sm 3173 — costa meno prevenire — 2010

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La Gazzetta del Mezzogiorno, martedì 2 marzo 2010

 Giorgio Nebbia nebbia@quipo.it

“Stato di calamità naturale” è una frase che è stata ripetuta spesso negli ultimi tempi, per i terremoti, le alluvioni, le frane come quelle recentissime in Sicilia e Calabria, per l’inquinamento atmosferico in Lombardia, per l’inquinamento dei fiumi Lambro e Po nella Valle Padana. E la frase significa soldi che devono essere tratti dai fondi dello Stato, quindi dalle tasche dei cittadini, ma anche maggiori spese private, soldi necessari per la bonifica delle terre contaminate, per le ore e la salute perdute nel traffico, per la filtrazione delle acque, per la riparazione e ricostruzione di strade ed edifici, eccetera. Il nostro è un territorio che sta diventando sempre più fragile, dal nord al sud, con uno stato e dei governi sempre più distratti nei confronti di quello che succede sulla base fisica, materiale, del paese.

Eppure c’è stata una breve stagione, una primavera dell’ecologia, negli anni fra il 1968 e il 1973, in cui sembrava che si prestasse attenzione alla frase del premio Nobel per la pace Albert Schweitzer (1875-1965), “L’uomo ha perso la capacità di prevedere e prevenire; finirà per distruggere la Terra”, ripetuta nel frontespizio del libro “Primavera silenziosa” di Rachel Carson (1907-1964), uscito negli Stati Uniti e in Italia pochi anni prima. In quegli stessi anni, nella purtroppo breve ma feconda stagione della programmazione economica italiana, l’ISVET, Istituto per gli Studi sullo Sviluppo Economico e il Progresso Tecnico, una società creata dall’ENI, condusse una ricerca sui costi e benefici delle alterazioni ambientali.

L’ISVET “reclutò” economisti, urbanisti e ecologi invitandoli a rispondere alla seguente domanda: quanto costano, in soldi, le conseguenze dell’inquinamento delle acque e dell’aria, dell’erosione del suolo, della congestione urbana, a quanto ammontano le spese sanitarie per curare le malattie provocate dall’inquinamento, per la perdita di tempo provocata dal rallentamento del traffico, per la perdita di raccolti agricoli, per la ricostruzione di edifici e strade crollati, eccetera ? Che cosa costerebbe costruire depuratori e filtri, cambiare i cicli produttivi delle merci, ristrutturare le città e la distribuzione nel territorio delle attività produttive e residenziali, costruire edifici antisismici, avviare opere di rimboschimento e di pulizia dei fiumi e torrenti, organizzare nuove attività produttive e occupazione nel campo della difesa dell’ambiente ?

Si trattava di affrontare i problemi dell’ambiente mediante le tecniche di analisi costi-benefici che allora erano popolari anche nel mondo accademico e che venivano poi dall’insegnamento dell’economista inglese Cecil Pigou (1877-1959), autore di un celebre libro “L’economia del benessere” dei primi anni del Novecento, e dell’economista americano John Maynard Keynes (1883-1946) che aveva contribuito a superare la grande crisi degli anni trenta del Novecento.

La risposta era contenuta in alcuni volumi, ormai rarissimi: il costo delle azioni per prevenire le “calamità ambientali” e difendere l’ambiente è inferiore al costo dei danni, della loro riparazione e del risarcimento dei danneggiati: si spendono meno soldi per la cura delle malattie di origine ambientale, si perde meno tempo nel traffico, si traggono benefici monetari dall’esistenza dei parchi e delle riserve naturali, aumenta la disponibilità di acqua pulita, aumenta l’occupazione in nuovi settori di avanguardia, quelli che oggi chiameremmo “ecologici”. I risultati dell’indagine ENI-ISVET furono pubblicati nel 1970, quarant’anni fa, e riassunti in un libro intitolato: “L’intervento pubblico contro l’inquinamento delle acque e dell’aria”, dell’editore Franco Angeli.

Può darsi che ci fosse nell’ENI un retropensiero, che le opere pubbliche potessero essere affidate all’ENI stesso, che era di proprietà dello Stato ed aveva capacità tecniche di consulenza e di costruzione in grado di affrontare le opere necessarie per la difesa dell’ambiente. Sempre sullo stesso tema l’ISVET collaborò col Ministero (allora) della ricerca scientifica per la preparazione della prima relazione sullo stato dell’ambiente in Italia che fu pubblicata e presentata a Urbino in una grande conferenza pubblica nel 1973. Poche settimane dopo, la prima crisi petrolifera fece aumentare di dieci volte il prezzo del petrolio e provocò di fatto la fine della primavera dell’ecologia nel nostro paese.

La crisi economica che ne seguì mise in secondo piano i problemi ambientali e la programmazione: per uscire dalla crisi “bisognava” produrre e costruire e consumare in qualsiasi modo, chiudendo gli occhi ai guasti che si moltiplicarono rapidamente, mettere da parte la prevenzione e i vincoli territoriali. Vale la pena rivangare queste vecchie cose, che risalgono a tempi in cui la maggior parte dei lettori non era ancora nata, e parlarne oggi, in un tempo in cui è considerato bestemmie un termine come programmazione, in cui appare chiaro che troppe forze economiche fanno più affari con la ricostruzione che con la prevenzione: per alcuni ogni frana o terremoto è l’occasione per guadagni e traffici. Invece proprio oggi forse la salvezza, non solo ambientale, ma anche economica del paese potrebbe essere rappresentata da una svolta verso un nuovo corso di politica economica ed ambientale che investa soldi pubblici oggi, nella previsione e prevenzione, per evitare di spendere molti più soldi pubblici e privati in futuro per riparare i guasti.

Si può stimare che le calamità naturali, nell’ultimo mezzo secolo, siano costati alla collettività italiana l’equivalente di un migliaio di miliardi di euro, costino alcune diecine di miliardi di euro all’anno, una frazione rilevante della ricchezza nazionale che potrebbe essere investita in occupazione ambientale. I vantaggi maggiori verrebbero proprio al Mezzogiorno che finora è stato più trascurato nella difesa del suolo, nella lotta all’inquinamento, troppo spesso sede di affrettati insediamenti industriali, poi volatilizzati lasciando dietro terre contaminate, troppo spesso accontentato chiudendo gli occhi davanti alle costruzioni abusive o a zone destinate a franare.