SM 3175 — Metano e effetto serra — 2010

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La Gazzetta del Mezzogiorno, martedì 9 marzo 2010

Giorgio Nebbia nebbia@quipo.it

Che ambiente fa ? Non tanto buono perché il problema dei cambiamenti climatici che provocano un riscaldamento planetario si complica ogni settimana; le bizzarrie dell’inverno che sta passando, a rigore fra due settimane ne siamo fuori, ha rinfocolato il dibattito sul riscaldamento globale. Ed ecco che nel fascicolo proprio di sabato scorso, 5 marzo, la rivista americana “Science”, che generalmente fornisce notizie abbastanza controllate, ha pubblicato il resoconto di uno studio condotto da ricercatori americani e russi secondo cui il metano ci si mette anche lui, più di quanto si pensasse, a modificare il clima della Terra. I termini generali del problema sono noti: varie cause stanno facendo cambiare la composizione chimica dell’atmosfera, quella “congregazione di vapori”, come diceva Amleto, che circonda la sfera terrestre su cui viviamo e che regola la quantità di calore che entra e che esce su e dagli oceani e terre emerse.

La storia geologica della Terra, estesa per circa quattromila milioni di anni, quaranta milioni di secoli, un milione di volte il tempo intercorso fra l’impero dei faraoni di Egitto e oggi, ha visto continuamente dei cambiamenti della superficie e del livello dei mari e dei continenti e dei ghiacci. A questa fantastica e affascinante storia naturale della Terra hanno contribuito sia la composizione chimica dell’atmosfera, sia i movimenti delle rocce calde interne del pianeta, quelle che ancora oggi fanno sentire in loro scuotimenti sotto forma di terremoti e eruzioni vulcaniche. A noi questa storia interessa poco, rispetto a quanto avviene intorno a noi durante la nostra vita che raramente supera un secolo; a noi interessa più che altro il tempo che farà domenica prossima o al più la prossima estate se vogliamo andare in vacanza al mare o il prossimo inverno se vogliano andare a sciare.

Eppure anche il clima a breve termine è influenzato da lenti giganteschi fenomeni di cui siamo capaci di vedere soltanto alcuni aspetti, anche se ciascuno di noi, inconsapevolmente vi contribuisce. Per esempio al riscaldamento planetario ciascuno di noi contribuisce con l’immissione nell’atmosfera di qualche chilo o di qualche tonnellate all’anno di anidride carbonica, quella che esce dalle caldaie delle case e dai tubi di scappamenti delle automobili o dai camini delle centrali termoelettriche e delle fabbriche che producono i “beni”, le merci della nostra vita quotidiana.

Nel mondo ogni anno circa 30 miliardi di tonnellate di anidride carbonica finiscono nell’atmosfera e di queste circa la metà va ad aggiungersi a quella che già esiste, provocando un aumento della concentrazione di questo gas. Oltre all’anidride carbonica l’altro importante gas responsabile del riscaldamento globale è il metano, la piccola molecola, appena un atomo di carbonio e quattro atomi di idrogeno, quello che è presente nel gas naturale. Tutto il metano che si può, viene catturato come fonte di energia, ma grandi quantità di metano finiscono ugualmente ogni anno nell’atmosfera; a parità di peso il metano ha un effetto “riscaldante” del clima circa 25 volte superiore a quello dell’anidride carbonica; in compenso il metano si trattiene nell’atmosfera meno dell’anidride carbonica e in parte viene eliminato per ossidazione nell’atmosfera. Il metano proviene da varie fonti: le risaie producono metano e metano si forma nelle putrefazioni naturali e nelle paludi; lo aveva scoperto agli inizi del 1800 Alessandro Volta (1745-1827); il metano proviene dalle fermentazioni dei ruminanti, bovini, pecore, capre.

Comunque la quantità di metano immessa ogni anno nell’atmosfera ammonta a circa 0,6 miliardi di tonnellate e la quantità che resta trattenuta nell’atmosfera aumenta ogni anno di quasi un milionesimo del peso dell’intera atmosfera. Coloro che negano l’origine antropica dei mutamenti climatici hanno buon gioco nel dire che i ruminanti  e le paludi e le risaie da milioni di anni immettono metano nell’aria e che, almeno per quanto riguarda il metano, il contributo delle attività economiche umane è irrilevante. Invece l’inquinamento atmosferico da parte del metano sta aumentando proprio come conseguenza delle attività umane perché sono aumentate sia l’estensione delle terre coltivate sia la popolazione degli animali, allevati su scala intensiva per produrre carne e latte. A questo si aggiungono il metano che va perduto dai pozzi di gas naturale e il metano che si libera dalle discariche dei rifiuti, in aumento ogni anno, e anche dalle miniere di carbone abbandonate.

La ricerca apparsa su “Science”, di cui si parlava prima, ha messo in evidenza che altro metano si sta liberando in seguito alla fusione di crescenti masse del ghiaccio permanente (permafrost) artico nel quale, da lontani tempi geologici, è “intrappolato” del metano. Siamo così davanti ad una reazione a catena: l’aumento della temperatura planetaria, dovuto per quasi il 20 percento alle immissioni di metano, fa fondere una crescente massa di ghiacci permanenti che fanno finire nell’atmosfera crescenti quantità di metano che fa aumentare la temperatura terrestre per cui altri ghiacciai fondono, e così via.

L’attenzione per il riscaldamento globale e il conseguente dibattito hanno come sottoprodotto il moltiplicarsi di ricerche sul “funzionamento” di questo nostro pianeta e anche sul “funzionamento” delle economie umane, così direttamente legate, con i loro commerci, alle modificazioni dell’ambiente naturale. E anche aumenta (dovrebbe aumentare) l’attenzione della politica per fatti che sono ben più importanti dei pettegolezzi e ripicchi.. La nostra società ha stretto con il Faust del ventunesimo secolo un patto: lui ci assicura crescenti quantità di merci e di energia e di ricchezza e di comodità e in cambio esige una crescente perdita di vite umane, di vero benessere e di natura in seguito agli inquinamenti inevitabilmente associati ai doni che ci offre. Che sia il caso di ripensare al nostro futuro ?