro tempo, della metà dell’Ottocento, dell’età di Darwin, di Haeckel, di Liebig, di Marsh, i padri fondatori dell’ecologia moderna, e ne hanno applicato gli insegnamenti all’analisi critica della società contemporanea. 

Il giovane Marx, nei “Manoscritti del 1844”, spiega bene che “le piante, gli animali, le pietre, l’aria, la luce, eccetera costituiscono una parte della vita umana e dell’umana attività. La natura è il corpo inorganico dell’uomo, precisamente la natura in quanto non è essa stessa corpo umano”. L’anno dopo Engels scriveva “La situazione della classe operaia in Inghilterra“, un trattatello di ecologia urbana, da rileggere per il quadro desolante, così simile a quello odierno, dell’affollamento e della congestione del traffico nelle città capitalistiche. 

Le conseguenze “ecologiche” dell’esodo delle popolazioni operaie nelle grandi città sono riprese da Marx già nel I libro del Capitale quando spiega che “il modo di produzione capitalistica porta a compimento la rottura dell’originale vincolo di parentela che legava agricoltura e manifatture, turba il ricambio organico fra uomo e terra, ossia il ritorno alla terra degli elementi costitutivi della terra consumati dall’uomo sotto forma di mezzi alimentari e di vestiario, turba dunque l’eterna condizione di una durevole fertilità del suolo”. 

Nel capitolo 13 del primo libro del Capitale, nel trattare “le macchine” Marx riconosce ancora le cause della violenza contro la natura nel modo capitalistico di produzione che inevitabilmente comporta lo sfruttamento dei lavoratori, la produzione di merci alterate e sofisticate, l’inquinamento ambientale. 

Ma un vero trattatelo di ecologia è contenuto nello scritto di Engels “Parte avuta dal lavoro nel processo di umanizzazione della scimmia“: “L’animale si limita ad usufruire della natura esterna, ed apporta ad essa modificazioni solo con la sua presenza; l’uomo la rende utilizzabile per i suoi scopi e modificandola la domina. Non aduliamoci troppo per la nostra vittoria sulla natura; la natura si vendica di ogni nostra vittoria. Ogni vittoria ha, infatti, in prima istanza, le conseguenze sulle quali avevamo fatto assegnamento; ma in seconda e terza istanza ha effetti del tutto diversi, impreveduti, che troppo spesso annullano a loro volta le prime conseguenze. Le popolazioni che sradicavano i boschi in Mesopotamia, in Grecia, nell’Asia minore e in altre regioni per procurarsi terreno coltivabile, non pensavano che così facendo creavano le condizioni per l’attuale desolazione di quelle regioni, in quanto sottraevano ad esse, estirpando i boschi, i centri di raccolta e di deposito dell’umiditàGli italiani della regione alpina, nell’utilizzare sul versante sud gli abeti così gelosamente protetti al versante nord, non. immaginavano di sottrarre, in questo modo, alle loro sorgenti alpine per la maggior parte dell’anno, quell’acqua che tanto più impetuosamente quindi si sarebbe precipitata in torrenti al piano durante l’epoca delle piogge“. 

Ed Engels continua: “Ad ogni passo ci viene ricordato che noi non dominiamo la natura come un conquistatore domina un popolo straniero soggiogato, che non la dominiamo come chi è estraneo ad essa ma che noi le apparteniamo con carne e sangue e cervello e viviamo nel suo grembo; tutto il nostro dominio sulla natura consiste nella capacità, che ci eleva al di sopra delle altre creature, di conoscere le sue leggi e di impiegarle nel modo  più appropriato“. 

Engels riprende il tema del rapporto città-campagna nell’”Antidühring” del 1878: “La città industriale — che è condizione fondamentale della produzione capitalistica — trasforma qualsiasi acqua in fetido liquido di scoloSolo una società che faccia ingranare armoniosamente le une nelle altre le sue forze produttive secondo un solo grande piano, può permettere all’industria di stabilirsi in tutto il paese con quella dislocazione che è più appropriata al suo sviluppo e conservazione, e rispettivamente all’utilizzazione degli altri elementi della produzione. Solo con la fusione fra città e campagna può essere eliminato l’attuale avvelenamento di acqua, aria e suolo, solo con questa fusione le masse che oggi agonizzano nelle città saranno messe in una condizione in cui i loro rifiuti siano adoperati per produrre le piante e non le malattie. La civiltà ci ha senza dubbio lasciato nelle grandi città un’eredità la cui eliminazione costerà molto tempo e molta fatica.” 

Marx, che nella “Critica del programma di Gotha” aveva ribadito “la natura è la fonte dei valori d’uso (e in questi consiste la ricchezza effettiva !)“, riprende il tema del “valore” fisico, “d’uso”, appunto, delle merci e dei rifiuti nel III libro del “Capitale“. La materia non muore dopo l’uso: “Per residui della produzione intendiamo gli scarti dell’industria e dell’agricoltura, per residui del consumo sia quelli derivanti dal ricambio fisico umano sia le forme che gli oggetti d’uso assumono dopo essere stati utilizzati. Sono quindi residui della produzione, nell’industria chimica, i prodotti accessori che vanno perduti, le limature che risultano dalla fabbricazione meccanica, ecc. Residuo del consumo sono le secrezioni naturali umane, i resti del vestiario in forma di stracci, ecc. I residui del consumo sono di grandissima importanza per l’agricoltura. Ma nella loro utilizzazione si verificano, in regime di economia capitalistica, sprechi colossali; a Londra, per esempio, dello sterco di 4 milioni e mezzo di esseri umani non si sa far di meglio che impiegarlo con enormi spese per appestare il Tamigi”. 

Il paragrafo continua con le prospettive del riciclo delle scorie e dei rifiuti parlando della produzione della lana dagli stracci (già praticata in Inghilterra nella metà del 1800), la produzione di coloranti dal catrame di carbon fossile. E conclude con la vera causa della violenza contro le risorse della natura. “Dal punto di vista di una più elevata formazione economica della società, la proprietà privata del globo terrestre da parte di singoli individui apparirà così assurda come la proprietà privata di un uomo da parte di un altro uomo. Anche un’intera società, una nazione, e anche tutte le società di una stessa epoca prese complessivamente non sono proprietarie della terra. Sono soltanto i suoi possessori, i suoi usufruttuari e hanno il dovere di tramandarla migliorata, come boni patres familias, alle generazioni successive.” 

Quanto poi ai “comunismi” nei paesi del socialismo realizzato, che realizzato non è stato certo completamente, si ritrovano le stesse contraddizioni che negli stessi anni caratterizzavano tutti i paesi industrializzati e in via di industrializzazione. Regolazione del corso dei fiumi con dighe e canali, col rischio di far avanzare i deserti e di inaridire i campi, fabbriche inquinanti, “scienziati”, come fu Lysenko, che promettono raccolti miracolosi in disprezzo delle leggi della biologia, con solenni fallimenti, e molti eventi simili nell’Unione Sovietica, in Cina. Ma nello stesso tempo ci sono stati progressi nella biologia, nell’ecologia, basta pensare a Vernadski o a Gause, e ci sono stati movimenti popolari di protesta. Lenin istituì il primo parco nazionale delle foci del Volga quando era assediato dall’esercito bianco ad Astrakan. I danni dell’inquinamento industriale al bosco di Krasnaja Polyana, sacro alla memoria russa per essere stata la casa di Tolstoi, provocò proteste popolari; altre proteste si ebbero per la difesa del lago Baikal contro l’inquinamento delle cartiere, un episodio, quest’ultimo, oggetto di un celebre film “Sul lago” (1969), di Gerasimov. Negli anni settanta in Cecoslovacchia sorse un “movimento leninista per la difesa della natura”. La lotta contro “i tre rifiuti” ha caratterizzato la rivoluzione culturale in Cina. 

E’ difficile dire se può esistere una società comunista capace di integrare ”armoniosamente” i mezzi per soddisfare i bisogni umani con le leggi della natura; la storia mostra, mi pare che il capitalismo, il libero mercato, proprio per le loro leggi “naturali” dell’aumento del consumo e del possesso privato dei beni, che tutti possono essere tratti soltanto a spese della natura, sono inevitabile causa dell’impoverimento e contaminazione delle risorse della natura fino al punto che essa, come scriveva Engels, “si vendica” contro chi le fa violenza. Non è forse il quadro che abbiamo sotto gli occhi ogni giorno con frane, alluvioni, inquinamenti, esplosioni di fabbriche e morti sul lavoro, scorie inquinanti e radioattive di produzioni industriali imprevidenti, erosione delle coste per interventi di porti e struttura finanziariamente appetibili, ma ecologicamente sconsiderati, di appropriazione privata di spazi e risorse e acqua che sono beni pubblici ?