SM 3294 — Produzione di merci a mezzo di natura — 2011

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In Anna Pacilli (a cura di), “Calendario della fine del mondo”, Napoli, Intra Moenia, 2011, p. 256-265

Giorgio Nebbia nebbia@quipo.it

Non è vero che le merci si producono a mezzo di soldi, e neanche a mezzo di merci: le merci (e i servizi che anche loro, tutti, richiedono oggetti materiali) si producono a mezzo di natura. In maniera analoga a quanto avviene nei cicli biologici, anche i cicli economici consistono nel prelevare dei beni materiali dai corpi naturali — aria, acque, suolo, depositi o stocks di minerali, rocce, combustibili fossili — nel trasformarli in oggetti utili, con inevitabile formazione di scorie e di rifiuti che finiscono nei corpi naturali. Solo capendo come la materia circola in una economia dai corpi naturali ai processi di produzione e di “consumo”, e poi come e dove la materia ritorna nei corpi naturali come scorie e rifiuti, solo così si può capire come funziona una economia

Le merci, gli oggetti “economici” vengono usati dagli esseri umani per ottenere servizi: muoversi, scaldare edifici, nutrirsi, abitare, comunicare, eccetera; dopo l’uso (impropriamente chiamato “consumo”) le merci in parte finiscono come scorie e rifiuti nei corpi naturali, in parte (mezzi di trasporto, edifici, strade, mobili, eccetera) vengono immobilizzate per tempi lunghi o lunghissimi nell’universo degli oggetti fabbricati, negli stocks della tecnosfera che si dilata continuamente.

Alla fine di questa circolazione natura-merci-natura, per esempio alla fine di ogni anno, i corpi naturali vengono impoveriti come massa contenuta e ne viene peggiorata la composizione chimica e fisica. Sono i fenomeni di “alterazione ambientale” che conosciamo con i nomi di inquinamento, impoverimento delle riserve di risorse naturali, erosione del suolo, frane e alluvioni, congestione stradale, eccetera. Tali alterazioni ambientali arrecano danni monetari ai vari soggetti economici di una società, fanno crescere la povertà soprattutto dei soggetti più deboli.

Le leggi per la limitazione dei danni ambientali presuppongono la conoscenza dell’origine e dei caratteri delle modificazioni ambientali: ad esempio chi ha immesso acidi nell’aria ? o metalli tossici nelle acque ? chi ha provocato l’abbassamento delle falde idriche ? Presuppongono cioè la conoscenza della circolazione di materia e di energia nella tecnosfera.

Mentre gli ecologi (bene o male) sanno (possono) redigere una contabilità in unità fisiche (chili di materia, joule di energia) dei (o almeno di alcuni) cicli della natura, i governi e le imprese sanno effettuare soltanto dei calcoli parziali dei flussi di materia e di energia attraverso l’economia, non conoscono l’origine, la quantità e la composizione della maggior parte delle sostanze inquinanti e comunque non sanno fare i loro conti altro che in unità monetarie: quanti euro di materie prime e di lavoro entrano in un processo, quanti euro si ricavano vendendo le merci e i servizi prodotti, quanti euro costa la depurazione degli scarichi o lo smaltimento dei rifiuti.

A dire la verità delle idee sulla circolazione natura-merci-natura erano state avanzate da Quesnay nel XVIII secolo, da Marx e poi da Walras, ma la vera grande svolta si è avuta negli anni venti del Novecento, nell’Unione sovietica, in quel periodo di grandi fermenti e speranze; il governo bolscevico instaurato da Lenin doveva ricostruire un paese devastato dalla guerra e della crisi economica, con industria e agricoltura arretrate, con una popolazione dilaniata da divisioni e odi interni. Non sarebbe stato possibile risollevare l’industria del grande paese, ricco di risorse naturali, non sarebbe stato possibile riportare gli alimenti e le merci nei negozi, senza una pianificazione capace di indicare le priorità produttive: elettricità, carbone, concimi, acciaio, grano, eccetera. E la pianificazione richiedeva la conoscenza di un quadro completo delle produzioni e dei loro rapporti: quanti concimi e trattori occorrono per aumentare la produzione di grano; quanto carbone per aumentare la produzione di acciaio; quanto acciaio per produrre i trattori ?

Per dare una risposta a tali domande Lenin mobilitò i migliori ingegni economici, matematici, tecnico-scientifici del paese (fra cui il giovane Leontief che avrebbe ottenuto il premio Nobel per l’economia proprio per i suoi studi sui flussi intersettoriali nell’economia), per costruire il primo bilancio economico dell’Urss. Visto in prospettiva si trattava di un lavoro gigantesco; occorreva avere attendibili informazioni statistiche, comprendere come ciascun settore economico “vende” merci a tutti gli altri settori e rifornisce, con le proprie tasse, le tasche dello stato; come le famiglie “vendono” il proprio lavoro ai vari settori economici e col ricavato acquistano i beni e i servizi necessari.

Una grande circolazione di denaro e di beni materiali: ciascun settore produttivo e di consumi finali e di servizi “compra” beni fisici da tutti gli altri settori e a tutti gli altri settori “vende” beni fisici: materie prime, energia, metalli, grano, automobili, concimi, tessuti, carne, lavoro, servizi di trasporti, eccetera. E questa gran massa di dati doveva essere rappresentata in una forma matematica adatta a rispondere alla domanda: per far aumentare del 10 percento la produzione di acciaio, di quanto deve aumentare la produzione di minerali, la richiesta di mano d’opera, di quanto aumenteranno i consumi delle famiglie ? Una idea che discendeva dalla trattazione marxiana della “circolazione” e della “riproduzione” dei beni.

Purtroppo una contabilità fisica comporta la necessità di confrontare e sommare “cose” estremamente eterogenee, ferro con patate, macchine con legname, carbone con zucchero, eccetera e di superare problemi di duplicazioni contabili: lo stesso chilo di ferro va contato quando il minerale viene venduto alle acciaierie, quando le acciaierie vendono acciaio alle fabbriche dei trattori, quando l’industria  meccanica vende i trattori al settore dell’agricoltura, eccetera: il chilo di ferro è sempre lo stesso ma viene contato quattro (e magari molte altre) volte.

Davanti a tali difficoltà gli economisti hanno ripiegato sulla redazione di una contabilità in unità monetarie sulla base delle quali è stato elaborato, con opportuni artifizi contabili, intorno al 1940, il concetto di “prodotto interno lordo”, quel PIL di cui i governanti seguono con ansia l’aumento o la diminuzione. Al fine di evitare duplicazioni, il PIL annuo è stato definito come la somma della quantità di denaro che arriva ai settori dei “consumi” finali delle famiglie e dei servizi, più la quantità di denaro che viene investita per macchinari, edifici, eccetera, a vita media e lunga, più il costo delle merci e dei servizi esportati, meno il prezzo delle merci e dei servizi importati.

Peraltro “processi” di produzione e di consumo, anche quelli apparentemente immateriali, descritti dagli scambi monetari, sono accompagnati, come si è già accennato, non solo dal movimento di migliaia o milioni di tonnellate di minerali, fonti energetiche, prodotti agricoli e forestali, metalli, merci, eccetera, per cui si paga un prezzo, ma anche dal movimento di una quantità, molte volte maggiore, di molti altri beni materiali tratti dalla natura. Dalla natura “si acquistano” senza pagare niente, l’anidride carbonica necessaria per la fotosintesi dei vegetali e l’ossigeno indispensabile per la respirazione animale e per le combustioni industriali, o i sali del terreno necessari per la crescita delle piante; inoltre, nei vari processi vengono generate molte altre cose, come l’anidride carbonica e gli altri gas che finiscono nell’atmosfera, o le sostanze liquide e solide che finiscono nelle acque o sul suolo alterando i caratteri e la futura utilizzabilità di questi corpi naturali, spesso senza che venga pagato alcun risarcimento a nessuno.

Ci si è allora accorti che per qualsiasi politica ambientale — l’applicazione di strumenti come imposte sui rifiuti (la carbon tax è un esempio), o di divieti alle emissioni, o di incentivi per tecnologie pulite — è indispensabile conoscere la “storia naturale delle merci”, cioè sapere da dove ciascun agente inquinante viene e dove va a finire. Ciò possibile soltanto integrando le contabilità nazionali in unità monetarie, con una contabilità in unità fisiche che indichi non solo le tonnellate di materia o i chilowattora di energia che passano da un settore economico all’altro, dall’agricoltura, all’industria, ai consumi finali, ma anche i flussi di materiali tratti dalla natura senza pagare niente e utilizzati nei processi di produzione e di consumo, e i flussi di materiali che, provenienti da tali processi economici, finiscono come scorie o rifiuti nei corpi riceventi naturali.

La redazione di una contabilità nazionale in unità fisiche, di peso e di energia, comporta, ingigantiti, i problemi di evitare la duplicazione degli scambi e quelli ancora più grandi di sommare e moltiplicare cose tanto eterogenee, come acciaio e conserva di pomodoro, automobili e carta, latte e vetro, eccetera.

D’altra parte una contabilità in unità fisiche appare come l’unico metodo capace di attenuare la fallacia di tutti gli altri indicatori, a cominciare dal prodotto interno lordo, quel numero che dovrebbe misurare la quantità di denaro che attraversa un’economia in un anno sotto forma di merci, di salari, di consumi, di imposte, di servizi. Solo per fare un esempio nel prodotto interno lordo dell’Italia, circa 1.500 miliardi di euro nel 2009, non figurano circa 300 miliardi di euro di denaro che non viene contabilizzato — pudicamente chiamato di “economia non osservata” — ma che circola ugualmente sotto forma di evasione fiscale, di profitti di attività criminali, corruzione nazionale e internazionale, eccetera, e viene impiegato dai frodatori e criminali per acquistare cose materiali come case e merci e motoscafi e alberghi.

E nei 1.500 miliardi di euro non sono compresi i costi personali, i dolori, le perdite dovuti ad alluvioni, incidenti stradali e sul lavoro. Anzi, alcuni di questi costi, figurano, ma dalla parte rovesciata: il reddito degli sfasciacarrozze e dei fabbricanti di casse da morto per le vittime di incidenti e frane e avvelenamenti fanno aumentare il PIL “grazie” a dolori e perdite umani.

E nel PIL non figurano tutte le cose che i governi non misurano, la sabbia estratta abusivamente dai fiumi, i rifiuti tossici nascosti nel sottosuolo, i gas velenosi immessi nell’aria, eccetera, che compaiono invece nella contabilità in unità fisiche. Tanto che c’è seriamente da chiedersi che cosa intende dire un governo quando afferma che il PIL è aumentato del mezzo o del due “per cento” in un anno, dal momento che non sa a che cosa si riferisce il “cento” e che tale “cento” comprende soltanto una frazione del denaro che attraversa un’economia e comunque una frazione del reale benessere di un popolo.

Vari studiosi hanno proposto di sostituire la contabilità nazionale in unità monetarie con una contabilità in unità fisiche, cioè con la misura della massa dei materiali — tratti dalla natura, trasformati dal lavoro umano e restituiti poi come scorie alla natura — che “attraversano” un’economia, una contabilità che, per l’ineluttabile principio di conservazione della massa deve essere in pareggio: non ammette evasioni, o frodi perché anche il denaro illegale, che sfugge al PIL, viene pure investito in edifici, macchinari, merci, automobili, battelli, eccetera, che richiedono un movimento fisico di pietre, cemento, mattoni, minerali, fonti di energia, acciaio, plastica, eccetera, movimento che può sfuggire nei conti in denaro ma non può sfuggire nella sua forma fisica, naturale. Non a caso Marx, nella “Critica del Programma di Gotha”, ricorda che la natura è la fonte dei valori di uso e che di essi consta la reale ricchezza.

La redazione di una contabilità nazionale in unità fisiche richiede la soluzione di grossi problemi pratici. Per far quadrare i conti bisogna avere informazioni statistiche sulle entrate e uscite di materiali, in unità di chili o tonnellate, per ciascun settore di attività: agricoltura, industrie, servizi, trasporti, consumi finali delle famiglie, comprese le materie tratte (gratis) dall’aria o dal suolo o sottosuolo, comprese le materie immesse come rifiuti o scorie nell’aria, nelle acque, nel suolo. Per definizione, in ciascun settore economico entra esattamente la stessa quantità di materia che esce dallo stesso settore economico verso gli altri settori, verso i consumi finali e verso i corpi naturali, tenendo naturalmente conto delle importazioni ed esportazioni e della massa di materiali a vita lunga — il cemento e il tondino degli edifici, il bitume delle strade, l’acciaio dei mezzi di trasporto, dei treni, delle rotaie e dei ponti, i mobili e gli arredi domestici, gli elettrodomestici, eccetera — che restano “immobilizzati” come stocks “dentro” l’economia, dentro la “tecnosfera”, per un periodo di tempo più lungo dell’anno a cui si riferisce generalmente l’analisi.

L’esame delle tavole intersettoriali in unità fisiche spiega bene fenomeni noti spesso solo qualitativamente: le attività “economiche” comportano un impoverimento delle riserve di beni “naturali” — materiali di cava e miniera, fertilità del suolo, risorse idriche — e un peggioramento della qualità dei corpi riceventi ambientali: aria, acqua, suolo. Informazioni fondamentali per la politica ambientale, per identificare i settori da cui provengono le scorie inquinanti e per fargli i pagare i danni ambientali, per incentivare usi e materiali alternativi a quelli esistenti, divieti di scaricare rifiuti nei corpi riceventi naturali, per orientare produzione e consumo di materiali e merci, eccetera.

La contabilità in unità fisiche è l’unico sistema in cui non si possono fare sbagli, né imbrogli, né omissioni, a condizione di disporre di dati statistici adeguati che devono essere cercati con pazienza e abilità, superando gravi vuoti di informazione intenzionali (segreti commerciali o militari) o mancanza di rilevamenti, talvolta anch’essi intenzionali. Ad esempio la conoscenza della effettiva massa di rifiuti è impedita dalla continua modificazione delle denominazioni dei vari tipi di rifiuti, indicati nei documenti ufficiali talvolta come “rifiuti”, talvolta come “materie seconde”, talvolta come fonti di energia “rinnovabili”; il trasferimento di molte “competenze” (si fa per dire) alle regioni e ad enti locali (privi, talvolta intenzionalmente, di adeguate strutture di rilevamenti statistici) impedisce di avere esatte informazioni sui flussi di materiali estratti dalla cave, sui prodotti agricoli, sui prelevamenti di acqua. A questo si aggiungano le mancanze di informazioni sulle importazioni e esportazioni clandestine, sulle denunce fraudolenti di produzioni agricole e industriali, sui segreti relativi ai commerci di materiali militari, eccetera. Tanto meno le imprese e le loro organizzazioni forniscono dati esaurienti e attendibili sui flussi di materiali coinvolti nel loro operare — e fanno male, perché migliori conoscenze sui bilanci di massa e energia dei loro cicli produttivi gli farebbe bene ai fini della efficienza, competitività e sicurezza.

Sulla base di una contabilità fisica dei flussi dell’economia è possibile elaborare la valutazione di un “prodotto interno materiale lordo” (PIML), con lo stesso criterio con cui viene misurato il PIL in unità monetarie. Per l’Italia nel 2009 si tratta di un valore di circa 850 milioni di tonnellate, pari a circa 550 chili per 1000 euro di PIL, poco meno di 15 tonnellate per persona all’anno. Questo significa che ogni persona in Italia, per mangiare, abitare, muoversi, lavorare, guardare la televisione o andare a spasso, richiede ogni anno circa duecento volte il proprio peso di materiali, provenienti dall’aria, dalle cave, dalle attività agricole e industriali e dalle importazioni, poi restituiti come gas, liquidi o rifiuti solidi nell’ambiente naturale, o immobilizzati “dentro” l’universo degli oggetti materiali, che così si dilata, anno dopo anno.

Una contabilità nazionale in unità fisiche permette di risolvere molti problemi importanti per l’economia e per l’ambiente, fra cui la parziale emersione di una parte dell’economia “non osservata”. Oltre che a livello di singoli stati, è possibile redigere una contabilità dei flussi annui di materiali che attraversano una regione o una città anche per capire quanto “peso” la regione o la città può sostenere e quando il flusso di materiali diventa insostenibile. A maggior ragione la conoscenza del flusso di materiali fra paesi del Nord del mondo e paesi del Sud del mondo aiuterebbe a comprendere l’origine di molte disuguaglianze negli scambi internazionali, la forma in cui un paese porta via da un altro paese, in cambio di limitate quantità di denaro o magari anche in cambio di niente, grandi masse di materiali — acqua, prodotti agricoli, o forestali, minerali — che nel paese imperialista si trasformano in merci e macchinari e in ricchezza monetaria.

In Germania il movimento “Politica e cultura” www.puk.de, addirittura ritiene che l’elaborazione di una contabilità fisica, in unità di massa e di ore di lavoro, una specie di “vendetta di Marx”, possa dare un contributo alla ricerca di un socialismo per il XXI secolo e alla fine del capitalismo globale. E del resto le tavole intersettoriali dell’economia sono ben state inventate proprio nel 1921, all’alba della pianificazione sovietica.