SM 3220 — Una genizah italiana — 2010

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La Gazzetta del Mezzogiorno, sabato 24 luglio 2010 

Giorgio Nebbia nebbia@quipo.it

Quelli che noi chiamiamo rifiuti sono sostanzialmente delle merci, degli oggetti, che, dopo un uso più o meno lungo, non servono più e vengono buttati via. Mentre da una parte c’è una affannosa ricerca di mezzi per sbarazzarsi dei rifiuti, seppellendoli nel terreno o bruciandoli o decomponendoli per via fisica, chimica o microbiologica, o recuperando alcune delle loro componenti, alcuni cominciano a considerare i rifiuti come beni culturali e a studiarli per trarne informazioni sulla storia del tempo in cui sono “vissuti”.

La maggior parte dei miliardi di tonnellate (letteralmente) di rifiuti delle società del passato è scomparsa, ma qualcosa continua a vivere, restituendoci la storia di come sono stati fabbricati, di chi li ha fabbricati, di chi li ha usati e di come sono stati usati. C’è già del materiale per una qualche cattedra universitaria di “rifiutologia storica”: le scorie delle fonderie di rame nel Sinai o di ferro nell’isola d’Elba forniscono informazioni sulla tecnologia dei loro tempi, 3000 o 2500 anni fa; la discarica di rottami del “Testaccio” a Roma fornisce informazioni sulla tecnica di cottura delle argille 2000 anni fa e anche il nome di alcune “ditte” del tempo.

E del resto non siamo stati noi a inventare la raccolta differenziata e il riciclo dei rifiuti; tutte le società del passato mettevano da parte gli oggetti usati in vista di un riutilizzo successivo e le discariche di cose usate sono spesso state fonti di cose utili e sempre di informazioni sulle condizioni di vita del passato. Negli Stati Uniti esistono addirittura gruppi di ricerca che analizzano le discariche dei decenni passati per riconoscere come erano le merci e gli oggetti che sono stati buttati via. 

Il massimo della fortuna per chi si occupa di storia dei rifiuti si ha quando ci si imbatte in mucchi di “cartacce” che si sono salvati dalla naturale decomposizione delle pergamene o della carta. Uno dei suggestivi esempi è offerto dalla scoperta delle genizot (plurale di genizah), depositi di manoscritti ebraici: secondo la religione ebraica non si può distruggere nessun testo in cui compaia il nome di “Dio”; poiché è probabile che tale nome figuri anche in lettere o scritti commerciali, oltre che in testi religiosi e scientifici, per precauzione i manoscritti venivano sepolti nei cimiteri o messi da parte in speciali magazzini, le genizot, appunto. In molti casi di tali magazzini si è perso il ricordo o i testi si sono decomposti; nel clima arido e secco dell’Egitto se ne è salvato uno ricchissimo che è stato gelosamente recuperato e studiato fornendo incredibili informazioni sui rapporti che nel medioevo le comunità ebraiche in Africa, in Mesopotamia, in Europa, avevano fra loro.

La genizah del Cairo conteneva oltre 200.000 testi o frammenti che sfortunatamente sono andati dispersi in varie biblioteche nel mondo; molti sono stati studiati, tradotti e pubblicati dal prof. Shlomo Goitein (1900-1985): si tratta di testi sacri, ma anche di documenti commerciali, fatture, pareri espressi dai sapienti, gaon, su questioni giuridiche, matrimoni, eredità, eccetera, manuali di medicina. Molti documenti commerciali sono scritti in arabo con caratteri ebraici.

All’inizio del Novecento è stata fatta un’altra fortunata scoperta: le varie persecuzioni subite dagli Ebrei in Europa si concludevano con espulsioni, torture e sempre con l’ordine di distruggere tutti i libri, sacri e no, in caratteri ebraici (anche quando gli “inquisitori” non sapevano che cosa c’era scritto), nell’ossessivo timore che contenessero affermazioni anticristiane. I libri dovevano essere bruciati pubblicamente e spesso la distruzione era data in appalto a cristiani; qualcuno di questi ha scoperto che i testi da bruciare erano scritti su pesanti pergamene, una merce rara e costosa, e che invece di bruciarli — gli affari sono affari — era meglio riutilizzare le pergamene per la rilegatura di libri. Grazie a questi intraprendenti rilegatori è stato salvato un patrimonio grandissimo di testi ebraici che ora vengono recuperati e studiati e forniscono eccezionali informazioni sulla vita delle comunità ebraiche in Europa: una vera e propria genizah italiana.

Molti libri rilegati con pergamene ”di recupero”, riciclate, si trovano nelle biblioteche e negli archivi italiani e sono oggetto di un importante progetto di ricerca guidato dal prof. Mauro Perani, titolare di una speciale cattedra nell’Università di Bologna. I preziosi manoscritti devono essere recuperati con delicate operazioni di scomposizione delle rilegature e di distacco, pezzo per pezzo, delle pergamene; molti manoscritti sono stati tagliati perché i rilegatori dovevano adattarli alla dimensione dei libri da rilegare; in qualche pergamena una parte dei testi è stata grattata via per poterla rivendere come nuova a maggior prezzo.

La lettura dei resoconti di queste ricerche è affascinante perché ogni manoscritto presente in una rilegatura offre sorprese: ogni testo contiene, infatti, differenti modi di scrittura, differenti testi e commenti ed è possibile riconoscere se un manoscritto, trovato, che so, a Modena, è arrivato in Europa dalla lontana Spagna o da altre parti d’Italia. In alcuni casi si tratta di copie del Talmud, il più diffuso testo religioso, in altri casi sono contenuti altri testi sacri, ma anche opere scientifiche e di medicina o rapporti commerciali, scritti nei vari “dialetti” usati dagli Ebrei. Gli studiosi rimettono insieme i testi di diverse opere sulla base della somiglianza della scrittura o del contenuto; così capita che un brano di un testo si trovi nella rilegatura di un libro presente nell’archivio di una città e un altro brano dello stesso manoscritto si trovi nella rilegature di un libro presente nella biblioteca di un’altra città.

Nel complesso sono stati “schedati” più di sei mila frammenti dispersi per lo più nelle città del Nord, dove la Controriforma e la sua Inquisizione sono state particolarmente attive: i tremila frammenti trovati a Modena fanno di questa città, come ha scritto il prof. Perani, il più grande giacimento di manoscritti ebraici riciclati esistente nel mondo; seguono in Emilia Romagna le scoperte fatte a Bologna, Nonantola, Imola; oltre seicento frammenti sono stati trovati nelle Marche a Pesaro, Cagli, Macerata, Urbino; quasi quattrocento in Lombardia a Cremona, Pavia, eccetera. I rifiuti e il loro riciclo si presentano, anche in questa occasione, dei beni culturali ai quali si è prestata finora troppo poca attenzione.

Nel testo presente in questo link, http://www.humnet.unipi.it/medievistica/aisg/AISG_05Materia/VI2p191_220.pdf, alle pagine da 20 in avanti, si trovano varie immagini di frammenti di manoscritti recuperati dalle rilegature di libri presenti nell’archivio comunale di Bazzano, cittadina alla periferia di Bologna; nelle figure 2b (pagina 20) e 4b (pagina 22) appaiono chiari i tagli che il rilegatore ha fatto per adattare la pergamena al formato del libro da rilegare.