SM 3198 — Petrolio nel Golfo del Messico — 2010

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Liberazione, 12 maggio 2010

Giorgio Nebbia nebbia@quipo.it

Un buco a 1500 metri di profondità, nel Golfo del Messico, da venti giorni senza interruzione lascia uscire un migliaio di tonnellate al giorno di petrolio che sale in superficie e si sta stendendo sul mare e si trascina, spinto dal vento e dalle correnti tropicali, verso le coste meridionali degli Stati Uniti. Che fare ? A 1500 metri di profondità l’acqua sovrastante ha una pressione di 150 atmosfere che impedisce alla maggior parte dei veicoli sottomarini di andare a intervenire direttamente; le perdite dei pozzi di petrolio terrestri possono essere chiusi facendo esplodere cariche di dinamite alla bocca del pozzo, ma il metodo non è stato finora applicato a grandi profondità nel mare. Sembra difficile coprire con una “campana” il buco del pozzo e inefficaci si sono rivelate le barriere galleggianti stese per impedire l’arrivo del petrolio sulle coste.

Forse si può sperare che la pressione di uscita del petrolio diminuisca o si può scavare un altro pozzo da cui prelevare la massa del petrolio del giacimento. I danni possono essere un po’ attenuati spargendo nel petrolio degli agenti chimici che lo disperdono in fini gocce nel mare. L’incidente del Golfo non è soltanto un disastro ambientale, un pericolo per alcuni animali allo stato naturale, per tratti di riserve naturali, le cose che commuovono gli animi ecologisti dei lettori dei giornali; e non soltanto un disastro economico con migliaia di posti di lavoro a rischio, con miseria per famiglie in una delle “terronie” del grande paese americano, abitata da minoranze etniche povere e sottosviluppate. L’incidente è uno dei simboli della fragilità della nostra società contemporanea globale e invita a interrogarci sul nostro futuro energetico, che vuol dire futuro umano e sociale.

Una società che nel nord ultraconsumistico, nei grandi paesi asiatici che si stanno affacciando alla ultramodernità, che nei paesi poveri cerca di sopravvivere in un mondo basato sul denaro, è da decenni drogata di petrolio e di idrocarburi. 150 anni fa, quando Garibaldi si preparava a partire per la Sicilia e l’Italia stava per diventare un paese unito, in un paesino della Pennsylvania Edwin Drake scopriva che da un pozzo scavato a poche diecine di metri di profondità non usciva acqua salata, come sperava, ma un liquido nero untuoso, il petrolio, fino allora estratto da pochi pozzi in Russia. La trivella, il “derrick” di Drake mostrava al mondo che nel suo sottosuolo la Terra offriva una materia che si sarebbe rivelata la più importante fonte di energia.

Barsanti e Matteuci avevano inventato un motore a combustione interna che avrebbe potuto azionare pompe e veicoli, ma la loro invenzione sarebbe rimasta nella sua infanzia se non fosse arrivato, qualche anno dopo, un carburante liquido ottenuto per distillazione del petrolio. Da allora è stata una corsa senza fine verso l’estrazione di petrolio dovunque, negli Stati Uniti ma anche in Medio Oriente, in Romania e Russia, da qualche parte della nostra stessa Italia, nel Mare del Nord, eccetera, fonte di guerre, di sopraffazione e di ricchezze sterminate. I numeri parlano da soli: nel mondo oltre quattro miliardi di tonnellate di petrolio sono estratti e richiesti ogni anno; la quotazione del greggio è attesa con ansia ogni giorno da milioni di persone, terrorizzate se sale trascinandosi dietro il prezzo dell’adorato gasolio o benzina alla “pompa” sotto casa, prima di andare al lavoro con l’automobile, la scatola metallica che ci domina.

Il fatto è che, senza che nessuno ne parli i pozzi sulla terraferma in molti paesi si sono esauriti o si stanno esaurendo per cui bisogna andare a cercare petrolio in terre lontane e ambienti ostili dal punto di vista naturale e politico; scavando pozzi nelle lontane terre ghiacciate, nei deserti, nelle paludi africane, nel fondo del mare, dapprima a poche centinaia di metri, poi a sempre maggiori profondità, su piattaforme in cui migliaia di sconosciuti lavoratori nel mondo spingono le trivelle nel sottosuolo marino, fra le tempeste o il clima torrido, condannati ad ascoltare senza pausa il rumore delle pompe che trasferiscono il petrolio nelle tubazioni o nelle navi cisterna.

Cominciamo a rivolgere un pensiero anche a questi sconosciuti lavoratori che forniscono il sangue che circola nella nostra società; senza di loro e senza petrolio non avremmo il chiacchiericcio dei telefonini, la televisione, le autostrade, non si muoverebbero nel mondo gli ottocento milioni di autoveicoli e gli aerei e le navi che trasportano persone e merci attraverso terre, continenti, oceani e cieli: ci accorgiamo di questi lavoratori e dell’esistenza di una classe operaia quando succede un incidente, quando i lavoratori muoiono in mezzo al mare, compagni di sventura delle centinaia di migliaia, 1500 solo in Italia, che ogni anno muoiono nelle miniere di carbone, nei cantieri, nei campi e nelle foreste.

Se continueremo a dipendere dal petrolio, dovremo accettare una crescente insicurezza nei rifornimenti e il prezzo internazionale degli idrocarburi aumenterà sempre, trascinandosi dietro gli aumenti del prezzo delle merci e dei servizi, crescenti sacrifici per le classi a più basso reddito. I ricchi per ora ridono, ma anche loro un giorno piangeranno se le masse povere si ribelleranno alla loro miseria, premeranno alle frontiere dei paesi opulenti compromettendo la loro sicurezza. Dalla schiavitù del petrolio non ci salveranno il carbone con i suoi pericoli e inquinamenti, il nucleare con i suoi costi e pericoli e rifiuti radioattivi per millenni; forse qualche soluzione verrà dalle materie ed energie rinnovabili derivanti dal Sole.

La vera salvezza va cercata, in nuovi rapporti sociali, in una critica del capitalismo e del liberismo che hanno intossicato ricchi e poveri per tanti decenni, in un intervento pubblico e collettivo nelle scelte delle fonti di energia, della quantità e della qualità delle merci prodotte e consumate. Va cercata in una visione lungimirante che spinga tutti i paesi, a cominciare da quelli industriali, a utilizzare le limitate risorse energetiche e minerarie e agricole disponibili per risolvere prima di tutto i problemi umani dei paesi poveri: Se non lo si vuole fare per amore del prossimo, lo si dovrà fare per egoismo, per evitare che il furore dei poveri travolga la già insicura insicurezza dei ricchi.