SM 3302 — Pentimenti nucleari — 2011

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La Gazzetta del Mezzogiorno, 25 marzo 2011 

Giorgio Nebbia nebbia@quipo.it 

“Tutti vivi ad Harrisburg”. Era il titolo ironico di un libro scritto da Dario Paccino nei giorni successivi all’incidente al reattore americano di Three Mile Island, vicino Harrisburg in Pennsylvania nel 1977. Anche allora, come oggi in Giappone, il mancato raffreddamento del nocciolo del reattore provocò un surriscaldamento dei tubi contenenti l’uranio, il plutonio e molti altri elementi radioattivi; si ebbe una dispersione di radioattività all’interno del reattore; si formò idrogeno che esplose danneggiando il reattore che finì così la sua breve vita. Per ironia della sorte poche settimane prima era stato distribuito un film intitolato “Sindrome cinese”, con la brava Jane Fonda, nel quale si narrava l’esplosione di un reattore nucleare per colpa di difetti tecnici noti, ma tenuti nascosti dai costruttori. Dopo l’incidente di Three Mile Island i sostenitori dell’energia nucleare assicurarono che non era successo niente di serio, poco contava se la centrale era distrutta, se si era liberata radioattività! E la stessa tesi sostennero nella commissione governativa costituita in Italia per verificare la sicurezza dei quattro reattori allora in funzione; fummo solo in due a votare contro le conclusioni della commissione e gli eventi successivi ci avrebbero, purtroppo, dato ragione. Negli anni successivi, un incidente dopo l’altro, le quattro centrali italiane furono tutte chiuse. 

Gli anni ottanta del Novecento cominciarono in Italia con lo spavento per l’incidente nucleare di Three Mile Island negli Stati Uniti, ma i governi del tempo, col sostegno di gran parte della sinistra, continuarono con una gran voglia di costruire altre centrali nucleari; alla ricerca di località in cui insediare tali centrali furono indicati Montalto di Castro nel Lazio, dove i lavori cominciarono davvero, Termoli nel Molise, alcune località lungo il Po nel Mantovano e nel Piemonte orientale, Carovigno o Avetrana in Puglia. In ciascuna di queste località i cittadini e le amministrazioni locali, anche in dissenso con le indicazioni dei rispettivi partiti nazionali, cominciarono azioni di protesta. Non si trattava di “non volere” le centrali a casa propria, ma di una critica documentata degli effettivi pericoli associati al funzionamento delle centrali, ai potenziali danni alla salute delle popolazioni circostanti, al fatto che i reattori inevitabilmente si lasciano alle spalle residui radioattivi che nessuno sapeva (e nessuno sa ancora oggi) dove seppellire. “L’energia nucleare non è economica, né pulita, né sicura” era la tesi sostenuta fin dal 1974 da Italia Nostra e fatta propria dalla contestazione degli anni ottanta, dalla Lega per l’Ambiente, nata nel 1980, dai radicali, dai Verdi che nel frattempo erano entrati in Parlamento e in vari consigli comunali. 

Negli anni 1984 e 1985 in molti Comuni italiani si svolsero dei referendum, in cui la posizione antinucleare stravinse, con i voti di iscritti o simpatizzanti di tutti i partiti. Nonostante le critiche, tutti i grandi partiti continuarono a sostenere a livello nazionale i programmi di costruzione delle centrali nucleari, anche se le critiche cominciarono a far breccia anche nel Partito Comunista Italiano che intanto aveva eletto in Parlamento, nelle proprie file, come indipendenti, persone apertamente critiche nei confronti del nucleare. Il fronte filonucleare cominciò a sfaldarsi. Dal 9 al 13 aprile 1986 il Partito Comunista Italiano tenne a Roma il XVII congresso nel quale fu votata, dalla metà dei delegati, una mozione Mussi-Bassolino contro il nucleare. Pochi giorni dopo, il 26 aprile ebbe luogo la catastrofe alla centrale nucleare di Chernobyl nell’allora Unione Sovietica, con conseguente ricaduta della radioattività non solo in Ucraina, ma anche in molti paesi d’Europa, compresa l’Italia.

Ci furono incredibili mutamenti di opinione di tanti esponenti politici che erano stati accesi sostenitori delle centrali nucleari fino a pochi giorni prima, poi rapidamente pentiti e anzi diventati sostenitori del referendum antinucleare che si tenne nel novembre 1987 e che fu vinto a larghissima maggioranza. Ne seguì la chiusura di tutte le centrali nucleari italiane, fu fermata la costruzione di quella di Montalto di Castro, fu abbandonata la partecipazione italiana al reattore francese Superphenix che, in seguito a vari incidenti, fu chiuso nel 1996 (con gravi perdite dei soldi italiani investiti in quella sbagliatissima impresa). Una simile commedia si ebbe quando il governo, con un frettoloso decreto del novembre 2003 decise di sistemare le scorie radioattive italiane in una cava sotterranea a Scanzano in Basilicata. Con una documentata contestazione la popolazione locale denunciò che il sito proposto era inadatto all’impresa e in poco più di un mese, il governo si rimangiò il decreto emanato. 

E siccome la storia non insegna niente, ecco che il governo italiano riprova con la passione filonucleare, stringendo, a partire dal 2009, accordi con l’industria nucleare francese per la costruzione di “alcuni” (forse quattro) reattori nucleari di “terza generazione”. La localizzazione e altre informazioni importanti sarebbero state coperte dal segreto di stato. La legge 99 del 2009 e poi il decreto 31 del 2010, stabilivano con precisione il cammino del processo: nomina di una Agenzia per la sicurezza nucleare, poi indicazione delle possibili localizzazioni sia delle centrali sia del deposito delle scorie radioattive, con una frenetica campagna di propaganda sulla convenienza economica dell’elettricità di origine nucleare e sulla sicurezza delle centrali e delle scorie radioattive, con promesse di soldi ai paesi condannati ad “ospitare” centrali e depositi. 

Quali paesi ? E’ segreto, anche se di tanto in tanto è stato lanciato qualche segnale; un giorno un ministro propose di insediarne una a Termini Imerese nei terreni abbandonati dallo stabilimento Fiat, notizia subito smentita dal governo, e poi ritornano i nomi delle centrali abbandonate a Montalto di Castro o Caorso, con proteste delle Regioni che, alle soglie delle elezioni della primavera 2011, rivendicano il diritto di essere consultate. Alla fine del 2010 è stata depositata una richiesta di referendum per abrogare le norme della legge 99, e il referendum è fissato per il prossimo 12 giugno 2011. 

Intanto ai sostenitori del nucleare non ne va proprio bene una; il 13 marzo sono cominciati gli incidenti ai reattori nucleari di Fukushima in Giappone: surriscaldamento, perdite di radioattività all’interno dei reattori e all’esterno, perdita definitiva dei reattori. L’opinione pubblica è rapidamente passata al dubbio o all’ostilità verso le centrali nucleari, rivelatesi tutt’altro che “sicure”. Dal governo, di giorno in giorno, vengono dichiarazioni contraddittorie: le centrali previste sono “sicurissime”, non ripeteremo l’errore del 1987 (la chiusura dei programmi nucleari); poi, subito dopo, occorre un ripensamento, anzi occorre una pausa di riflessione, anzi occorre una moratoria di un anno (di che cosa ?). 

Questa confusione e questi pentimenti confermano che per le centrali nucleari in Italia non c’è proprio posto, considerando che è possibile rivedere i consumi energetici e che il Sole e il vento, messi correttamente al servizio delle popolazioni, fanno aumentare benessere e occupazione senza incidenti e senza scorie. Questi (sarebbero) i compiti, i doveri, di una politica al servizio dell’economia e della salute.