SM 3304 — Prefazione a M.Ruzzenenti, “L’autarchia verde” — 2011

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Prefazione a: “Marino Ruzzenenti, “L’autarchia verde, Milano, Jacabook, 2011,  p. XI-XV

Giorgio Nebbia nebbia@quipo.it

Autarchia è, a rigore, l’insieme di azioni che vengono messe in pratica da un Paese o da una comunità per approvvigionarsi dei beni materiali (ma anche immateriali, come cultura, letteratura, cinema) necessari utilizzando risorse disponibili sul posto. Nel linguaggio comune qui in Italia autarchia è parolaccia perché è stata usata in abbondanza dal governo fascista soprattutto a partire dal 1930, al fine di evitare le importazioni, dai Paesi “nemici”, dei materiali e delle merci necessari per la vita quotidiana e per la preparazione e conduzione della guerra. 

L’autarchia fascista è stata caratterizzata da alcune scelte tecniche e merceologiche sbagliate, talvolta ridicole, spesso inefficaci, e anche da un asservimento al regime fascista di gran parte del mondo accademico italiano e di tecnici e imprenditori industriali, con viltà, speculazioni personali e profitti di carriera e di soldi. 

Questo volume, però, ben lungi da valenze nostalgiche, ma a rischio di apparire a certuni “politicamente scorretto”, coglie nell’autarchia italiana del periodo alcuni aspetti utili per gli orizzonti attuali. 

Innumerevoli volte nella storia umana una popolazione o un Paese hanno dovuto “arrangiarsi” con le risorse locali, contare sulle proprie forze, fare di più con meno, per risolvere i propri problemi di sopravvivenza. Queste condizioni si verificano quasi sempre nei periodi in cui un Paese è in guerra perché vengono meno le fonti di approvvigionamento che in genere sono accessibili quando il mondo è in pace e i commerci superano i confini politici. Talvolta le soluzioni autarchiche hanno stimolato azioni e scoperte ingegnose, che si sono rivelate fertili anche quando le condizioni di emergenza sono cessate. 

Fu costretto a ricorrere a soluzioni autarchiche Hernán Cortés quando, agli inizi del Cinquecento, si trovò solo nel Messico: era privo dello zolfo (l’oro della Sicilia) necessario per la polvere da sparo, che non poteva venire dall’Europa, e scoprì che ce n’era un giacimento nel cratere del terribile vulcano Popocatepetl; così fece calare il suo compagno Francisco Montano, dentro una cesta legata con una corda, per grattare un po’ di tale zolfo e poté continuare “la conquista”. Ricorse a soluzioni autarchiche Napoleone durante il Blocco continentale, agli inizi dell’Ottocento, quando, privo dello zucchero “coloniale”, sfruttò abilmente la scoperta di Achard di estrarre zucchero dalle barbabietole; fu estesa la coltivazione delle bietole, furono costruiti zuccherifici e tutto questo dette vita all’industria saccarifera europea. Ricorse a soluzioni autarchiche il popolo degli Stati Uniti durante la seconda guerra mondiale quando avviò coltivazioni di guayule, non potendo ricevere gomma naturale dalla Malesia occupata dai giapponesi. 

Si potrebbe scrivere un intero libro sulle autarchie, anche solo su quelle che, nello stesso tempo in cui il fascismo imperversava in Italia, si svilupparono nei democratici Stati Uniti, nell’Unione Sovietica bolscevica, nella Germania nazista, nella Francia fascista di Vichy e altrove. Del resto un’altra stagione di autarchie si era già avuta durante la prima guerra mondiale. 

Quelle del periodo fascista erano tutte “stupidisie”? Alcune sì. Circolava durante il fascismo una barzelletta. Alcuni “scienziati” si presentano a un alto gerarca proponendogli un processo per trasformare in burro una cosa che non posso nominare. Il gerarca entusiasta va da Mussolini e gli chiede per le ricerche dei finanziamenti che vengono generosamente concessi. Ogni tanto il gerarca chiedeva agli “scienziati” notizie sui progressi e otteneva rassicuranti notizie; alla fine Mussolini chiese a sua volta al gerarca come andassero le cose e il gerarca tutto arrabbiato convocò gli “scienziati”, che lo tranquillizzarono: «Eccellenza, abbiamo fatto grandi progressi: la spalmabilità sul pane è perfetta; abbiamo solo alcuni problemi col sapore e l’odore». 

Ho cominciato la mia carriera di chimico nel 1946 e nell’Università si respirava ancora una parte dell’aria dell’autarchia; molti baroni della chimica e dell’ingegneria erano stati quelli che avevano collaborato, nel bene e nel male, all’autarchia fascista. Nello stesso tempo era possibile guardare in faccia quanto si veniva a conoscere delle soluzioni autarchiche, disinquinate dalle “stupidisie”: alcune era sopravvissute e alcune erano anche state ingegnose. Questa pagina della storia dell’industria meritava di essere riletta e approfondita nei suoi aspetti tecnici e merceologici; perché di produrre merci si trattava, metalli e prodotti chimici, detersivi e prodotti alimentari, gomma e fibre tessili: è un grande merito, a mio modesto parere, del libro di Marino Ruzzenenti l’aver esplorato questi aspetti in un momento in cui, ironicamente, l’”autarchia” si sta vendicando. 

Fortunatamente siamo (quasi dovunque, nel mondo) in pace e la scarsità di alcune materie prime è provocata non dai limiti negli scambi, nel bene e nel male ormai globali, come si suol dire, ma nella natura. Anche le società industrializzate tecnicamente avanzate devono imparare a contare sulle proprie forze, a fare di più con meno, sotto i vincoli di materie prime non rinnovabili che si fanno più scarse, di alterazioni dell’ambiente dovute a inquinamenti, sotto i vincoli dei limiti fisici della natura come fonte di materie e dei limiti della capacità dei corpi naturali di ricevere le scorie delle nostre attività. Un’autarchia va oggi praticata perché abitiamo tutti in un’unica “nazione”, il pianeta Terra, i cui confini sono chiusi: possiamo trarre quello che ci occorre soltanto dal suo interno e la “nazione planetaria” soffre degli stessi limiti che affliggevano i Paesi in guerra nel xx secolo. Contare sulle proprie forze, fare di più con meno non sono capricci, ma linee della politica economica da adottare nel xxi secolo. 

Da qui l’importanza di ripescare soluzioni tecnico-scientifiche delle vecchie autarchie, di rileggerle alla luce delle innovazioni che sono state fatte, dei nuovi materiali e processi oggi disponibili. È quanto fa il libro di Marino Ruzzenenti, non a caso uno storico dell’industria e dell’ambiente, accompagnando il lettore alla scoperta di persone, studiosi e inventori dimenticati, di imprese e fabbriche scomparse che pure hanno dato lavoro e sviluppato cultura operaia in praticamente in tutta l’Italia, dal Nord industriale al Mezzogiorno agricolo, alle isole ricche di risorse minerarie. 

In questo senso l’autarchia rappresentò un momento di ulteriore allargamento dell’industrializzazione, senza peraltro portare benefici né agli operai né ai contadini, che videro peggiorare le loro posizioni rispetto alle altre classi sociali; infatti la diffusione e intensificazione del lavoro non andava di pari passo con l’incremento dei salari. Oggi il peggioramento della condizione dei lavoratori, la mancanza di lavoro e la sua precarietà sono dovuti al mercato mondiale che unifica il capitale mentre frantuma i lavoratori e distrugge l’ambiente. Un’inversione di rotta che salvaguardi il lavoro e l’ambiente deve passare anche attraverso l’utilizzo e la valorizzazione delle risorse locali. L’autarchia, se non è intesa come rinserramento ostile contro il diverso, può essere uno strumento per diminuire l’impatto sull’ambiente e ampliare le occasioni di lavoro e di innovazione nell’uso di ciò che ogni territorio è in grado di offrire.

Molte delle attuali produzioni sono resurrezioni di invenzioni già state fatte nei decenni passati e abbandonate perché mancavano tecnologie e materiali adeguati o perché non erano favorevoli le condizioni politico-economiche o perché erano frenate da altri potenti interessi economici. 

Nel tempo del fascismo i rottami di ferro venivano tratti estirpando le cancellate metalliche perché scarseggiavano i minerali ferrosi; oggi oltre la metà dell’acciaio nel mondo è prodotto dai rottami con i processi a ossigeno e al forno elettrico e la Cina e l’India raccattano, per le loro acciaierie, in tutto il mondo i rottami metallici che anzi aumentano, ironicamente, “grazie” ai premi in denaro – gli “ecoincentivi” – dati a chi si libera dei vecchi autoveicoli ed elettrodomestici, a condizione che ne compri di nuovi, dichiarati più “ecologici”. Nel campo dei detersivi i tipi più moderni contengono… sapone, il vecchio “sapone di Marsiglia”, dopo che sono stati constatati vari inconvenienti dei tensioattivi sintetici. La lotta ai parassiti viene fatta con i vecchi insetticidi “naturali”, che stanno soppiantando gli insetticidi sintetici clorurati. Non era stupido l’alcol carburante che può sostituire la benzina di origine petrolifera, avendo anche un buon numero di ottano, se è fabbricato, come avveniva negli anni Trenta, da sottoprodotti e scarti agricoli e forestali e non da prodotti agricoli utili a fini alimentari, come si fa oggi in molti Paesi del mondo dopo averlo ribattezzato “bioetanolo”. 

Il libro ricorda che stiamo assistendo alla resurrezione dell’interesse per le fibre tessili naturali, addirittura a livello delle Nazioni Unite, come alternativa a quelle sintetiche e occasione per lo sviluppo dei Paesi produttori, che potremmo anche essere noi europei industrializzati se riscoprissimo le tecnologie del lino, della canapa e perfino della ginestra, con vantaggi per la difesa del suolo e per l’occupazione. Il rayon al cuprammonio, la “seta Bemberg” a base di cellulosa, sta vivendo una nuova stagione per tessuti di pregio. 

E quanto a quel sottoprodotto che gli “scienziati” della barzelletta volevano trasformare in burro, non stiamo forse adesso osservando che i milioni di tonnellate di tale sottoprodotto, ricco di azoto e fosforo, diventano fonte di inquinamento se gettati ogni anno nei fiumi e nel mare mentre possono permettere di risparmiare concimi artificiali se recuperati dalle fogne e dalle porcilaie e impiegato in quella tanto lodata “agricoltura biologica”? 

Nello stesso campo delle fonti energetiche rinnovabili, tutte le realizzazioni odierne, ad eccezione forse di quelle basate sulle celle fotovoltaiche al silicio inventate nel 1952, sono perfezionamenti di invenzioni e impianti già descritti in tutto il Novecento; il libro di Marino Ruzzenenti ripercorre pagine dimenticate della storia dell’energia solare in Italia; i motori eolici hanno pompato con successo acqua nelle zone agricole in tutto il mondo e in Italia nelle zone della riforma fondiaria dal 1920 in avanti; le pompe eoliche Vivarelli, esempi di quello che scopriamo adesso come eolico decentrato, erano esportate nel mondo. 

Lo studio dei prodotti e dei processi del periodo autarchico italiano non esenta, ovviamente, dal giudizio di ferma condanna del regime fascista, delle sue avventure razziali, militari e colonialistiche, delle sue stupidità e ignoranza. Non si tratta di rilanciare il ruralismo fascista o nazista, la virtù delle famiglie contadine, ma di riconoscere che la terra, in pianura, collina, montagna, è la base per produzioni anche tecnicamente avanzate, con vantaggi per la decongestione delle zone urbane, per la difesa delle acque e la prevenzione di frane e alluvioni. 

La transizione verso un’“autarchia” planetaria richiede più conoscenze scientifiche e più tecnologia per usare, nell’interesse della nazione planetaria, le sostanze che il mondo vegetale, animale, minerale, nasconde dentro di sé e di cui sappiamo poco o ci siamo dimenticati. Nello stesso tempo la storia della tecnica permette di evitare tentativi ed errori che hanno già avuto una risposta nel passato; da qui l’importanza di questo libro. Volenti o nolenti, il “passato è prologo”.