SM 3154 — Declino delle merci — 2010

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La Gazzetta del Mezzogiorno, mercoledì 6 gennaio 2010 

Giorgio Nebbia nebbia@quipo.it

 Gli oggetti, dal frigorifero, al computer, alle pentole, alle penne biro, sembrano cose inanimate, ma hanno una loro vita: nascono, occupano il mercato, cioè le nostre case, e poi muoiono. Nascono anche loro, come gli esseri umani, con fatica e dolore nel momento in cui qualche inventore decide di creare un dispositivo per risolvere un qualche problema umano, conservare al freddo il cibo o fare il caffè; poi l’inventore fa fatica a convincere qualcuno a realizzare l’invenzione, poi il nuovo oggetto fa fatica a essere riconosciuto e venduto e acquistato, poi diventa un oggetto indispensabile e alla fine viene inventato qualche altro oggetto che fa lo stesso servizio e il vecchio oggetto più o meno lentamente scompare, muore. 

Il declino e la morte sono lenti e anche loro dolorosi. Io appartengo ad una generazione nata prima della televisione, quando le notizie erano fornite dalla radio, strumento efficiente e talvolta bello, che catturava le onde elettromagnetiche e le trasformava in suoni mediante delle valvole. A partire dagli anni cinquanta sono stati inventati i transistor che svolgono la stessa funzione delle valvole, ma io sono rimasto affezionato alla mia radio fino a quando si è guastata e non sono riuscito a trovare in commercio delle valvole di ricambio e la mia radio è morta. Quanti altri oggetti hanno subito la stessa sorte ? 

Il mercato invita continuamente ad acquistare nuovi oggetti che sono i segni della modernità e che svolgono funzioni “migliori” di quelle di altri oggetti che già possediamo e che quindi non servono più e devono essere buttati via. Talvolta però i vecchi oggetti funzionano ancora e non avremmo voglia di perderli. Molte lavatrici acquistate anni fa lavano ancora abbastanza bene; se si guastano cerchiamo un riparatore il quale però ci spiega che cambiare il pezzo guasto costa più che comprare una “più perfetta” lavatrice nuova e che lo stato ci da addirittura qualche soldo se mandiamo alla rottamazione la lavatrice vecchia, e così mercato, riparatore e stato ci aiutano ad uccidere la vecchia lavatrice, una sorte di eutanasia. Non bisogna affezionarsi ad una vecchia lavatrice, ad una vecchia automobile, ad una penna stilografica. 

Devo fare una breve parentesi per spiegare ai più giovani lettori che, fino al 1950, quando si sono diffuse le penne a sfera, si scriveva con una penna che si intingeva nell’inchiostro contenuto in un calamaio, e poi con una penna che portava al suo interno un piccolo serbatoio di inchiostro che fluiva lentamente al pennino, protetto con un coperchio avvitato, la penna stilografica, appunto. L’assassinio dei vecchi oggetti talvolta è accuratamente pianificato non per rendere migliore la vita dei consumatori, ma per assicurare la vendita di nuovi oggetti, come constateremo in Puglia l’anno venturo quando i vecchi televisori diventeranno bui e muti a meno di comprare un “decoder” che consente di vedere gli stessi programmi che vedevamo prima e pochi altri, aggeggio scomodissimo tanto che l’introduzione del “digitale terrestre”, come lo chiamano, induce a buttare via il vecchio televisore e comprarne uno aggiornato. 

Nella sola Italia milioni di televisori finiscono e finiranno nelle navi che li trasportano in Cina dove vengono spezzettati per recuperare gli ancora preziosi ingredienti del loro corpo morto. Nel corso degli anni ho raccolto e registrato su nastro centinaia di film che rivedevo quando volevo; anche questa felicità mi è ora negata perché i nuovi televisori non hanno più i lettori di cassette e io sto lentamente buttando via, uccidendo, la mia collezione di ”Casablanca”, “Senso”, “Il dottor Zivago”, e tanti altri amati film. Del resto pochi anni fa non ho forse buttato via i dischi di vinile quando si è guastato il mio ultimo grammofono ? Lo stesso assassinio di oggetti, e del loro “contenuto” di conoscenze e talvolta di bellezza, sta avvenendo con i computers. 

Non esultate, o voi giovani adoratori dei progressi dell’elettronica, per quanto potere vedere e ascoltare oggi, perché verrà presto un giorno in cui i vostri dischi e aggeggi saranno illeggibili e muti e dovranno finire fra i rifiuti. La generazione che vi ha preceduto ha scritto e registrato, sui computers acquistati appena nel 1995 o nel 2000, miliardi di pagine e di suoni su supporti magnetici che i nuovi dispositivi non sanno più “leggere” non per loro ignoranza ma perché sono cambiati i “linguaggi” di registrazione e perché le informazioni sono affidate ai microscopici magneti depositati sui dischi, magneti “permanenti” ma che tali non sono, esposti a perdere lentamente le loro proprietà fisiche e a rendere i dischi, un giorno, muti. I governi affidano alla “informatizzazione” i propri documenti ma nessuno può dire quanta parte di queste informazioni saranno accessibili fra cinquanta anni, mentre, almeno, i fogli di carta, magari ingialliti, delle vecchie anagrafi e dei voluminosi faldoni sono ben leggibili a un secolo di distanza. 

Non si tratta di essere scettici verso il progresso, ma di rendersi conto che ogni innovazione contiene delle “trappole” che vanno (dovrebbero essere) accuratamente previste. Siamo di fronte ad una archeologia degli oggetti non di duemila anni fa ma di venti anni fa, alla necessità di costruire rapidamente e conservare efficienti, in appositi musei e archivi, oggetti e macchinari di cui potremmo avere bisogno nel corso anche dei pochi prossimi anni, di diffondere una nuova cultura del restauro di oggetti che sono ormai “beni culturali”: possono essere computer o macchine del caffè, negativi di fotografie, con le sbiadite immagini di momenti di felicità, o macchine per scrivere. Conservo ancora la mitica Olivetti “Lettera 22” con cui ho scritto la mia tesi di laurea, e mi guarda malinconica perché non trovo più chi mi ripara il tasto rotto.