SM 3235 — Nonviolenza alla natura — 2010

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COI PIEDI PER TERRA, Supplemento de “La nonviolenza è in cammino“, Numero 356 del 16 settembre 2010

Giorgio Nebbia nebbia@quipo.it

 Vivere e operare secondo la nonviolenza significa identificare le forme della violenza e cercare di eliminarle. La nostra società è piena di violenza; alcune forme sono ben visibili: quella delle armi, della guerra, dell’oppressione esercitata da popoli o comunità forti su quelle deboli, dei ricchi sui poveri. Ma ci sono altre forme meno visibili, ma altrettanto “violente”, associate ad azioni apparentemente virtuose. Che cosa c’è di più virtuoso del soddisfare i bisogni materiali degli esseri umani, i bisogni di cibo, di benzina, di automobili, di abitazioni ? Oppure di aiutare, con la pubblicità, le persone a conoscere merci e servizi che promettono la felicità ? Eppure anche queste azioni virtuose hanno un contenuto di violenza sotto vari aspetti. 

Tanto per cominciare, la divinizzazione delle merci porta ad una schiavitù per cui ogni persona si dente costretta a conquistare denaro per soddisfare sempre nuovi bisogni. L’attuale sistema economico, ormai adottato in tutto il mondo, anche in quella parte che aveva conosciuto il sistema comunista, s’ingegna di procurare alle persone sempre nuovi bisogni per costringerle a nuovi sacrifici, per ridurle ad una nuova dipendenza e spingerle ad un nuovo modo di godimento e quindi di rovina economica, costringendo ciascuna persona a possedere più delle altre per trovarvi la soddisfazione del proprio bisogno egoistico. 

Con la massa degli oggetti cresce la sfera degli esseri estranei, ai quali le persone sono soggiogate, ed ogni nuovo prodotto è un nuovo potenziamento del reciproco inganno e delle reciproche spogliazioni. Ogni persona diventa tanto più povera come persona, ha tanto più bisogno del denaro, per impadronirsi dell’essere ostile, e la potenza del suo denaro sta in proporzione inversa alla massa delle merci disponibili. 

Per soddisfare il bisogno di denaro molte, la maggior parte delle, persone sono disposte a rinunciare al soddisfacimento dei veri bisogni, di istruzione, di salute, di solidarietà con altri, anzi a sopraffare gli altri in una continua gara di supremazia attraverso il possesso delle merci. Senza contare che le armi, i primi strumenti di violenza, sono esse stesse merci, prodotti industriali e di commercio, “merci oscene”. 

La conquista delle merci nasconde un secondo volto della violenza. Ogni merce si può ottenere soltanto portando via dalla natura — anche da quei territori della natura che non dovrebbero avere padrone, ma che in realtà sono diventati “proprietà” di singoli, imprese, stati, si pensi alle miniere, ma anche alle spiagge, ai boschi, agli animali “addomesticati”, eccetera — dei beni fisici, materiali che vengono poi trasformati in merci mediante i processi produttivi. Tali processi hanno un contenuto di violenza sia sotto forma di lavoro, spesso pericoloso, talvolta mortale, sia sotto forma di inquinamento dell’ambiente con le scorie dei vari processi. Infine le merci diventano oggetti di “consumo”. Ma che dico ? di “uso temporaneo”, perché noi non consumiamo niente e tutto quello che entra nel processo di uso diventa ben presto scorie o rifiuti o materiale accumulato nella tecnosfera, nell’universo degli oggetti fabbricati. 

Mentre “le leggi” riconoscono, e puniscono, la violenza di una persona che si appropria dei beni di un’altra persona, nessuna legge riconosce la violenza di singole persone o imprese o stati, ancora contro i beni collettivi sotto forma di contaminazione o inquinamento di acque, mare, aria, fiumi, eccetera, beni che non dovrebbero avere padrone. Una violenza che si manifesta con danni al prossimo vicino, inquinato con i fumi e i rifiuti dell’energia e delle merci consumate, a quello lontano nello spazio, che non avrà acqua bevibile perché fiumi e pozzi sono stati contaminati dalle scorie delle merci usate dai paesi a monte, talvolta lontano centinaia di chilometri, e al prossimo del futuro, che avrà meno risorse naturali “godibili” e che dovrà, anche a distanza di anni e di secoli, fare i conti con risorse naturali impoverite dal successo merceologico delle generazioni precedenti, dalle modificazioni del clima provocate dai gas immessi nell’atmosfera decenni prima, dalle scorie radioattive persistenti, residuate dalle attività nucleari militari e commerciali di secoli o millenni prima. 

Il contenuto di violenza nascosto nelle merci si può svelare soltanto cercando di ricostruire le catene di rapporti fra i beni della natura, i processi di produzione e di “consumo” delle merci, e il ritorno delle merci usate nei corpi ambientali naturali che vengono così contaminati. Risale a mezzo secolo fa la primavera sia della nonviolenza sia dell’ecologia, intese entrambe come ricostruzione, nello stesso tempo, della solidarietà fra gli esseri umani e fra gli esseri umani e la natura. L’ecologia si rivelava quindi come nonviolenza nei confronti della natura e in questo stava il suo contenuto rivoluzionario iniziale. Ben presto il potere economico ha “correttamente” riconosciuto tale potenziale rivoluzionario e ben presto l’ecologia si è ridotta ad un melenso invito a non buttare la carta per terra, a spegnere la lampadina quando si esce da una stanza, a non sparare alle tigri, o a una forma di blanda correzione delle violenze dei processi di produzione e di consumo, sempre nel rispetto delle correnti e violente regole dell’economia. 

La “giornata della nonviolenza” invita quindi a recuperare anche i valori dell’ecologia intesa come nonviolenza alla natura e “quindi” agli esseri viventi, come educazione al rispetto della vita stessa, per usare le celebri parole di Albert Schweitzer.